Angela Azzaro, giornalista e femminista libertaria, è morta a 59 anni. Dalla Sardegna a Roma, è stata una voce scomoda nel dibattito italiano

Serena Comito

Angela Azzaro, giornalista e femminista libertaria, è morta a 59 anni. Dalla Sardegna a Roma, è stata una voce scomoda nel dibattito italiano

Non è stata una delle tante firme che passano e spariscono nel rumore di fondo.
Quando Angela Azzaro prendeva parola – in un editoriale, in tv, in un dibattito pubblico – il tono cambiava. O ti trovavi d’accordo, o ti irritava. Indifferente no, mai.

Nata a Nuoro e arrivata a Roma passando per le redazioni della sinistra radicale, è stata giornalista, femminista libertaria, analista controcorrente su giustizia, linguaggio mediatico, femminicidi e potere. A 59 anni se n’è andata in silenzio, lasciando un vuoto vero in un pezzo di mondo che da anni la considerava una presenza necessaria.

Le origini sarde e gli studi tra Milano e Roma

Angela Azzaro era nata a Nuoro, nel cuore della Sardegna, terra che non ha mai smesso di rivendicare come parte della propria identità, anche quando la sua vita si è spostata definitivamente sul continente.

Dopo il liceo lascia l’isola e approda a Milano, dove studia Lettere moderne all’Università Cattolica. Qui costruisce la base culturale “classica”: letteratura, critica, filosofia, linguaggi. Poi il passaggio a Roma, con un master in Criminologia alla Sapienza, e una tesi su un tema che diventerà il suo marchio di fabbrica: il processo mediatico, il modo in cui i media trasformano casi di cronaca in spettacolo e sentenza prima ancora che parlino i giudici.

Sono anni in cui si forma una postura precisa: niente indulgenza verso il giornalismo che urla, semplifica, crea “mostri” a comando. Su questo non arretrerà più.

I primi passi nelle redazioni della sinistra

Le prime grandi esperienze arrivano nella stampa di sinistra.

Per anni lavora a Liberazione, quotidiano legato all’area comunista, dove diventa caporedattrice e si occupa anche dell’inserto culturale “Queer”, spazio dedicato a temi LGBTQ+ e sguardi non conformi sulla società. Qui si vede già il tratto tipico: niente femminismo di cartolina, niente retorica da manuale, ma una continua messa in discussione dei confini, dei ruoli, dei linguaggi.

Poi il passaggio al giornale online Gli Altri, esperienza breve ma intensa della sinistra “eretica”, dove arriva a ricoprire il ruolo di vicedirettrice. Un laboratori di idee, scontri, pezzi al vetriolo, in cui la sua scrittura si affila ancora di più.

Il Dubbio, il Riformista e il ruolo da “coscienza critica”

La consacrazione arriva con Il Dubbio, il giornale legato al mondo dell’avvocatura. Non un quotidiano di massa, ma un luogo dove diritto, politica e libertà civili si incrociano ogni giorno.

Qui diventa prima caporedattrice, poi vicedirettrice. I colleghi la descrivono come “l’anima del giornale”, qualcuno che teneva insieme titoli, linee editoriali, discussioni interne, e al tempo stesso non perdeva mai di vista chi stava fuori: detenuti, migranti, persone travolte dai processi mediatici, donne schiacciate da violenze vere e da narrazioni distorte.

Nel 2019 passa a Il Riformista: vicedirettrice e caporedattrice, volto importante del rilancio del quotidiano. Rimane fino alla primavera 2023, portando anche lì il suo stile: articoli che non cercano l’applauso facile, ma la frattura, il corto circuito.

Poi la parentesi complicata a l’Unità. Le viene proposta la direzione dell’edizione digitale, ma quando chiede con quali mezzi e con che progetto, la risposta dell’editore è il licenziamento. Nella lettera viene definita una figura “superflua e non strettamente necessaria”. Una formula che scatena reazioni dure nel mondo dell’informazione: difficile usare quell’aggettivo per una giornalista che, nel bene e nel male, non è mai stata superflua.

Una femminista libertaria, scomoda per tutti

Definirla “femminista” è corretto, ma riduttivo. Angela Azzaro amava definirsi femminista libertaria, e non è un dettaglio.

Per anni ha criticato tanto il maschilismo esplicito quanto alcune derive interne ai movimenti femministi: il moralismo, il giustizialismo, la tendenza a trasformare ogni discussione in un tribunale. Si è schierata contro l’odio di genere, contro le narrazioni tossiche sui femminicidi, ma al tempo stesso ha messo in guardia da una retorica che usa le donne come bandiera e poi le abbandona quando il clamore mediatico cala.

È stata tra le prime redattrici de Il Paese delle donne, storico giornale femminista italiano, dove porta una voce spesso fuori dal coro. Le compagne di quel percorso, oggi, la ricordano per due cose: il coraggio di esporsi e la capacità di affrontare le battaglie più dure “con una dignità e una riservatezza rare”.

Libri, tv e il racconto dei processi mediatici

Oltre agli articoli, c’è anche il lavoro più lungo, stratificato.

Nel libro “Nuove tecniche di rivolta”, pubblicato da Fandango, analizza la nascita del Movimento 5 Stelle come fenomeno politico e culturale. Non un semplice racconto del “grillismo”, ma uno sguardo sulle nuove forme di populismo e di ribellione digitale che hanno attraversato l’Italia degli ultimi anni.

La sua formazione in criminologia emerge in tantissimi pezzi dedicati a casi di cronaca nera, grandi processi, “mostri” sbattuti in prima pagina. Si è occupata del ruolo dei media nei confronti degli imputati, delle vittime, delle famiglie, criticando senza sconti il circo televisivo che spesso si costruisce attorno ai procedimenti giudiziari.

In tv, soprattutto nei talk di politica e attualità, portava lo stesso approccio: niente compiacenza verso il conduttore di turno, niente schieramento pigro. Era capace di zittire l’interlocutore con una frase secca, ma anche di smontare in due minuti un intero frame narrativo su sicurezza, immigrazione, violenza.

L’ultima fase della sua vita e il cordoglio di chi resta

Negli ultimi anni continuava a scrivere, a intervenire sui media, a discutere sui social di femminismo, giustizia, diritti. Chi le stava vicino sapeva che stava affrontando una prova difficile, ma lei ha scelto la riservatezza.

La notizia della sua morte arriva la sera del 7 febbraio 2026. Aveva 59 anni. Le prime a parlarne sono le realtà femministe con cui aveva condiviso un pezzo di strada, poi le testate con cui aveva lavorato e, subito dopo, colleghe e colleghi che riempiono la rete di ricordi.

C’è chi la definisce “una perdita enorme per i femminismi e per il Paese”, chi sottolinea come fosse capace di vedere il non detto nelle notizie di cronaca, chi ricorda semplicemente le discussioni infinite in redazione, le litigate furibonde e le risate dopo.

Sulle cause della morte, nessuno entra nei dettagli. È un confine che, evidentemente, la stessa Angela aveva chiesto di rispettare.

Il lascito di una voce che divideva, ma non potevi ignorare

In un panorama mediatico dove le posizioni si appiattiscono spesso in slogan e tweet, Angela Azzaro è stata l’opposto della neutralità di facciata. Ha diviso, ha fatto arrabbiare, ha fatto discutere.

Il suo lascito sta proprio lì:

  • in un femminismo che non ha paura di criticare se stesso,
  • in una difesa radicale delle libertà individuali,
  • in un’attenzione costante a chi viene schiacciato dai processi – reali e mediatici – senza avere voce.

Il resto lo dirà il tempo. Di sicuro, per un pezzo importante della sinistra italiana, del mondo femminista e del giornalismo critico, da oggi c’è un nome in meno in elenco quando si pensa a chi chiamare per una lettura non banale della realtà.

Domande frequenti su Angela Azzaro

Chi era Angela Azzaro?
Era una giornalista, femminista libertaria e scrittrice italiana, nata a Nuoro e vissuta a Roma. Ha lavorato in diverse redazioni della sinistra e ha ricoperto ruoli di vertice in quotidiani come Il Dubbio e Il Riformista.

Per quali giornali ha lavorato?
Ha iniziato a Liberazione come caporedattrice, ha lavorato e fatto la vicedirettrice a Gli Altri, è stata caporedattrice e vicedirettrice de Il Dubbio, poi vicedirettrice de Il Riformista. In seguito ha avuto una breve e controversa esperienza a l’Unità e, più di recente, collaborava anche come editorialista.

Perché viene definita femminista libertaria?
Perché univa l’impegno femminista a una visione molto attenta alle libertà individuali, diffidente verso moralismi e giustizialismo. Difendeva i diritti delle donne, delle minoranze e dei migranti, ma criticava le semplificazioni e il linguaggio violento, anche quando arrivavano da ambienti considerati “progressisti”.

Ha scritto dei libri?
Sì, tra i lavori più citati c’è il libro “Nuove tecniche di rivolta”, dedicato alla nascita del Movimento 5 Stelle e alle nuove forme di populismo italiano, oltre alla partecipazione a volumi collettivi su femminismo e trasformazioni del discorso pubblico.

Di cosa è morta Angela Azzaro?
Le testate e le realtà che l’hanno ricordata non hanno reso pubblica una diagnosi precisa. Viene sottolineato che ha affrontato una prova dura con grande coraggio e riservatezza. Per rispetto della sua scelta, non vengono diffusi dettagli sulle cause della morte.