Il nuovo decreto sicurezza non è ancora in Gazzetta Ufficiale, ma il cuore del provvedimento è già chiaro. È il tassello principale di un pacchetto sicurezza voluto dal governo guidato da Giorgia Meloni, arrivato in Consiglio dei ministri dopo giorni di limature, rilievi del Quirinale e polemiche politiche.
Il contesto è quello delle ultime settimane: scontri in piazza, in particolare a Torino, vetrine rotte, feriti, accuse incrociate sulla gestione dell’ordine pubblico. Da lì la scelta: irrigidire le regole su manifestazioni, ordine pubblico, minori, armi bianche e gestione dei migranti, affiancando al decreto un disegno di legge “gemello” più pesante sul fronte immigrazione.
Che cos’è il nuovo decreto sicurezza (e a che punto è)
Il pacchetto sicurezza è diviso in due parti:
- un decreto-legge, con misure subito operative su ordine pubblico, piazze, minori, forze dell’ordine;
- un disegno di legge, che contiene la parte più strutturale, in particolare su migranti, CPR e chiusura delle acque territoriali.
Alla data del 5 febbraio 2026, il testo è sul tavolo del Consiglio dei ministri: lo scenario è quello di un via libera con eventuali piccoli ritocchi tecnici prima della pubblicazione. Ma i punti cardine sono già delineati, soprattutto due: fermo preventivo e scudo penale.
Il fermo che diventa “accompagnamento”: fino a 12 ore in questura
La misura più delicata riguarda la possibilità di intervenire prima che una manifestazione inizi.
In sintesi, viene introdotta una forma di accompagnamento in questura per persone considerate a rischio di violenze perché già note per reati simili o con precedenti specifici. Nelle ultime versioni il termine “fermo preventivo” è stato attenuato, ma la sostanza resta:
- la polizia può accompagnare in questura il soggetto ritenuto pericoloso in occasione di cortei o eventi a rischio;
- la persona può essere trattenuta fino a 12 ore per controlli, identificazione, eventuali perquisizioni;
- il pubblico ministero dev’essere informato e può decidere anche il rilascio immediato se non vede i presupposti.
Il Quirinale ha chiesto che i criteri siano chiari e oggettivi (non bastano formule generiche come “sospetto”) e che le garanzie di controllo del giudice siano rafforzate, perché 12 ore di trattenimento, di fatto, incidono in modo molto forte sulla libertà personale.
È uno dei punti su cui è più probabile che si apra, in futuro, sia uno scontro politico sia un possibile contenzioso giudiziario.
Piazze vietate, zone rosse e un “daspo” che esce dagli stadi
Un altro pilastro del decreto riguarda l’accesso alle piazze e agli spazi pubblici.
Per chi viene condannato per reati come:
- attentato con finalità di terrorismo o eversione,
- devastazione e saccheggio,
- lesioni contro agenti, sanitari o arbitri,
il giudice potrà disporre il divieto di partecipare a riunioni o assembramenti in luogo pubblico. Di fatto, un’estensione del modello del daspo – nato attorno al mondo del calcio – alla partecipazione a manifestazioni e cortei.
Accanto a questo viene rafforzata la logica delle “zone rosse”:
- aree considerate sensibili (attorno a stazioni, nodi del trasporto, luoghi a rischio)
- in cui chi è ritenuto pericoloso o recidivo può essere allontanato e tenuto lontano per periodi definiti;
- con un ampliamento del cosiddetto “daspo urbano”, che consente di vietare l’accesso a pezzi di città per chi vi commette reati o violazioni ripetute.
La domanda di fondo è evidente: quanto si allarga, così, la possibilità di limitare l’accesso allo spazio pubblico sulla base di valutazioni di pericolosità?
Minori, coltelli, “maranza”: la stretta sui ragazzi
Una parte molto visibile del decreto è la stretta su minorenni e armi bianche, presentata dal governo come risposta alle baby gang e al fenomeno dei gruppi giovanili ribattezzati “maranza”.
In concreto:
- viene reso più rigido il divieto di porto dei coltelli:
- sopra i 5 cm di lama il divieto è tendenzialmente assoluto;
- sotto quella soglia serve comunque un giustificato motivo;
- per i minori trovati con coltelli o oggetti atti a offendere è prevista una stretta penale, con sanzioni più alte e conseguenze più pesanti;
- chi vende coltelli ai minori, anche tramite canali online, rischia multe molto elevate, fino a cifre a cinque cifre in caso di reiterazione.
Viene inoltre ampliata la possibilità per il questore di adottare l’ammonimento anche nei confronti di ragazzi tra i 12 e i 14 anni, per reati come:
- lesioni personali,
- rissa,
- minaccia,
- violenza privata,
se commessi con armi o altri oggetti pericolosi.
Da un lato c’è l’intenzione dichiarata di prevenire escalation violente; dall’altro diverse voci critiche segnalano il rischio di criminalizzare il disagio giovanile, spostando il problema dal terreno sociale a quello dell’ordine pubblico.
Scudo penale: tutela per gli agenti o privilegio di categoria?
L’altro fronte caldo è lo scudo penale.
L’idea iniziale era questa: quando un appartenente alle forze dell’ordine compie un atto che potrebbe rientrare in:
- legittima difesa,
- uso legittimo delle armi,
- adempimento del dovere,
- stato di necessità,
il suo nome non viene iscritto subito nel registro degli indagati. Viene utilizzato un registro separato e solo dopo una prima valutazione il pubblico ministero decide se aprire un’indagine formale o archiviare.
Il Presidente della Repubblica è intervenuto su questo punto: uno scudo costruito così non può valere solo per gli agenti, altrimenti si creerebbe una sorta di corsia privilegiata incompatibile con il principio di uguaglianza.
La soluzione trovata nelle ultime versioni è quella di estendere formalmente la tutela a tutti i cittadini che si trovino in condizioni di legittima difesa o adempimento del dovere. Resta però l’interrogativo: chi beneficerà davvero, nella pratica, di una procedura più cauta nell’iscrizione come indagato?
Cosa finisce nel disegno di legge: migranti, CPR e chiusura delle acque
La parte più incisiva sul fronte migrazioni non entra nel decreto, ma nel disegno di legge che lo accompagna.
Lì dovrebbero trovare posto:
- una disciplina più dettagliata del trattenimento nei CPR (Centri di permanenza per il rimpatrio), con indicazione più precisa dei tempi e delle condizioni;
- procedure più rapide per i rimpatri di chi viola ripetutamente gli ordini di allontanamento dal territorio;
- un ampliamento degli strumenti per interdire l’ingresso nelle acque territoriali italiane in caso di “pressione migratoria eccezionale” o di minacce alla sicurezza nazionale;
- percorsi accelerati per individuare, ampliare o riattivare i CPR già esistenti.
È la parte che più si collega alla narrativa del “blocco navale” e alle promesse elettorali del centrodestra, e dovrà comunque essere compatibile con il nuovo quadro europeo su migrazione e asilo.
Il ruolo del Quirinale: sì, ma con paletti
Su questo pacchetto il Quirinale non è rimasto in silenzio.
I rilievi principali arrivati al governo hanno riguardato:
- lo scudo penale, da modulare in modo da non trasformarsi in un privilegio di categoria;
- il fermo/accompagnamento fino a 12 ore, da circoscrivere meglio e legare in modo più robusto al controllo del giudice.
Per discutere questi punti c’è stato un confronto diretto tra il Presidente della Repubblica e la Presidenza del Consiglio. Il risultato, almeno sul piano formale, è una parziale riscrittura del testo.
Resta però la sostanza: un impianto che sposta il baricentro verso una logica più securitaria, con un forte ricorso a misure preventive, divieti di accesso a spazi pubblici e strumenti amministrativi che incidono sui diritti senza passare subito da un processo ordinario.
Chi sostiene il decreto e chi lo contesta
Dal lato del governo, il decreto viene presentato come:
- una risposta necessaria agli episodi di violenza in piazza;
- uno strumento per dare maggiore tutela alle forze dell’ordine;
- un modo per contrastare fenomeni come baby gang, aggressioni con coltelli, degrado urbano.
Il messaggio è: chi manifesta pacificamente e chi rispetta la legge non ha nulla da temere; le misure colpirebbero solo chi è già noto per comportamenti violenti.
Dall’altra parte, opposizioni, associazioni per i diritti e una parte del mondo giuridico parlano di:
- rischio di compressione della libertà di manifestare,
- uso crescente di misure “preventive” per tenere lontane persone e gruppi dallo spazio pubblico,
- trasformazione di minori, migranti e soggetti marginali in un problema da gestire quasi esclusivamente con strumenti di polizia.
C’è anche chi sottolinea come, negli ultimi anni, si siano stratificate numerose leggi sulla sicurezza, spesso nate sull’onda di singoli fatti di cronaca, senza una vera valutazione complessiva dei loro effetti.
Che modello di sicurezza sta disegnando questo pacchetto?
Al di là dei tecnicismi, il decreto sicurezza e il disegno di legge collegato sembrano indicare una direzione precisa:
- più poteri preventivi alle forze dell’ordine;
- più strumenti per allontanare o separare alcune categorie (manifestanti ritenuti pericolosi, ragazzi armati di coltelli, migranti irregolari) dal resto dello spazio pubblico;
- più ricorso a divieti amministrativi e misure di polizia, accanto – e talvolta prima – del processo penale.
È davvero questa la ricetta che renderà le città più sicure?
Oppure rischia di produrre nuove fratture, nuovi conflitti, una fiducia ancora più fragile tra cittadini, istituzioni e forze dell’ordine?
Sono le domande che accompagneranno il dibattito pubblico una volta che il testo sarà approvato e inizierà a tradursi, nel concreto, in controlli, fermi, divieti e nuovi confini – non solo sulle mappe, ma anche nei rapporti tra le persone.

Sono giornalista pubblicista laureata in letteratura e content manager con una grande passione per la scrittura






