In mezzo ai video di caschi che volano, blindati assediati e fumogeni che tagliano corso Regina Margherita, tre nomi sono finiti al centro del racconto: Angelo Francesco Simionato, Matteo Campaner, Pietro Desideri. Il primo è quello che resta ai domiciliari. Gli altri due, invece, da poche ore sono tornati liberi, con un obbligo di firma che li riporta ogni giorno davanti a una caserma.
Ma chi sono davvero Matteo Campaner e Pietro Desideri, i due manifestanti che la giudice ha fatto uscire dal carcere dopo gli scontri di Torino legati allo sgombero di Askatasuna?
Il corteo per Askatasuna e la “guerriglia” in corso Regina
Mercoledì 31 gennaio, Torino. È il primo grande corteo dopo lo sgombero dello storico centro sociale Askatasuna. In strada c’è un pezzo di città molto diverso: studenti, militanti, curiosi, solidali dell’ultima ora.
Per un tratto fila tutto come da copione: slogan, striscioni, fumogeni. Poi qualcosa si spezza. All’altezza di corso Regina Margherita il corteo si trasforma in altro: vetri in frantumi, cassonetti trascinati al centro della carreggiata, pietre e bottiglie che partono contro le linee di polizia.
Le immagini che faranno il giro del Paese sono quelle dell’aggressione a Alessandro Calista, 29 anni, poliziotto del Reparto Mobile di Padova: circondato, colpito, lasciato a terra. Un video di pochi secondi capace di incendiare talk show, commenti social e dichiarazioni politiche.
Nel caos degli scontri arrivano anche tre arresti. Tra quei nomi compaiono Matteo Campaner e Pietro Desideri.
Chi è Matteo Campaner
Matteo Campaner ha 35 anni e vive a Grugliasco, cintura torinese. Non è il “professionista del disordine” che certe narrazioni si aspettano: incensurato, nessun passato noto nei circuiti storici dell’antagonismo.
La sua è la biografia di un trentacinquenne normale: lavoro precario, affitto da pagare, vita che ruota attorno alla periferia ovest. Nei giorni successivi all’arresto, chi lo conosce lo descrive come uno che “non ha mai avuto problemi con la giustizia”, uno che quel corteo lo ha vissuto più da cittadino arrabbiato che da militante rodato.
Eppure, nelle carte, il suo nome finisce sotto accuse pesanti: resistenza e violenza a pubblico ufficiale. Per la procura, Campaner quella sera non era solo un corpo in mezzo alla folla, ma parte di quella massa che, a un certo punto, ha cominciato a lanciare oggetti contro i reparti in tenuta antisommossa.
Davanti alla giudice, Matteo prova a spiegare la sua versione. Dice di essersi trovato nel corteo, di aver visto lo scontro salire di livello, di essere rimasto “sconvolto” dalle immagini dell’aggressione al poliziotto. Nega di aver partecipato attivamente agli episodi più violenti.
La difesa insiste su un punto: non è tra quelli che circondano Calista, non si vede in quel frame che ha monopolizzato l’attenzione nazionale. E chiede che, di fronte a un incensurato, la custodia in carcere non sia lo strumento principale.
Chi è Pietro Desideri
Più giovane di qualche anno, Pietro Desideri ha 31 anni e vive a Torino. Anche lui incensurato.
Nelle cronache viene descritto in modo simile: un ragazzo che lavora, che non appare nelle agende della Digos come volto noto dei centri sociali, che non ha alle spalle un curriculum da “irriducibile”.
È in corteo anche lui il 31 gennaio. Anche il suo nome finisce nel fascicolo delle arresti in flagranza. L’accusa: aver partecipato, insieme ad altri, alla fase più dura degli scontri, quella in cui la manifestazione diventa quasi un corpo a corpo lungo corso Regina Margherita.
Per lui, come per Campaner, la giudice riconosce da un lato la gravità del contesto, dall’altro il profilo personale: nessun precedente, nessuna appartenenza strutturata al mondo dell’antagonismo, vita apparentemente ordinaria. Il risultato è lo stesso: esce dal carcere, resta indagato, dovrà presentarsi quotidianamente alle forze dell’ordine.
Quello che dice la giudice: niente carcere, ma obbligo di firma
L’udienza di convalida è il momento in cui, al di là delle urla in piazza e delle dichiarazioni politiche, si mettono in fila i fatti giuridici.
La giudice torinese, dopo aver ascoltato accusa e difese, decide così:
- gli arresti vengono convalidati: Campaner e Desideri non erano semplici spettatori;
- viene però esclusa la necessità della custodia cautelare in carcere;
- per entrambi scatta una misura più leggera: obbligo di presentazione quotidiana alla polizia giudiziaria (il classico “obbligo di firma”), con limiti agli spostamenti dal territorio.
Una via di mezzo: non innocenti, non ancora colpevoli, ma neanche così pericolosi da dover restare dietro le sbarre in attesa di processo.
La decisione apre un fronte: giuristi e avvocati la leggono come un’applicazione lineare delle regole, soprattutto per due incensurati; una parte del mondo politico, invece, la traduce come un segnale di debolezza dello Stato.
L’altro protagonista: Simionato e il pestaggio dell’agente
Per inquadrare la posizione di Campaner e Desideri va ricordato anche l’altro nome di questa storia: Angelo Francesco Simionato, 22 anni, maremmano, lavoratore precario.
Per gli inquirenti è lui a essere più strettamente legato al pestaggio del poliziotto: la nuova norma sulle lesioni a pubblico ufficiale in servizio di ordine pubblico gli cade addosso come un macigno.
Anche per lui la giudice dice no al carcere, ma dispone gli arresti domiciliari. La parte di accusa che parlava di rapina (casco, scudo, maschera antigas del poliziotto) non viene ritenuta sufficientemente supportata dagli elementi raccolti finora.
Campaner e Desideri, invece, restano fuori da quella scena. La loro posizione è più laterale, più “di contesto”, meno legata a quel minuto e mezzo di shock visto in tv.
Una tempesta politica sulla scarcerazione
Appena esce la notizia che due dei tre arrestati sono liberi, le reazioni politiche non si fanno attendere.
C’è chi parla di “vergogna”, chi di “schiaffo alle forze dell’ordine”, chi chiama in causa la riforma della giustizia, i referendum, il garantismo “a senso unico”. I tre nomi rischiano di diventare bandierine in un gioco di posizionamento, più che persone in carne e ossa con una vicenda giudiziaria ancora tutta da scrivere.
Nel frattempo, la procura continua il suo lavoro: oltre ai tre arrestati, ci sono decine di indagati, un fascicolo per devastazione aperto sugli scontri complessivi, filmati da analizzare, volti da identificare. Non è una storia chiusa, è appena cominciata.
Incensurati, precari, senza “tessera” politica: il profilo che non ti aspetti
C’è un dato che colpisce chi legge le carte: nessuno dei tre arrestati viene descritto come militante storico di Askatasuna o del mondo antagonista.
Sono:
- lavoratori dipendenti o precari,
- residenti fra Torino e provincia,
- con vite che, sulla carta, potrebbero incrociare quelle di qualsiasi altra persona della loro età.
È un pezzo di realtà che mette in crisi le etichette facili. Perché dentro quel corteo c’erano sia le facce note dei movimenti, sia persone che vivono ai margini della politica ma respirano lo stesso clima: affitti che salgono, stipendi bassi, precarietà, rabbia.
In questo impasto, quella sera, è bastato poco per passare da manifestanti a indagati per resistenza e violenza a pubblico ufficiale.
Cosa resta, oggi
Al netto di proclami e strumentalizzazioni, oggi la fotografia è questa:
- Matteo Campaner e Pietro Desideri sono liberi, ma devono firmare ogni giorno.
- Restano indagati, e dovranno affrontare un processo in cui si capirà quanto peseranno davvero quei minuti di scontro.
- La città di Torino continua a fare i conti con l’onda lunga dello sgombero di Askatasuna, tra chi vede in quel centro sociale una ferita da chiudere e chi lo legge come un pezzo di storia da difendere.
In mezzo, come spesso accade, ci sono le biografie di singole persone. E la giustizia chiamata a decidere non solo quanta responsabilità hanno avuto in quella notte di pietre e caschi, ma anche quanto spazio lasciare alla loro vita fuori dal carcere mentre il giudizio è ancora sospeso.
Domande frequenti su Matteo Campaner e Pietro Desideri
Chi è Matteo Campaner?
È un 35enne di Grugliasco, in provincia di Torino, incensurato. È stato arrestato dopo gli scontri legati al corteo per Askatasuna e indagato per resistenza e violenza a pubblico ufficiale. Oggi è libero con obbligo di firma.
Chi è Pietro Desideri?
Ha 31 anni, vive a Torino ed è anche lui incensurato. È stato arrestato durante gli stessi scontri, con accuse analoghe a quelle di Campaner. Anche per lui è stata disposta la libertà con obbligo di presentazione quotidiana alle forze dell’ordine.
Sono accusati del pestaggio del poliziotto Alessandro Calista?
No. Il nome indicato come più vicino a quell’episodio è un altro, quello di Angelo Francesco Simionato, per il quale sono stati disposti gli arresti domiciliari. Campaner e Desideri sono coinvolti per la fase degli scontri, ma non vengono collocati nel gruppo che circonda e colpisce il poliziotto.
Perché il giudice li ha rimessi in libertà?
Perché, pur riconoscendo la gravità degli scontri, ha valutato che, per due incensurati senza ruoli di primo piano nei movimenti, la custodia in carcere non fosse proporzionata. Ha scelto una misura cautelare più lieve: obbligo di firma.
Cosa rischiano adesso?
Restando indagati per resistenza e violenza a pubblico ufficiale, rischiano un processo e, in caso di condanna, pene anche significative. Sarà il dibattimento, quando ci sarà, a chiarire quanto abbiano inciso davvero i loro comportamenti in quella notte di Torino.

Sono giornalista pubblicista laureata in letteratura e content manager con una grande passione per la scrittura






