Chi è (e cos’è) Askatasuna
Se vivi a Torino, il nome Askatasuna porta con sé immagini precise: cortei, striscioni, sirene, ma anche concerti, cene sociali, assemblee affollate. Se lo incontri solo nei titoli dei telegiornali, invece, lo associ facilmente a parole come “scontri” o “guerriglia urbana”.
Per quasi trent’anni Askatasuna è stato un centro sociale autogestito al civico corso Regina Margherita 47, nel quartiere Vanchiglia, nato nell’ottobre 1996 e sgomberato il 18 dicembre 2025 da una grande operazione di polizia.
Oggi quel nome non indica più soltanto un palazzo: è diventato il simbolo di una comunità politica, al centro di un maxi-processo e di uno scontro aperto con le istituzioni.
Cosa significa il nome “Askatasuna”
Il cuore della storia passa anche dal nome.
“Askatasuna” in basco significa “libertà”. È la stessa parola che compariva nella sigla ETA – Euskadi Ta Askatasuna, ossia “Paese basco e libertà”, legata al movimento indipendentista basco.
Quando, nel 1996, un gruppo di militanti dell’area autonoma occupa lo stabile di corso Regina e decide di chiamarlo così, la scelta è chiarissima: collocarsi dentro un immaginario di resistenza, anticapitalismo, internazionalismo. Non è un’etichetta neutra, è una dichiarazione programmatica.
Prima dell’occupazione, quell’edificio era noto come Opera Pia Reynero, un istituto di beneficenza ottocentesco, rimasto a lungo abbandonato. Da luogo di carità cattolica a spazio di autogestione: la trasformazione è radicale, persino simbolica.
Dalle occupazioni al “bene comune” del Comune di Torino
La vicenda inizia con una prima occupazione in via Verolengo nel 1996, durata poco. Il passaggio decisivo arriva il 15 ottobre 1996, quando la palazzina di corso Regina 47 viene occupata stabilmente: è la nascita ufficiale di Askatasuna.
Lì dentro, piano dopo piano, viene costruito un vero e proprio laboratorio politico e sociale:
- al piano terra assemblee, incontri pubblici, iniziative di quartiere;
- ai piani superiori sale prove, aule per corsi, spazi per cineforum e presentazioni di libri;
- una cucina collettiva, una palestra sociale, spazi per i bambini e i doposcuola.
Per molti abitanti di Vanchiglia, Askatasuna diventa semplicemente “il posto dove succedono le cose”, un pezzo di città fuori dai canali istituzionali, ma ormai radicato nel tessuto urbano.
Il patto con il Comune
Dopo anni di conflitti e tensioni, arriva una svolta inaspettata. Il 30 gennaio 2024 la giunta guidata dal sindaco Stefano Lo Russo riconosce formalmente lo stabile come “bene comune” e avvia un percorso di cogestione tra Comune e centro sociale.
Viene firmata una delibera che prevede lavori di messa in sicurezza, un progetto condiviso sugli spazi, regole di utilizzo. Per rispettare l’accordo, gli attivisti sospendono per un periodo le attività pubbliche all’interno dell’edificio.
Per un attimo, la storia sembra cambiare direzione: il centro sociale che per anni è stato trattato solo come “problema di ordine pubblico” entra in un rapporto formale con l’amministrazione cittadina.
Cosa succedeva dentro Askatasuna
Dietro le immagini di scontri e blindati, c’è anche una vita quotidiana meno visibile, ma decisiva per capire perché questo posto sia diventato un simbolo.
Lotte, movimenti, territori
Askatasuna è uno dei riferimenti principali della galassia No Tav: da Torino partono pullman, colonne di auto, gruppi organizzati che partecipano da anni alle iniziative in Val di Susa, dai presìdi davanti al cantiere alle manifestazioni più dure.
Nel tempo il centro sociale diventa anche un punto di aggregazione per:
- le campagne pro Palestina e di solidarietà internazionale;
- le mobilitazioni contro i CPR e le politiche migratorie;
- le iniziative contro la precarietà lavorativa e il caro-affitti;
- i presìdi contro l’estrema destra e i comizi neofascisti.
L’idea di fondo è quella del “mutualismo conflittuale”: non solo protesta, ma anche supporto concreto alle persone che vivono sulla propria pelle sfratti, debiti, contratti a termine, permessi di soggiorno a rischio.
La parte culturale e sociale
Accanto alla dimensione più strettamente politica, Askatasuna ospita:
- concerti di rap, reggae, punk, rock, elettronica;
- festival con fumettisti, storici, giornalisti, scrittori;
- rassegne di cinema indipendente, teatro, serate di stand-up;
- cene popolari, pranzi di autofinanziamento, doposcuola per i bambini del quartiere.
Molte persone ci entrano per la prima volta per un concerto o una cena, e solo dopo scoprono assemblee, sportelli, riunioni. È quel mix di politica e socialità che, nel bene e nel male, rende il posto riconoscibile a tutta la città.
Scontri, inchieste e maxi-processo
Fin dagli anni Duemila, il nome Askatasuna entra nei fascicoli delle procure. Dopo manifestazioni e cortei, arrivano spesso perquisizioni, misure cautelari, accuse di resistenza, lesioni, danneggiamenti, in alcuni casi devastazione.
Per la questura e la procura di Torino, Askatasuna non è solo un luogo di ritrovo: viene descritto come un vero e proprio centro operativo da cui partirebbero le azioni più dure durante i cortei, soprattutto in occasione delle mobilitazioni No Tav.
L’impianto accusatorio
Negli anni si accumulano fascicoli, intercettazioni, verbali, fino a dare vita al cosiddetto maxi-processo Askatasuna. A un gruppo di storici militanti viene contestata l’associazione per delinquere: secondo l’accusa, il centro sociale costituirebbe un’organizzazione stabile dedicata allo scontro con le forze dell’ordine, alla gestione di difese di piazza, alla preparazione di materiali da usare nei cortei.
La lettura degli imputati e dei loro avvocati è opposta: un centro sociale non è un’associazione criminale, ma un luogo di conflitto politico e sociale, con tutte le contraddizioni che questo comporta, e le singole responsabilità dovrebbero essere valutate caso per caso.
La sentenza di primo grado e l’appello
Nel marzo 2025 arriva la sentenza di primo grado. L’esito è pesante, ma non in linea con le richieste dell’accusa:
- l’ipotesi di associazione per delinquere viene fatta cadere,
- alcuni imputati vengono condannati per singoli episodi di scontro e danneggiamento,
- altri risultano assolti.
Il dibattito si accende: c’è chi legge la decisione come un limite posto all’uso dei reati associativi per colpire i movimenti, e chi invece parla di occasione mancata per “smontare” definitivamente una struttura considerata pericolosa.
La storia, però, non si chiude lì. All’inizio del 2026, la Procura generale di Torino annuncia che in appello tornerà a chiedere il riconoscimento dell’associazione per delinquere per alcuni storici attivisti. La data del processo d’appello è ancora da fissare, ma il segnale è chiaro: il fronte giudiziario resta apertissimo.
Lo sgombero del 18 dicembre 2025 e il corteo del 31 gennaio 2026
Mentre nei tribunali si discute di capi d’imputazione e intercettazioni, in città succede altro.
La rottura con il Comune e lo sgombero
Dopo il riconoscimento a “bene comune”, il rapporto fra Comune e centro sociale si incrina velocemente. La giunta Lo Russo arriva a dichiarare chiusa la collaborazione, sostenendo che gli accordi non siano stati rispettati.
Il 18 dicembre 2025, all’alba, un grande dispiegamento di forze dell’ordine circonda il palazzo di corso Regina 47. Viene eseguito lo sgombero e lo sequestro penale dello stabile: dentro restano solo stanze vuote, mentre fuori rimangono transenne e mezzi blindati.
Per chi ha vissuto quel luogo, è la fine di un’epoca. Per una parte della politica nazionale, è la chiusura di un “fortino degli autonomi”.
Il corteo nazionale del 31 gennaio 2026
La risposta arriva poche settimane dopo. Il 31 gennaio 2026 migliaia di persone da tutta Italia si ritrovano a Torino per una manifestazione nazionale in difesa di Askatasuna e, più in generale, degli spazi sociali.
Il corteo si snoda in più spezzoni, attraversa il centro, passa vicino all’università. A fine giornata esplodono scontri durissimi: cariche, idranti, lacrimogeni da una parte; pietre, bottiglie, bombe carta, fuochi d’artificio dall’altra.
Un agente viene isolato e picchiato, le immagini rimbalzano su tutti i media. Le istituzioni parlano di “attacco allo Stato”, il presidente della Repubblica esprime solidarietà alle forze dell’ordine, il governo annuncia una linea dura. Dal fronte dei movimenti arrivano accuse di gestione repressiva dell’ordine pubblico e di criminalizzazione del dissenso.
Quel giorno, per molti, segna il passaggio di Askatasuna da questione cittadina a caso nazionale.
Askatasuna oggi: simbolo di cosa?
Oggi il nome Askatasuna tiene insieme piani diversi:
- per chi ci è cresciuto dentro è una casa politica e affettiva, fatta di assemblee, rabbia, relazioni, occasioni di riscatto;
- per una parte delle forze dell’ordine e del mondo politico è il cuore della violenza antagonista in città;
- per giuristi, sociologi, cronisti, è un laboratorio urbano che racconta come lo Stato e i movimenti sociali si confrontano (o si scontrano) sui temi di sicurezza, conflitto, dissenso.
Dopo lo sgombero, gli attivisti hanno continuato a muoversi tra occupazioni temporanee, iniziative in università, assemblee di quartiere. Il nome Askatasuna non è scomparso: si è staccato dalle mura di corso Regina 47 e si è trasformato in un segno politico che continua a circolare.
FAQ su Askatasuna
Perché il centro sociale si chiama Askatasuna?
Perché “Askatasuna” in lingua basca significa “libertà”. È un richiamo diretto alle lotte di liberazione e a un certo immaginario internazionalista, scelto consapevolmente dai fondatori negli anni Novanta.
Quando è stato sgomberato Askatasuna a Torino?
Lo sgombero è avvenuto il 18 dicembre 2025, con il sequestro dello stabile di corso Regina Margherita 47 e la chiusura definitiva dello spazio occupato.
Che cos’è il maxi-processo Askatasuna?
È il procedimento penale che, dopo anni di inchieste, ha portato a processo diversi storici militanti del centro sociale. In primo grado è caduta l’accusa di associazione per delinquere, mentre sono arrivate alcune condanne per singoli episodi di scontro e danneggiamento.
Ci sarà un processo d’appello?
Sì. La Procura generale ha annunciato l’intenzione di chiedere nuovamente, in appello, il riconoscimento dell’associazione per delinquere per alcuni imputati. La partita giudiziaria non è ancora chiusa.
Cosa fanno oggi gli attivisti di Askatasuna dopo lo sgombero?
Continuano a organizzare iniziative politiche e sociali in città: assemblee, presìdi, momenti di discussione e nuove occupazioni temporanee. Per loro Askatasuna non è solo un edificio, ma una comunità e un progetto che vogliono tenere in vita anche fuori da corso Regina.

Sono giornalista pubblicista laureata in letteratura e content manager con una grande passione per la scrittura






