Per anni il suo volto è comparso nel feed di migliaia di ragazzi: video brevi, linguaggio diretto, hoodie e colletto, Bibbia e vita quotidiana.
Per tutti era semplicemente don Alberto, il prete giovane che riusciva a parlare di fede su Instagram e TikTok senza sembrare fuori tempo massimo.
A fine gennaio 2026, però, arriva l’annuncio che spiazza molti: ha scelto di lasciare il ministero sacerdotale. Una decisione comunicata ufficialmente dalla diocesi di Milano e poi raccontata da lui stesso in un video che ha fatto il giro dei social.
Chi è Alberto Ravagnani, cosa ha rappresentato per la Chiesa italiana e perché ha deciso di fare questo passo?
Chi è Alberto Ravagnani
Alberto Ravagnani è un sacerdote ambrosiano classe 1993, originario di Brugherio, in Brianza. Entra in seminario giovane, completa gli studi teologici e viene ordinato prete nel 2018 per l’arcidiocesi di Milano.
Negli anni successivi svolge servizio pastorale in oratorio e parrocchia, diventando poi vicario parrocchiale nella chiesa di San Gottardo al Corso, in centro a Milano. Parallelamente collabora con la Pastorale giovanile diocesana, occupandosi soprattutto di adolescenti e giovani adulti.
Non è solo parroco e catechista: è anche autore. Pubblica libri che mescolano spiritualità, racconto personale e domande esistenziali dei ragazzi. A inizio 2026 annuncia l’uscita di un nuovo volume, dal titolo emblematico: “La scelta”, previsto per il 10 febbraio, in cui promette di raccontare dall’interno il suo percorso vocazionale e la decisione di cambiare strada.
Il prete influencer che ha portato l’oratorio sui social
Il salto di visibilità arriva durante il lockdown del 2020. Chiese chiuse, oratori fermi, ragazzi chiusi in casa: è lì che Alberto Ravagnani decide di usare in modo sistematico YouTube, Instagram e TikTok per restare in contatto con loro.
Il tono è quello dell’amico grande:
- video brevi su senso della vita, fede, relazioni, paura, ansia;
- spiegazioni semplici di brani del Vangelo;
- riflessioni su scuola, amicizia, amore, social, spiritualità.
In poco tempo i numeri esplodono:
- centinaia di migliaia di follower tra Instagram e TikTok,
- milioni di visualizzazioni complessive,
- un pubblico che non è fatto solo di credenti praticanti, ma anche di curiosi e non credenti che si fermano ad ascoltare.
La popolarità online lo porta anche fuori dall’ambiente ecclesiale:
- ospitate in podcast e format come Muschio Selvaggio con Fedez;
- interviste, festival, eventi pubblici;
- invito al Giubileo degli influencer cattolici a Roma nel 2025, dove viene presentato come uno dei volti simbolo di una nuova generazione di preti digitali.
Per molti ragazzi diventa il prete che “parla come noi”, quello che prova a portare il linguaggio dell’oratorio dentro l’algoritmo.
Le prime crepe: polemiche sugli integratori e limiti del prete social
La fama, però, porta anche tensioni.
Nell’autunno 2025 Ravagnani pubblica un reel sponsorizzato in cui promuove una linea di integratori per il benessere fisico e mentale, collegando la cura del corpo all’energia necessaria per la vita pastorale.
Il video viene indicato come “partnership retribuita” con un brand commerciale e scatena una pioggia di critiche:
- c’è chi parla di “prete pubblicità”,
- chi accusa di trasformare la figura del sacerdote in un testimonial di prodotti,
- chi contesta l’idea stessa di inserire il messaggio del Vangelo dentro logiche di marketing.
La Curia di Milano interviene in modo informale, giudicando l’operazione “inopportuna” e chiedendo maggiore prudenza nella gestione della propria immagine pubblica.
Intanto l’arcivescovo Mario Delpini, senza citare solo lui, aveva già espresso in passato perplessità sull’uso massiccio dei social da parte dei preti, richiamando al primato delle relazioni reali rispetto alla semplice visibilità digitale. In questo clima, Ravagnani resta il caso più evidente dei limiti e delle possibilità del “prete influencer”.
L’annuncio: “ho scelto di lasciare il ministero sacerdotale”
Il 31 gennaio 2026 è il giorno della svolta.
Con una nota ai fedeli, il vicario generale dell’arcidiocesi di Milano, mons. Franco Agnesi, comunica che don Alberto Ravagnani ha deciso di sospendere il ministero presbiterale:
- non è più vicario parrocchiale a San Gottardo al Corso;
- non è più collaboratore della Pastorale giovanile;
- non svolge più pubblicamente le funzioni sacerdotali.
Poche ore dopo, è lo stesso Ravagnani a parlare direttamente ai suoi follower in un video breve:
«Mi chiamo don Alberto Ravagnani, sono un prete e ho scelto di lasciare il ministero sacerdotale. Le ragioni della mia scelta sono tante e complesse… Non indosserò il colletto, non celebrerò la messa, ma il mio cuore sarà sempre lo stesso, anzi adesso forse persino più libero e più vero.»
Non entra nei dettagli, promette un video lungo su YouTube e rimanda al libro “La scelta” per un racconto più profondo del percorso che l’ha portato fin qui.
Perché Alberto Ravagnani ha lasciato il sacerdozio
Le domande che tutti si fanno sono le stesse: perché? è una crisi di fede? c’entra la bufera social? c’è una storia personale dietro?
Da quello che ha raccontato finora, la risposta è più sfumata di un semplice “sì” o “no”.
Un ruolo che non basta più
Nelle conversazioni pubbliche degli ultimi mesi, Ravagnani spiega che il problema non è tanto il Vangelo, quanto il ruolo sociale del prete:
- racconta che il modo in cui la vita sacerdotale è strutturata “non gli basta più”;
- parla di un ruolo pieno di aspettative, obblighi, confini, che sente sempre più stretto rispetto a ciò che percepisce come la sua chiamata attuale;
- descrive una dissonanza tra ciò che “dovrebbe essere” come prete e ciò che si sente chiamato a fare e vivere oggi.
In sintesi: non è un rifiuto della fede, ma della forma concreta con cui quella fede viene incarnata nel ministero sacerdotale.
La ricerca di libertà interiore
In più passaggi, Ravagnani usa la parola libertà:
- dice di aver creduto per anni di essere libero dentro il ruolo di prete,
- poi, a un certo punto, si accorge che quella libertà non è più piena;
- parla di un cuore che sente il bisogno di essere “più vero e più libero”.
Non nega il bene ricevuto e fatto come sacerdote, ma dichiara di non riuscire più a viverlo senza sentirsi schiacciato da un vestito che non sente più suo.
Il treno è lo stesso, cambiano i binari
In un’immagine che è già diventata simbolica, Ravagnani dice che:
«Il treno è rimasto lo stesso, ma sono cambiati i binari.»
Cosa significa?
Che la direzione di fondo – parlare di Dio, cercare il senso della vita, accompagnare le domande dei giovani – rimane, ma non vuole più farlo come prete all’interno della struttura canonica della Chiesa.
Le “ragioni tante e complesse” di cui parla non sono ancora tutte pubbliche: saranno, con ogni probabilità, al centro del libro e del video annunciati.
Cosa farà adesso
Uscire dal ministero non significa scomparire. Anzi.
Alberto Ravagnani ha già chiarito che:
- continuerà a parlare di fede, interiorità, domande esistenziali,
- non rinnega il suo legame con il cristianesimo,
- non esclude di continuare a rivolgersi ai giovani attraverso libri, incontri, contenuti digitali.
Resta da capire quale forma concreta prenderà questa nuova fase: conferenze, percorsi di crescita personale, progetti editoriali, o qualcosa di ancora diverso. Di certo, con la sua scelta, passa da “prete che abita i social” a personaggio pubblico che si porta dietro un pezzo di esperienza ecclesiale.
Le reazioni della Chiesa e dei follower
La diocesi di Milano ha scelto un tono sobrio: nessuna polemica, solo l’invito alla preghiera e al rispetto, consapevole che questa decisione apre ferite in tanti ragazzi che lo hanno avuto come guida spirituale.
Nel mondo cattolico le reazioni si dividono:
- c’è chi vede nella sua scelta il segno di una crisi di modello: troppo peso sulle spalle dei singoli preti, aspettative irrealistiche, poca libertà nel confronto con il mondo digitale;
- c’è chi punta il dito contro gli eccessi del “prete influencer”, mettendo in guardia dai rischi di protagonismo e spettacolarizzazione;
- altri sacerdoti molto seguiti sui social, invece, lo difendono apertamente, ricordando che il fallimento di una persona non coincide con il fallimento della fede e invitando a non trasformare la sua scelta in un processo pubblico.
Sotto i suoi video, i commenti dei giovani mescolano delusione, affetto e sostegno. C’è chi scrive che si sente tradito, chi lo ringrazia per aver condiviso anche la fragilità, chi spera che continui comunque a parlare di senso e spiritualità, anche senza colletto.
Domande frequenti su Alberto Ravagnani
Quanti anni ha Alberto Ravagnani?
È classe 1993. Nel 2026 ha poco più di trent’anni.
Perché ha lasciato il sacerdozio?
Secondo quanto ha raccontato lui, non è una crisi di fede improvvisa, ma una dissonanza crescente tra il ruolo istituzionale del prete e ciò che sente di essere chiamato a vivere oggi. Dice che la vita sacerdotale non gli bastava più e che aveva bisogno di una forma di vita più libera e vera.
È ancora prete?
Dal 31 gennaio 2026 ha sospeso il ministero presbiterale: non svolge più servizi pastorali, non celebra Messa in pubblico e non ricopre incarichi ufficiali nella diocesi. Restano in corso le procedure canoniche previste dalla Chiesa per chi chiede la dispensa.
C’entra la polemica sugli integratori con la sua scelta?
La campagna sugli integratori ha sicuramente alimentato tensioni e critiche, ma lui stesso parla di “ragioni tante e complesse”, legate soprattutto al suo percorso interiore. Non ci sono fonti serie che riducano tutto a quell’episodio.
Continuerà a parlare di fede e spiritualità?
Sì. Ravagnani ha già spiegato che non abbandona il messaggio del Vangelo e il dialogo con i giovani, ma vuole farlo in forme nuove, fuori dal ruolo di sacerdote. Il libro “La scelta” e il video lungo annunciato sono il primo passo di questa nuova fase.
“Head Staff”, giornalista pubblicista laureata in letteratura, amo scrivere e apprendere costantemente cose nuove. Trovo che il mestiere del giornalista sia uno dei più affascinanti che esistano. Ti consente di apprendere, di conoscere il mondo, farti conoscere e di entrare in simbiosi con il lettore






