Per il cinema portoghese è come se si fosse spenta una luce di quelle che non fanno rumore ma cambiano l’aria in una stanza. João Canijo, uno dei registi più radicali e coerenti del suo Paese, è morto il 29 gennaio 2026 a Vila Viçosa, nell’Alentejo, a 68 anni. Una scomparsa improvvisa, arrivata mentre stava ancora lavorando al montaggio del suo nuovo dittico, l’ennesimo tuffo negli abissi delle relazioni umane.
Dietro il suo nome non c’erano blockbuster e tappeti rossi hollywoodiani, ma quarant’anni di cinema duro, compatto, pieno di famiglie allo stremo e donne che resistono. Un percorso che da Porto l’aveva portato ai festival di tutto il mondo, fino all’Orso d’argento vinto alla Berlinale nel 2023 con “Mal Viver”.
Le origini: Porto, il ’57 e la generazione post-rivoluzione
João Canijo nasce a Porto il 10 dicembre 1957. È figlio di quella generazione che cresce nell’ultimo respiro del regime di Salazar e attraversa da giovane la Rivoluzione dei Garofani.
Il Portogallo che ha intorno non è quello patinato delle cartoline turistiche: è un Paese che prova a reinventarsi, tra periferie, emigrazione, ferite ancora aperte. Quel mondo tornerà ovunque nei suoi film, sotto forma di case stipate, bar rumorosi, famiglie sull’orlo del crollo.
Prima ancora di firmare un ciak suo, Canijo sceglie la strada più umile e formativa: il lavoro sul set accanto agli altri.
Gli anni da aiuto regista con Oliveira, Wenders, Tanner
Quando si parla di “scuola”, nel suo caso non si intende quella accademica. João Canijo impara il mestiere facendo l’aiuto regista per alcuni giganti del cinema europeo.
Lavora con Manoel de Oliveira, padre nobile del cinema portoghese, e con tre nomi che definiscono un certo modo di intendere il cinema d’autore:
- Wim Wenders, che racconta le geografie della solitudine
- Werner Schroeter, radicale e barocco
- Alain Tanner, voce storica del cinema svizzero
È su quei set che Canijo assorbe una lezione chiara: il cinema può essere politico senza slogan, violento senza pistole, emotivo senza melodramma facile. Quando finalmente si mette in proprio, il percorso è già tracciato.
Gli esordi: “Três Menos Eu” e il nuovo cinema portoghese
Il debutto nel lungometraggio arriva nel 1988 con “Três Menos Eu”. È un film che – diranno i critici – annuncia un nuovo cinema portoghese, più sporco, più vicino alle vite reali, lontano sia dal folklore che dalla pura astrazione.
Seguono altri titoli che quasi mai finiscono nelle sale mainstream italiane, ma che fanno il giro dei festival:
- “Filha da Mãe”
- “Alentejo sem lei”
- “Sapatos pretos”
Già qui si vede il marchio di fabbrica: storie di margine, dove la famiglia è spesso una trappola, le relazioni affettive sono un campo di battaglia e le case sembrano labirinti emotivi da cui è impossibile uscire interi.
Emigrazione, periferie, pellegrinaggi: i film che l’hanno fatto conoscere
Negli anni Duemila il suo cinema comincia a viaggiare più forte fuori dal Portogallo.
Con “Ganhar a Vida” porta sullo schermo l’emigrazione portoghese in Francia: non il mito del successo all’estero, ma la fatica quotidiana, le famiglie spaccate tra un Paese e l’altro, il prezzo emotivo di chi se ne va e di chi resta.
Con “Noite Escura” (2004) firma un noir familiare nerissimo, liberamente ispirato al mito di Ifigenia: traffici illeciti, tensioni incestuose, un’oscurità più psicologica che criminale.
Nel 2011 arriva “Sangue do Meu Sangue” (“Blood of My Blood”), forse il suo film più celebrato: un ritratto corale di una famiglia della periferia di Lisbona, fatto di cucina sovraffollata, segreti che passano da una stanza all’altra, amori e ricatti. Il Portogallo lo sceglie come candidato agli Oscar per il miglior film straniero: non entrerà nella cinquina, ma per molti Canijo diventa da lì in poi il nome di punta del cinema lusitano contemporaneo.
Nel 2017 con “Fátima” sposta lo sguardo su un gruppo di donne in pellegrinaggio a piedi verso il santuario mariano. Non c’è esaltazione devozionale, ma un’attenzione quasi documentaria alle gambe gonfie, alle vesciche, alle chiacchiere stanche, ai piccoli conflitti che nascono e si spegnono lungo la strada. Anche qui, il miracolo – se c’è – passa dai corpi.
“Mal Viver” e “Viver Mal”: l’Orso d’argento e il dittico gemello
Il 2023 è l’anno in cui il grande pubblico cinefilo internazionale impara a pronunciare il suo nome. Alla Berlinale presenta un dittico:
- “Mal Viver” (“Male di vivere”)
- “Viver Mal” (“Vivere male”)
Due film che raccontano lo stesso mondo da lati diversi di uno specchio: un hotel di famiglia affacciato sull’oceano, gestito quasi esclusivamente da donne, e gli ospiti che arrivano per pochi giorni portandosi dietro i propri fantasmi.
In “Mal Viver” il centro è l’albergo e la dinamica feroce tra madri e figlie, sorelle, generazioni che si tengono insieme a colpi di rancore e bisogno. In “Viver Mal”, invece, lo sguardo si sposta sulle coppie e sui gruppi che passano per quelle stanze: storie d’amore esauste, tradimenti, segreti che emergono sul bordo delle piscine e nelle camere con vista.
“Mal Viver” vince l’Orso d’argento – Premio della Giuria. Non è solo un premio: è la conferma che il suo modo di fare cinema, così poco accomodante, parla a un pubblico molto più vasto di quello di nicchia.
Uno stile riconoscibile: famiglie allo stremo e spazi chiusi
Se c’è una cosa che rende riconoscibile il cinema di João Canijo, è il modo in cui mette le persone in una stanza e le lascia esplodere.
Alcuni tratti tipici:
- famiglie disfunzionali come nucleo narrativo principale
- dialoghi lunghi, spesso sovrapposti, in cui i personaggi si feriscono senza filtri
- uso di spazi chiusi (cucine, camere d’albergo, bar di periferia) come se fossero gabbie
- centralità delle donne, spesso madri, figlie, sorelle che portano sulle spalle il peso economico ed emotivo del gruppo
- attenzione ai corpi stanchi: lavoratori, pellegrine, cameriere, persone che vivono in tensione costante
Il risultato è un cinema che può risultare scomodo, a tratti soffocante, ma che fatica a lasciare indifferenti. Non c’è estetica del miserabile, non c’è compiacimento nel dolore: c’è piuttosto un’ostinazione a guardare in faccia il non detto delle relazioni.
L’ultimo set: il dittico sul teatro interrotto dalla morte
Al momento della morte, João Canijo aveva appena finito di girare un nuovo dittico. I titoli di lavorazione ruotano attorno a due progetti speculari:
- un film sui conflitti tra un regista teatrale e le sue attrici, dietro le quinte di uno spettacolo in prova
- un secondo film che porta sullo schermo il dramma stesso, la pièce provata dai personaggi del primo
Ancora una volta, dunque, lo stesso mondo osservato da due punti di vista: la vita e la messa in scena, il lavoro e il risultato, il retroscena e il palcoscenico.
La scomparsa del regista arriva mentre la post-produzione è in corso. Sarà da capire come e quando questi film vedranno la luce, ma è già chiaro che si tratterà del suo testamento cinematografico.
Che cosa lascia João Canijo al cinema portoghese
Con la sua morte, il Portogallo perde una delle voci più coerenti e riconoscibili del proprio cinema. In quasi quattro decenni di lavoro ha:
- portato storie di periferia e famiglie in guerra ai festival di mezzo mondo
- tenuto insieme la lezione dei maestri (Oliveira in primis) e un realismo sporco, contemporaneo
- lavorato nel tempo con una sorta di “compagnia” di attori e attrici ricorrenti, costruendo legami artistici profondi
- mostrato un Paese lontano dalle cartoline, ma anche lontano dai cliché del “cinema povero” inteso solo come vittimismo
Resta una filmografia compatta, difficile da incasellare, che oggi molti riscopriranno partendo proprio dai titoli più recenti.
FAQ su João Canijo
Chi era João Canijo?
Era un regista e sceneggiatore portoghese, nato a Porto nel 1957 e considerato uno dei nomi più importanti del cinema d’autore lusitano. Ha lavorato dagli anni Ottanta fino alla morte, avvenuta nel gennaio 2026.
Di che cosa è morto João Canijo?
È morto improvvisamente a 68 anni nella sua casa di Vila Viçosa, nell’Alentejo. Le prime notizie parlano di un malore improvviso, mentre era ancora impegnato sulla post-produzione del suo ultimo progetto.
Quali sono i film più importanti di João Canijo da recuperare?
Tra i titoli più citati ci sono “Três Menos Eu”, “Ganhar a Vida”, “Noite Escura”, “Sangue do Meu Sangue”, “Fátima” e il dittico “Mal Viver” / “Viver Mal”, con cui ha conquistato l’Orso d’argento a Berlino.
Che cosa ha vinto alla Berlinale?
Nel 2023 ha vinto l’Orso d’argento – Premio della Giuria con “Mal Viver”, primo capitolo del dittico ambientato in un hotel di famiglia gestito da donne.
Perché è considerato importante nel cinema portoghese?
Perché ha contribuito a rinnovare il linguaggio del cinema nazionale, portando sullo schermo famiglie disfunzionali, periferie, pellegrinaggi, relazioni logorate, con uno stile riconoscibile e una coerenza rara nel panorama europeo.

Sono giornalista pubblicista laureata in letteratura e content manager con una grande passione per la scrittura






