Se passi in una certa via di Piacenza nelle giornate umide d’inverno, c’è un punto preciso in cui l’aria cambia.
Prima senti solo traffico, gente che va di fretta. Poi, all’improvviso, arriva un odore rotondo: cioccolato caldo, zucchero caramellato, frutta secca tostata. È lì che capisci di essere vicino alla pasticceria–cioccolateria Falicetto.
Dietro le vetrine non c’è solo un banco di pasticcini: c’è un laboratorio che, dal 1985, lavora il cioccolato come se fosse una materia viva, da ascoltare e da addomesticare ogni giorno.
Una storia che parte da un giovane piemontese e arriva nel cuore di Piacenza
La storia comincia con Aldo Scaglia, giovane pasticciere piemontese che negli anni Ottanta sceglie Piacenza come casa professionale.
L’idea è chiara fin dall’inizio: portare in città una pasticceria artigianale fortemente centrata sul cioccolato, con lavorazioni curate e un’attenzione maniacale alla materia prima.
Nasce così la Pasticceria Falicetto, che nel tempo diventa un punto di riferimento: prima per i piacentini, poi per chi, viaggiando, scopre che in quella via c’è un posto dove il cioccolato non è un ingrediente qualunque, ma il centro del discorso.
Col passare degli anni arrivano riconoscimenti, citazioni sulle guide, premi in concorsi italiani e internazionali. Ma l’impressione, entrando, è che tutto sia rimasto sorprendentemente semplice: laboratorio, profumo, vetrina, persone.
L’arte del cioccolato: dalle cabossidi al banco
Il cuore del mestiere, qui, è il cioccolato artigianale.
Non si parte dalla tavoletta industriale, ma dai semi di cacao – selezionati da piantagioni considerate di pregio, con particolare attenzione alle varietà Grand Cru di Criollo provenienti da Paesi come Venezuela, Ecuador, Giava.
Il percorso, raccontato così, sembra quasi una piccola geografia del gusto:
- le cabossidi vengono raccolte solo quando sono a maturazione ottimale;
- le fave vengono fermentate, essiccate, tostate con curve di temperatura studiate per non bruciare i profumi più delicati;
- il cacao passa poi attraverso un lento concaggio, quel lavoro senza fretta che rende la massa vellutata, equilibrata, pronta a diventare tavoletta, pralina, ripieno.
In laboratorio questa attenzione si traduce in un gesto molto concreto: assaggiare, correggere, aspettare.
Ogni copertura scelta per i cioccolatini ha un perché: più acida, più fruttata, più amara, più rotonda. L’obiettivo non è stupire a tutti i costi, ma far parlare il cacao, lasciando che ogni origine racconti il proprio carattere.
Torte e dessert: estetica e ingredienti naturali
Falicetto non è “solo” cioccolato.
Il banco delle torte è un piccolo catalogo di possibilità: dalle creazioni più ricche e scenografiche – glasse lucide, decori in cioccolato, giochi di volumi – alle versioni più essenziali, dove a dominare sono una buona pasta frolla, una crema ben fatta, una frutta di stagione trattata con rispetto.
La linea è chiara:
- ingredienti naturali,
- latte, panna, burro, uova provenienti da aziende certificate,
- niente scorciatoie che compromettano gusto e digeribilità.
Le torte vengono pensate come “festa dei sapori e dell’estetica”: non solo belle da fotografare, ma soddisfacenti da mangiare, dal primo all’ultimo morso.
Piacenza in un cioccolatino: Piacerino, Sgranfgnòn e altri racconti
Ogni città ha i suoi dolci-simbolo. A Piacenza, negli ultimi anni, alcuni di questi passano proprio per Falicetto.
Il più famoso è forse il Piacerino, definito spesso “cioccolatino di Piacenza”:
- una pralina incartata in bianco e rosso, i colori della città,
- un ripieno che gioca con aromi e consistenze legate al territorio,
- una forma semplice, quasi timida, che però racconta un pezzo di identità locale a ogni assaggio.
Poi c’è lo Sgranfgnòn, il cui nome dialettale già fa sorridere.
Dentro, una ciliegia duracina di Villanova sull’Arda – zona storica per questa varietà – lavorata con liquore e cioccolato fondente. Il risultato è un boccone intenso, in cui il frutto mantiene la sua personalità e non viene “coperto” dal cacao.
E ancora: i boeri che, negli anni recenti, hanno conquistato premi in concorsi dedicati al cioccolato, e che qui vengono trattati come pezzi di repertorio da aggiornare senza tradirli.
DiPC: quando la pancetta incontra il fondente
Tra tutte le creazioni, una ha fatto parlare molto di sé: il DiPC, acronimo che sta per “Piacenza, pancetta e cioccolato”.
Sì, hai letto bene: pancetta piacentina DOP e cioccolato.
L’idea nasce dal desiderio di spingersi oltre il confine del dolce classico e di esplorare la zona grigia tra gastronomia e cioccolateria. Nel DiPC:
- la pancetta, lavorata con grande attenzione, porta sapidità, grassezza, note affumicate;
- il cioccolato – spesso un fondente di origine precisa, come un Guatemala – aggiunge profondità aromatica, amarezza elegante, leggere note fruttate;
- il tutto viene racchiuso in una pralina che, al morso, è croccante, morbida, sorprendente.
È un cioccolatino che non si limita a essere “buono”: divide, incuriosisce, invita all’assaggio consapevole. Non a caso è stato riconosciuto come miglior cioccolatino gastronomico in competizioni di settore.
Fantasia, ricerca, arte: quando il dessert incontra la pittura
Un’altra faccia di Falicetto è quella che gioca con l’arte.
In alcune occasioni, il laboratorio ha dato vita a progetti come “Le Delizie dell’Arte”, in cui il Maestro Falicetto ha reinterpretato in chiave dolce dipinti esposti in galleria.
L’idea è affascinante:
- guardare un quadro,
- isolare colori, luci, atmosfera,
- trasformarli in dolce al piatto, torta, cioccolatino.
È un modo per dire che la pasticceria, qui, non è solo produzione quotidiana, ma anche linguaggio creativo.
Accanto alla manualità del temperaggio e alle ricette calibrate al grammo convivono intuizione, fantasia, voglia di sperimentare.
Terra di valori: la materia prima come scelta culturale
Essere a Piacenza non è un dettaglio marginale.
La pasticceria ha scelto di valorizzare la collaborazione con produttori locali e con chi promuove il marchio “Piacenza Terra di Valori”, a sottolineare il legame con un territorio ricco di materie prime d’eccellenza.
Questo si traduce in:
- uso di pancetta piacentina DOP in creazioni come il DiPC,
- attenzione a frutta e ingredienti delle campagne circostanti,
- volontà di rappresentare Piacenza non solo nelle forme e nei colori, ma nei sapori concreti.
Il concetto è chiaro: un dolce non è mai solo zucchero e cioccolato, ma un modo per raccontare paesaggi, stagioni, relazioni con chi coltiva, alleva, produce.
Il laboratorio come bottega contemporanea
Dietro il banco, il laboratorio di Falicetto funziona come una bottega contemporanea:
- ritmi serrati, certo,
- ma anche attenzione ai dettagli che non si vedono: la tempera giusta, il raffreddamento controllato, il colaggio preciso, il taglio netto.
Ogni giorno si ripete lo stesso rito:
- arrivano latte, panna, burro, uova da fornitori selezionati;
- si controllano le partite di cioccolato e di fave di cacao;
- si preparano impasti, creme, ganache, ripieni;
- si assemblano torte, dessert monoporzione, praline, biscotti.
A colpo d’occhio sembra tutto naturale, ma dietro c’è una tecnica rigorosa, affinata in decenni di lavoro: curve di temperatura, tempi di riposo, bilanciamenti, abbinamenti.
Dessert bar e quotidianità: non solo “dolci delle grandi occasioni”
Falicetto non è una pasticceria da visitare solo a Natale o a Pasqua.
Negli anni si è affermata anche come dessert bar, luogo di colazioni, pause caffè, merende dove il dolce non è un lusso raro ma un piacere misurato, da vivere anche nella quotidianità.
Accanto alle torte importanti e alle scatole di cioccolatini da regalo, ci sono:
- lievitati da colazione,
- piccola pasticceria,
- monoporzioni studiate per chi ha voglia di un dessert completo senza impegnarsi in una torta intera.
È il modo in cui una cioccolateria d’autore entra nella vita reale delle persone: non solo bomboniera per le feste, ma rito del mattino, consolazione di mezza giornata, chiusura dolce dopo una giornata complicata.
Un cioccolatino come biglietto da visita
Alla fine, se dovessimo riassumere Falicetto in una sola immagine, sarebbe probabilmente questa:
una scatola aperta, il profumo di cacao che sale, dita che esitano un secondo prima di scegliere, e poi quel morso breve, concentrato, che ti costringe a fermarti un attimo.
Dentro un Piacerino, uno Sgranfgnòn, un DiPC, non ci sono solo ingredienti: c’è l’eco di una città, la storia di un pasticciere che negli anni Ottanta ha deciso di rischiare su un laboratorio di cioccolato, il lavoro quotidiano di un team che continua a credere che il dolce sia una cosa molto seria.
E che, proprio per questo, debba sempre riuscire a strapparti un sorriso. Magari piccolo, magari fugace. Ma sincero.

Sono giornalista pubblicista laureata in letteratura e content manager con una grande passione per la scrittura






