Valentino Garavani, addio all’“imperatore della moda”: è morto a 93 anni nella sua casa di Roma

Daniela Devecchi

Valentino Garavani, addio all’“imperatore della moda”: è morto a 93 anni nella sua casa di Roma

Valentino Garavani se n’è andato così, in silenzio, nella sua casa a Roma, oggi 19 gennaio 2026. Aveva 93 anni. A dare l’annuncio è stata la Fondazione Valentino Garavani e Giancarlo Giammetti, spiegando che il designer è morto serenamente, circondato dall’affetto dei suoi cari. Una frase semplice, quasi sussurrata, per chi ha passato la vita a creare abiti che, invece, parlavano fortissimo.

La notizia della morte e l’ultimo saluto

La notizia è rimbalzata in pochi minuti dalle agenzie alle prime pagine di giornali e siti in tutto il mondo: l’“imperatore della moda”, come da anni lo chiamava la stampa internazionale, non c’è più.

Roma si prepara ora a salutarlo anche fisicamente: è prevista una camera ardente nella capitale, negli spazi legati al mondo Valentino, e un funerale solenne in una delle basiliche storiche della città. Sarà un addio pubblico, com’è inevitabile per qualcuno che ha vestito first lady, star di Hollywood, regine, principesse e metà dei red carpet del pianeta.

Intanto, sui social e nelle dichiarazioni ufficiali, si sono moltiplicati i messaggi di cordoglio: politici, colleghi stilisti, maison rivali e alleate, attrici e muse di ieri e di oggi. Tutti con lo stesso filo rosso (in tutti i sensi): senza Valentino, la moda italiana non sarebbe quella che conosciamo.

Da Voghera al mondo: una favola cominciata in provincia

Non è curioso che uno degli uomini più associati alla parola “lusso” sia nato in una cittadina di provincia? Valentino Clemente Ludovico Garavani viene alla luce a Voghera, in Lombardia, l’11 maggio 1932. Famiglia normale, contesto borghese, niente nascite in palazzi nobiliari.

Fin da ragazzino, però, è attratto dal disegno, dai tessuti, da quell’eleganza un po’ rarefatta che vede sulle riviste e nei cinema dell’epoca. Appena può, lascia l’Italia e vola a Parigi: studia alla Chambre Syndicale de la Couture, fa pratica negli atelier giusti (Jean Dessès, Guy Laroche), impara cosa vuol dire costruire un abito vero, punto dopo punto.

Quando rientra in Italia, alla fine degli anni Cinquanta, Roma è nel pieno della Dolce Vita. Cinecittà, le star americane, Via Veneto. È qui che decide di aprire il suo atelier. L’inizio non è semplice, i conti non tornano sempre, ma c’è una cosa che colpisce tutti: quella sua idea ostinata di bellezza assoluta. In quegli anni entra nella sua vita Giancarlo Giammetti, che diventerà compagno, socio, alleato in tutto.

La consacrazione e il “rosso Valentino”

La vera svolta arriva nel 1962, quando Valentino porta le sue creazioni a Firenze, alle sfilate di Palazzo Pitti. È un trionfo: la stampa internazionale se ne accorge, Vogue inizia a parlarne, le clienti più facoltose lo cercano. È l’inizio della leggenda.

In quegli anni nasce anche uno dei codici più famosi della moda: il rosso Valentino. Non un rosso qualsiasi, ma una tonalità precisa, accesa e sofisticata al tempo stesso, capace di farsi riconoscere a metri di distanza. Quell’onda rossa diventerà per decenni la sua firma: abiti da sera, mantelle, cappe, drappeggi che sembrano muoversi anche nelle foto, tanto l’occhio è abituato a immaginarli in movimento.

Il suo stile? Femminile fino in fondo, mai minimalista, sempre teatrale ma controllato. Pizzi, rouches, fiocchi, ma con una struttura rigorosissima sotto. Non c’è nulla di casuale, in un abito Valentino: ogni taglio è architettura, ogni dettaglio è studiato per valorizzare chi lo indossa e farla sentire protagonista.

Le donne di Valentino: da Jackie Kennedy a Hollywood

Se ti dicessimo che basta guardare qualche foto di gala dagli anni Sessanta ai Duemila per trovare sempre, da qualche parte, un Valentino?

La lista delle sue clienti storiche sembra un riassunto della cultura pop occidentale: Jacqueline Kennedy (poi Onassis), Sophia Loren, Elizabeth Taylor, Audrey Hepburn, le principesse europee, le regine del jet set. E, più avanti, Julia Roberts, Cate Blanchett, Anne Hathaway, le star di Hollywood che scelgono i suoi abiti per gli Oscar e i grandi festival.

Indimenticabile il vestito bianco e nero indossato da Julia Roberts agli Oscar del 2001, così come l’abito di pizzo delicatissimo scelto da Cate Blanchett nel 2004. Sono look che hanno fatto storia, citati ancora oggi come esempio di eleganza “senza tempo”, quell’aggettivo che accompagna spesso il nome Valentino.

Non a caso, la stampa anglosassone lo definirà “fashion’s Last Emperor”, l’ultimo imperatore della moda, titolo ripreso anche dal documentario “Valentino: The Last Emperor” che lo ha raccontato dietro le quinte, tra atelier, sfilate e vita privata.

Il ritiro dalle passerelle e un’eredità enorme

Dopo oltre 45 anni di carriera, nel 2007 annuncia il ritiro. Nel 2008 sfila per l’ultima volta come direttore creativo della maison che porta il suo nome. È una passerella d’addio piena di top model storiche, colleghi commossi, applausi infiniti. Lui saluta, ringrazia, e lascia il timone a nuove generazioni di stilisti.

Da allora Valentino resta una figura presente, ma defilata: eventi selezionati, qualche apparizione speciale, mostre a lui dedicate, la creazione del museo virtuale e delle iniziative culturali della Fondazione Valentino Garavani e Giancarlo Giammetti.

La maison continua a vivere con altri direttori creativi, che reinterpretano l’eredità del fondatore: il rosso, la couture, l’idea di una femminilità forte e romantica. Ma il nome “Valentino”, nell’immaginario collettivo, resta legato soprattutto a lui, all’uomo in doppiopetto impeccabile, abbronzatura costante, sguardo severo e ironico allo stesso tempo.

Le reazioni: “Un pezzo di Italia se ne va con lui”

Le prime dichiarazioni arrivate dalla politica italiana parlano di una perdita per il Paese intero. Viene ricordato come “un orgoglio nazionale”, un ambasciatore del made in Italy che ha portato l’eleganza italiana sulle spalle delle donne più osservate al mondo.

Dalle riviste di moda italiane e internazionali arriva un coro unanime: senza Valentino, la storia della couture sarebbe diversa. C’è chi sottolinea il suo perfezionismo, chi ricorda la capacità di creare sogni in tessuto, chi lo ringrazia per aver ispirato intere generazioni di stilisti.

Molti colleghi raccontano aneddoti privati: una prova abito durata ore per aggiustare un drappeggio, una parola gentile dietro le quinte, la generosità nel trasmettere i segreti del mestiere. Dettagli che, messi insieme, restituiscono l’immagine di un uomo esigente, ma profondamente innamorato del proprio lavoro.

Un addio che è anche un archivio vivo

Cosa resta, oggi, dopo la sua morte?

Resta un archivio immenso di abiti, schizzi, accessori, conservati e studiati come si fa con le opere d’arte. Resta una fondazione che continua a lavorare tra mostre, progetti culturali e iniziative digitali. Resta una maison che porta il suo nome, proiettata nel presente, ma inevitabilmente legata a quell’idea originaria di lusso romantico.

Soprattutto, resta un’immagine: una scia di rosso che attraversa decenni di moda, dai salotti romani della Dolce Vita ai red carpet di oggi.

Valentino Garavani se n’è andato nella sua casa di Roma, lontano dai riflettori. Ma i riflettori, in fondo, continuano a cercarlo: sulle passerelle, nelle foto d’archivio, nei sogni di chi, ancora oggi, immagina “un vestito da sera, ma fatto come lo farebbe Valentino”.

Ed è forse questa la vera misura di un’icona: quando il nome diventa aggettivo, stile, universo a sé.