La scena che ha rimesso la sicurezza al centro del dibattito pubblico è quella di un corridoio di scuola. In un istituto superiore di La Spezia, uno studente di 18 anni viene accoltellato in classe da un compagno: un coltello da cucina tirato fuori dallo zaino, una lite che degenera in pochi istanti, compagni sotto shock, insegnanti e sanitari che provano a intervenire. Il ragazzo non sopravvive.
Questo episodio non è isolato. Da mesi si susseguono casi di aggressioni con coltelli tra giovanissimi, risse di gruppo, video sui social dove le lame vengono esibite quasi come un accessorio. È su questo sfondo che il governo guidato da Giorgia Meloni sta mettendo a punto il nuovo pacchetto sicurezza, un insieme di misure che tocca coltelli, devianza giovanile, immigrazione, manifestazioni di piazza e poteri delle forze dell’ordine.
Un doppio binario: decreto subito, legge dopo
L’architettura del pacchetto ruota attorno a due strumenti distinti:
- un decreto legge sulla sicurezza, pensato per entrare in vigore subito dopo l’approvazione in Consiglio dei ministri;
- un disegno di legge sicurezza, destinato a un iter parlamentare più lungo e negoziato.
Dentro ci sono decine di norme che si raggruppano attorno ad alcuni assi principali: sicurezza urbana, devianza giovanile, immigrazione, gestione dell’ordine pubblico, tutela delle forze dell’ordine. Il linguaggio politico insiste su parole come “tolleranza zero”, “linea dura”, “difesa dei cittadini perbene”, mentre giuristi e associazioni parlano di un intervento che rischia di comprimere diritti e garanzie costituzionali.
Stretta sui coltelli: il “decreto anti lame”
Il capitolo che ha avuto più eco è quello legato ai coltelli.
Il governo vuole introdurre un regime molto più rigido per il porto e la vendita di lame e armi improprie:
- divieto di porto in luogo pubblico per una serie di coltelli e strumenti da taglio, anche se non utilizzati per commettere un reato;
- divieto di vendita ai minori di coltelli e oggetti considerati facilmente utilizzabili come armi;
- trasformazione di condotte oggi sanzionate in modo più leggero in veri e propri reati, con pene che possono arrivare fino a diversi anni di reclusione in caso di recidiva o di uso in gruppo.
Nel linguaggio quotidiano questo blocco viene già chiamato “decreto anti lame”. Il collegamento con l’omicidio di La Spezia e con altri fatti di cronaca è diretto: l’obiettivo dichiarato è togliere dal taschino, dallo zaino o dalla cintura di molti ragazzi quell’oggetto che oggi entra nelle scuole, nei locali, sui mezzi pubblici con troppa facilità.
“Anti-maranza”: baby gang, responsabilità dei genitori, social
Un altro pezzo importante del pacchetto riguarda la devianza giovanile. Il termine “maranza”, nato in gergo per indicare gruppi di adolescenti rumorosi e spesso aggressivi, è entrato nel lessico politico per definire quella zona grigia fatta di baby gang, risse, vessazioni, furti e violenze di gruppo.
Le bozze di testo prevedono:
- l’abbassamento dell’età a cui possono scattare ammonimenti formali e misure di prevenzione, arrivando a coinvolgere anche preadolescenti;
- una maggiore responsabilità civile ed economica dei genitori, con sanzioni e percorsi obbligatori nei casi in cui i figli commettano reati o atti di bullismo e cyberbullismo;
- la possibilità di applicare misure restrittive e arresti in flagranza con più facilità anche nei confronti di minori, in presenza di episodi violenti o uso di armi;
- un rafforzamento delle norme su cyberbullismo, minacce e istigazione alla violenza online, con particolare attenzione ai contenuti diffusi in gruppo sui social.
L’idea di fondo è rafforzare il messaggio che il comportamento tenuto in strada o online non è un gioco senza conseguenze. Al tempo stesso, diverse voci nel mondo giuridico e educativo temono che si risponda a fenomeni complessi soprattutto con l’arma penale, senza investire in modo strutturale su scuola, servizi sociali, presidi educativi nei quartieri difficili.
Sicurezza urbana: zone rosse, daspo e ordine pubblico
Sul fronte della sicurezza urbana, il pacchetto punta a rafforzare gli strumenti già esistenti e a introdurne di nuovi.
I prefetti dovrebbero poter istituire con maggiore facilità zone rosse in aree considerate critiche: stazioni, quartieri degradati, luoghi della movida dove si registra un alto numero di reati o di episodi di degrado. In queste zone sarebbe possibile applicare, in modo più esteso, misure come:
- daspo urbano, cioè il divieto di accesso a determinate aree per chi è ritenuto pericoloso o recidivo;
- allontanamenti immediati e ordini di non ritorno per chi crea turbative dell’ordine pubblico;
- controlli più serrati su assembramenti, vendite abusive, consumo di alcol in orari e luoghi sensibili.
Un altro fronte sensibile è quello delle manifestazioni di piazza. Le nuove norme dovrebbero consentire:
- fermi preventivi fino a diverse ore per persone individuate come potenzialmente pericolose (chi indossa caschi, protezioni, ha il volto coperto, porta oggetti ritenuti armi improprie);
- perquisizioni sul posto durante i cortei;
- aggravanti specifiche per reati commessi nel contesto di manifestazioni, come danneggiamenti, resistenza a pubblico ufficiale, lesioni.
Qui il confine è sottile: da una parte la volontà di evitare che cortei e sit-in siano copertura per violenze e devastazioni; dall’altra il rischio di comprimere il diritto di manifestare e di rendere più facile l’uso di strumenti preventivi nei confronti del dissenso organizzato.
Immigrazione e ONG: trattenimento, rimpatri, divieti alle navi
Il capitolo immigrazione rimane centrale nella narrazione della maggioranza.
Da un lato il pacchetto punta a rendere più automatico il trattenimento nei CPR (centri di permanenza per il rimpatrio) per gli stranieri irregolari destinatari di espulsione, trasformandolo di fatto nella via ordinaria in attesa del rimpatrio. Si rafforza il meccanismo del foglio di via: se ignorato, alla seconda violazione potrebbero scattare misure più pesanti e procedure accelerate di allontanamento.
Viene inoltre rivisto l’accesso al gratuito patrocinio per chi impugna un provvedimento di espulsione, con l’obiettivo di limitarlo ai casi in cui ci siano effettivamente i requisiti reddituali.
Dall’altro lato tornano in primo piano le navi delle ONG. Si amplia la possibilità per il Ministero dell’Interno di vietare l’ingresso nelle acque territoriali per periodi anche lunghi a imbarcazioni ritenute pericolose per l’ordine pubblico o la sicurezza nazionale. Un tassello che si aggiunge alle norme già varate negli ultimi anni e che hanno imposto rotte e porti di sbarco sempre più lontani alle navi umanitarie.
Le associazioni che si occupano di diritti dei migranti leggono questo passaggio come un ulteriore passo verso la criminalizzazione del soccorso in mare, mentre il governo lo presenta come parte di una strategia di controllo dei flussi e contrasto ai trafficanti.
Forze dell’ordine e “scudo penale”
Tra i punti più discussi c’è il tema della tutela degli operatori in divisa.
Nel disegno di legge è previsto un vero e proprio “scudo penale” per le forze dell’ordine. Quando un agente viene coinvolto in un uso della forza legato a legittima difesa, adempimento di un dovere, uso legittimo delle armi o stato di necessità, la magistratura non sarebbe più obbligata ad iscriverlo automaticamente nel registro degli indagati, come accade oggi in caso di fatto potenzialmente illecito.
Per il governo è uno strumento per evitare che ogni intervento complesso si trasformi in un procedimento penale prolungato e logorante a carico di poliziotti e carabinieri che stanno svolgendo il proprio lavoro. Per molti giuristi e associazioni è invece un arretramento dei controlli democratici sull’uso della forza da parte dello Stato, con il rischio di rendere più difficile accertare eventuali abusi.
Nel pacchetto compaiono anche risorse aggiuntive per la sicurezza urbana, con fondi destinati a Comuni e polizie locali, da finanziare anche attraverso una quota di tassa di soggiorno e parte dei proventi delle multe.
Un equilibrio ancora da scrivere
Il nuovo pacchetto sicurezza nasce esplicitamente in risposta a fatti di cronaca ravvicinati: l’omicidio in una scuola, le aggressioni con coltelli tra giovanissimi, le tensioni legate all’immigrazione e ai flussi via mare, gli scontri in piazza.
Nel racconto politico è la risposta a una richiesta di “più sicurezza” che arriva dai territori, dai sindaci, dai cittadini. In quella di opposizioni, associazioni e una parte del mondo giuridico è un intervento che rischia di spingere sempre di più il diritto penale verso il controllo preventivo, soprattutto su quattro categorie: giovani marginalizzati, stranieri, manifestanti, persone che vivono o frequentano le periferie urbane.
La partita, adesso, si gioca nei testi definitivi e poi nelle aule parlamentari: lì si vedrà quanto resterà di questa versione del pacchetto, quali norme saranno limate, quali irrigidite, quali eventualmente stralciate.
In mezzo, a fare da contrappunto alle bozze e ai comunicati, restano le immagini delle classi sconvolte, dei ragazzi in lacrime davanti alle scuole, dei medici che provano a rianimare un diciottenne trafitto in un corridoio. È da qui che il governo dice di voler ripartire; sarà da qui che, nei prossimi mesi, verrà giudicata la tenuta reale – non solo simbolica – del nuovo pacchetto sicurezza.

Sono giornalista pubblicista laureata in letteratura e content manager con una grande passione per la scrittura






