La notte di Capodanno, a Vercelli, doveva essere solo rumore di botti, musica che sale dai balconi, brindisi nei salotti e qualche risata nel cortile. Invece, in un condominio di via Giacomo Leopardi 11, quella notte ha lasciato una ferita che non si chiuderà tanto presto.
Lì viveva Bruno Savoia, 43 anni, insieme alla compagna Grazia. Un uomo qualunque, un indirizzo qualunque, l’idea – sbagliata e fatale – di un petardo artigianale “più forte degli altri”. Diciotto giorni dopo, Bruno è morto all’ospedale Sant’Andrea. Di mezzo, un’esplosione devastante, un braccio distrutto, un addome lacerato, una corsa in auto al pronto soccorso, le denunce sui ritardi del 118 e un’intera città che si ritrova a parlare di botti non per festa, ma per cronaca nera.
Chi era Bruno Savoia e dove viveva
Di Bruno, nei racconti dei giornali, non ci sono grandi biografie. Non c’è il curriculum, non ci sono mille dettagli sulla sua vita professionale. C’è quello che basta per dare un volto alla vittima:
- 43 anni,
- residente a Vercelli,
- abitava in un condominio di via Giacomo Leopardi 11,
- conviveva con la compagna Grazia.
Una vita normale, in un palazzo come tanti. Quella notte, come succede spesso, il cortile del condominio diventa il punto in cui si scende a guardare i fuochi, accendere qualcosa, condividere l’ultimo pezzo dell’anno insieme ad amici e vicini.
Cosa è successo la notte di Capodanno nel cortile di via Leopardi
È la notte di San Silvestro, tra il 31 dicembre e il 1 gennaio. Bruno scende nel cortile del palazzo con alcuni amici. Non si parla di un semplice “bottino” comprato al supermercato: secondo le ricostruzioni, avrebbe realizzato lui stesso un petardo artigianale, mettendo insieme più esplosivi, di fatto una bomba carta.
L’ordigno viene acceso nel cortile. Pochi secondi dopo, un boato.
L’esplosione è violenta, molto più di quanto chiunque lì attorno si aspettasse. Il petardo scoppia vicinissimo al corpo di Bruno e gli si ritorce contro. Le conseguenze sono immediate e gravissime:
- la mano sinistra viene praticamente distrutta,
- il corpo subisce lesioni profonde all’addome,
- si registrano ustioni in più punti,
- nel cortile e nell’alloggio si rompono vetri, si danneggiano box auto e altri elementi strutturali.
Il rumore richiama fuori dal palazzo diversi residenti. Scendono, trovano Bruno a terra, sangue dappertutto, gli amici che provano a fare qualcosa, la compagna sotto choc. In pochi istanti è chiaro che non è il “classico incidente con i botti”: qui la situazione è di livello ospedale, subito.
Le chiamate al 118 e la corsa in auto in ospedale
Ed è qui che la storia si carica di rabbia e polemica.
La compagna Grazia racconta ai giornali di aver chiamato il 118 più volte, parlando addirittura di 18 telefonate nel giro di poco tempo. Dice di aver chiesto un’ambulanza, di aver spiegato la gravità della situazione, di aver insistito. Ma il mezzo non arriva.
Il tempo passa, le condizioni di Bruno sono evidentemente critiche, il cortile diventa una scena di emergenza senza sirene. A quel punto amici e presenti decidono di non aspettare oltre: lo caricano in auto e lo portano direttamente al pronto soccorso del Sant’Andrea, che non è lontano.
Quando arriva in ospedale, Bruno è già in condizioni drammatiche:
- la mano sinistra è irrecuperabile,
- l’addome è compromesso,
- le ustioni e il trauma generale sono pesantissimi.
I medici fanno quello che possono. Viene portato subito in sala operatoria, dove i chirurghi tentano il possibile. L’operazione è lunga, complessa, e alla fine si è costretti ad amputare la mano sinistra. Restano tutte le altre ferite, interne ed esterne.
Il ricovero al Sant’Andrea e la morte dopo 18 giorni
Dal primo istante, il quadro clinico viene definito molto grave. Bruno viene trasferito in rianimazione, sedato e monitorato nel reparto di terapia intensiva del Sant’Andrea di Vercelli.
Passano i giorni. Le energie del corpo vengono assorbite da:
- interventi chirurgici,
- terapie intensive,
- la gestione delle ustioni,
- il rischio di infezioni,
- le conseguenze delle lesioni addominali.
Ogni trauma di quel tipo non si esaurisce nell’impatto dell’esplosione: continua nei giorni successivi, tra complicazioni e organi che fanno sempre più fatica a reggere.
La mattina del 18 gennaio, poco prima dell’alba, arriva la notizia che la compagna e i familiari non volevano sentire: Bruno Savoia è morto. Diciotto giorni dopo quell’esplosione nel cortile di casa, il suo corpo non ce l’ha fatta più.
Indagini, petardo artigianale e possibile autopsia
La vicenda non si chiude con il bollettino medico. Da subito sulla storia si muovono anche:
- i carabinieri di Vercelli,
- la Procura,
- il personale tecnico intervenuto per i rilievi nel cortile.
Ci sono almeno due filoni su cui si concentra l’attenzione:
- L’ordigno artigianale
È ormai chiaro che non si trattava di un petardo regolare, omologato e venduto nei negozi. Parliamo di una bomba carta artigianale, un esplosivo realizzato unendo più elementi, con un potenziale ben oltre i fuochi d’artificio “di consumo”.
Qui si giocano i profili di responsabilità sull’uso e sulla detenzione di materiale esplosivo. - I tempi dei soccorsi
La denuncia della compagna sulle ripetute chiamate al 118 e sull’ambulanza che non sarebbe arrivata in tempo apre un fronte diverso:- come sono state gestite le segnalazioni?
- quali erano le priorità in quella notte di Capodanno?
- c’è stato un ritardo ingiustificato?
Dopo la morte, è stato indicato come probabile l’avvio di una procedura per disporre l’autopsia sul corpo di Bruno. L’obiettivo, oltre a cristallizzare la causa esatta del decesso, è capire quanto peso abbiano avuto:
- le ferite iniziali,
- le complicazioni successive,
- i tempi del trasporto in ospedale.
I carabinieri continuano a lavorare sul fascicolo, tra sopralluoghi, testimonianze dei presenti, analisi dei resti del petardo e acquisizione dei tabulati delle chiamate di emergenza.
Una morte che riapre il tema dei petardi artigianali
Ogni anno, tra il 31 dicembre e il 1 gennaio, si contano feriti da botti in tutta Italia. Mani spappolate, dita amputate, occhi danneggiati, ustioni. La storia di Bruno Savoia è uno dei casi più estremi: non solo un arto perso, ma una morte arrivata a distanza di giorni, dopo un lungo ricovero.
Dietro la formula “petardo artigianale” c’è un punto semplice e scomodo:
quando si maneggia esplosivo non controllato, autoprodotto, non c’è margine di sicurezza. Se qualcosa va storto, non sono “solo botti più forti”. Sono vere esplosioni che possono uccidere.
E poi c’è il tema dei soccorsi. Per la famiglia è impossibile non chiedersi se:
- un’ambulanza arrivata prima
- una risposta diversa del sistema di emergenza
avrebbero potuto cambiare qualcosa.
Su queste domande, adesso, non risponde più solo la rabbia di chi ha perso un compagno, un figlio, un amico. Dovranno rispondere le carte: le indagini, gli atti, i tempi ricostruiti minuto per minuto.
Chi era Bruno Savoia?
Bruno Savoia era un uomo di 43 anni, residente a Vercelli, che viveva in un condominio di via Giacomo Leopardi 11 insieme alla compagna Grazia. È rimasto gravemente ferito nella notte di Capodanno a causa dell’esplosione di un petardo artigianale ed è morto 18 giorni dopo all’ospedale Sant’Andrea.
Cosa è successo la notte di Capodanno nel cortile di via Leopardi a Vercelli?
Durante i festeggiamenti, Bruno è sceso nel cortile del palazzo con alcuni amici. Ha acceso un petardo artigianale, una sorta di bomba carta, che è esploso con una forza devastante vicino a lui, causandogli la perdita della mano sinistra, lesioni all’addome e ustioni, oltre a danni a vetri e box del condominio.
Perché si parla di 18 chiamate al 118?
La compagna di Bruno, Grazia, ha raccontato di aver chiamato ripetutamente il 118, parlando di circa 18 telefonate, senza vedere arrivare l’ambulanza in tempi rapidi. Alla fine, amici e presenti hanno deciso di portare Bruno in auto direttamente al pronto soccorso del Sant’Andrea.
Dove è stato ricoverato Bruno Savoia e quando è morto?
Bruno è stato ricoverato nell’ospedale Sant’Andrea di Vercelli, nel reparto di rianimazione. È rimasto in condizioni molto gravi per 18 giorni ed è morto la mattina del 18 gennaio, a causa delle complicazioni legate alle ferite riportate nell’esplosione.
Ci sarà l’autopsia sul corpo di Bruno Savoia?
Dopo la morte, è stato ipotizzato che la Procura disponga una autopsia per chiarire la causa precisa del decesso e verificare il peso delle ferite iniziali, delle complicazioni successive e dell’intera gestione dei soccorsi. Le indagini dei carabinieri di Vercelli sono ancora in corso.
“Head Staff”, giornalista pubblicista laureata in letteratura, amo scrivere e apprendere costantemente cose nuove. Trovo che il mestiere del giornalista sia uno dei più affascinanti che esistano. Ti consente di apprendere, di conoscere il mondo, farti conoscere e di entrare in simbiosi con il lettore






