Un allenamento di calcio come tanti, la sera, dopo il lavoro. Il campo illuminato, le battute nello spogliatoio, la voglia di staccare la testa dai pensieri di ogni giorno. Poi, all’improvviso, qualcosa si spezza.
Riccardo Chetta, 39 anni, originario di Parabita e volto conosciutissimo nel mondo del turismo salentino, è morto nella sera del 15 gennaio sul campo sportivo di Collepasso, colpito da un malore improvviso mentre si allenava con la sua squadra amatoriale, il Parabita City.
Si è accasciato davanti ai compagni. I soccorsi sono arrivati subito, i sanitari hanno provato a rianimarlo a lungo, ma per lui non c’è stato nulla da fare. In pochi minuti, la partita si è trasformata in tragedia e la notizia ha iniziato a correre veloce tra Parabita, Collepasso e tutto il Salento.
Il malore durante l’allenamento a Collepasso
Era una sera fredda ma tranquilla, come tante d’inverno. Sul campo di Collepasso, il Parabita City stava facendo il solito allenamento: corsa, esercizi, partitella. Niente di straordinario, solo calcio fra amici.
Intorno alle 22, qualcosa cambia. Riccardo si sente male, si piega in avanti, poi crolla a terra. I compagni si rendono conto subito che non è un semplice crampo o una botta: chiamano i soccorsi, cercano di aiutarlo, gridano al 118.
Arriva l’ambulanza, partono le manovre di rianimazione. Per diversi minuti, sul campo, si alternano compressioni, tentativi disperati di riportarlo indietro. Ma il suo cuore non riparte.
Il medico non può fare altro che constatare il decesso.
Sul posto arrivano anche i carabinieri, viene avvisato il magistrato di turno. La dinamica è chiara: un infarto improvviso, un malore fatale che non gli ha lasciato scampo mentre stava facendo quello che amava, giocare a calcio con gli amici.
PiĂą tardi viene concesso il nulla osta per la restituzione della salma alla famiglia. Il campo si svuota in silenzio. Restano solo le luci, qualche borsa abbandonata, il rumore sordo di una sera che nessuno dei presenti dimenticherĂ facilmente.
Chi era Riccardo Chetta
Dietro il nome di Riccardo Chetta non c’è solo un calciatore amatoriale. C’è molto di più.
Parabitano, 39 anni, laureato in ambito turistico, era una delle figure di riferimento per chi, nel Salento, lavora con ospitalitĂ , viaggi e vacanze.
Non era il classico “intermediario” anonimo: era uno che ci metteva la faccia, che accoglieva, che costruiva esperienze.
Nel corso degli anni era diventato:
- direttore tecnico e amministratore di Ionian Travel, tour operator con sede a Parabita, specializzato in case vacanza, appartamenti e servizi turistici in zona Gallipoli e dintorni;
- direttore generale della Masseria Relais Santa Teresa, struttura di charme immersa nel verde a Sannicola, apprezzata da chi cerca un soggiorno tra campagna e mare.
Nel suo lavoro gli capitava di fare un po’ di tutto: organizzare pacchetti, gestire prenotazioni, rispondere alle recensioni, occuparsi di dettagli che fanno la differenza tra una vacanza qualunque e un soggiorno che ti resta in mente.
Chi lo ha incontrato almeno una volta lo ricorda come una persona presente, concreta, sorridente, il classico professionista che si occupa di tutto senza far pesare niente al cliente.
Turismo, masseria e case vacanza: il suo salento
Il Salento, per molti, è cartolina: mare, spiagge, tramonti. Per chi ci lavora, è soprattutto organizzazione, stagioni da pianificare, mesi intensi in cui non esiste giorno di riposo.
Riccardo era nel cuore di questo meccanismo.
Con Ionian Travel gestiva case vacanza e appartamenti distribuiti tra le localitĂ piĂą richieste, offrendo servizi a famiglie, gruppi di amici, coppie in cerca di mare e relax.
Con la Masseria Relais Santa Teresa curava quella parte più raffinata dell’accoglienza: soggiorni in masseria, eventi, matrimoni, weekend di charme circondati dagli ulivi.
Se ti capitava di scrivere per un dubbio su una prenotazione, era facile trovarlo dall’altra parte dello schermo o al telefono:
- spiegava,
- consigliava,
- trovava soluzioni.
Non era solo un lavoro: era un modo di stare dentro al territorio. Portare gente nel Salento, farla sentire a casa e farla tornare, significava contribuire, ogni stagione, a tenere viva l’economia e l’immagine di quella terra.
Per questo, quando la notizia della sua morte ha iniziato a circolare, il colpo non l’hanno sentito solo amici e parenti, ma anche colleghi, partner, clienti affezionati.
La passione per il calcio e il Parabita City
Accanto al lavoro, c’era una passione che non aveva mai abbandonato: il calcio.
Come tanti, Riccardo non ha scelto i riflettori dei grandi stadi, ma la veritĂ delle squadre amatoriali, dei campi di provincia, delle partite alla sera dopo il lavoro.
Indossava la maglia del Parabita City, squadra dilettantistica fatta di amici, concittadini, persone che si ritrovano per allenarsi e giocare piĂą per amore dello sport che per altro.
Il calcio, per lui, era:
- sfogo,
- socialitĂ ,
- squadra vera,
- un modo per non farsi travolgere solo dal lavoro.
Il paradosso crudele è proprio questo: se n’è andato mentre faceva qualcosa che gli dava energia, in un ambiente familiare, circondato da persone che lo conoscevano bene.
Per il Parabita City la sua scomparsa non è solo la perdita di un compagno di squadra, ma di un pezzo di storia del gruppo.
Una famiglia spezzata: moglie e due figli piccoli
La parte piĂą dolorosa di questa storia sta qui: Riccardo lascia la moglie e due figli piccoli.
Gli articoli di cronaca lo sottolineano con delicatezza, ma il peso reale lo conoscono solo loro. In un attimo, una famiglia si ritrova a dover affrontare:
- un lutto improvviso,
- domande senza risposta,
- una quotidianitĂ completamente da riscrivere.
Per i bambini è la perdita del papà che giocava a calcio, che lavorava tanto ma trovava il tempo per loro, che li vedeva crescere con l’ansia positiva di chi prova a costruire un futuro migliore.
Per la moglie è il crollo di un intero assetto di vita: casa, figli, lavoro, progetti. Tutto, da un momento all’altro, va ripensato senza quella presenza che sembrava scontata e che invece non lo era affatto.
Il lutto di Parabita, Collepasso e del mondo turistico salentino
La morte di Riccardo Chetta ha attraversato in poche ore Parabita, Collepasso, la cerchia di amici del Parabita City, ma anche il mondo degli operatori turistici tra Gallipoli e l’entroterra.
C’è chi lo ricorda come:
- il direttore della masseria che ti accoglieva con professionalitĂ ,
- il tour operator che trovava la soluzione giusta per la tua vacanza,
- il compagno di squadra sempre presente,
- l’amico con cui condividere un caffè al volo e qualche battuta prima dell’allenamento.
Sui social sono comparsi in poco tempo:
- messaggi di cordoglio,
- fotografie di gruppo,
- parole di incredulità : “Non è possibile”, “Sempre sorridente”, “Ti ricorderemo così”.
Non sono frasi di circostanza. Sono il tentativo, imperfetto ma necessario, di riempire un silenzio enorme.
Il vuoto che resta
Quando una persona di 39 anni muore così, all’improvviso, la prima reazione è un misto di rabbia e impotenza.
Sembra tutto ingiusto, fuori scala, insensato.
Nel caso di Riccardo Chetta, il vuoto si vede su piĂą livelli:
- sul campo di Collepasso, dove quella sera l’allenamento non è mai finito;
- nello spogliatoio del Parabita City, dove mancherĂ una voce, una maglia, una presenza;
- negli uffici di Ionian Travel e tra i corridoi della Masseria Relais Santa Teresa, dove fino a pochi giorni fa si parlava di stagione, di prenotazioni, di estate;
- dentro casa, dove la sua assenza pesa piĂą di qualsiasi parola.
Il Salento è abituato a salutare chi arriva e chi parte per le vacanze. Ma questa volta non si tratta di una partenza, si tratta di una perdita. E a sentire quanto rimbomba questo silenzio, si capisce quanto fosse grande il pezzo di strada che Riccardo stava percorrendo, per sé e per gli altri.
Il suo nome, da oggi, non sarà solo in fondo a un contratto di viaggio o in una distinta di squadra. Vivrà nei ricordi di chi lo ha conosciuto e, soprattutto, nella vita di chi resta, costretto a fare i conti con l’idea che, a volte, anche un semplice allenamento di calcio può cambiare per sempre il destino di una comunità intera.
“Head Staff”, giornalista pubblicista laureata in letteratura, amo scrivere e apprendere costantemente cose nuove. Trovo che il mestiere del giornalista sia uno dei più affascinanti che esistano. Ti consente di apprendere, di conoscere il mondo, farti conoscere e di entrare in simbiosi con il lettore






