Per qualcuno era una sera come tante. Per una giovane madre dell’hinterland di Avellino, no. Nel traffico di Mercogliano, in coda tra le auto, il suo bambino di due mesi ha iniziato a respirare male. Prima un sospetto, poi il panico. In pochi attimi, quella che sembrava una normale uscita si è trasformata in un incubo.
La donna è in macchina con il compagno e il piccolo. La fila non scorre, l’aria nell’abitacolo si fa pesante. Il bimbo cambia modo di respirare, le difficoltà aumentano. A quel punto non ci sono dubbi: serve aiuto, subito.
La chiamata al 112 nel pieno del traffico
La madre prende il telefono e chiama la Centrale Operativa dei Carabinieri di Avellino. La voce all’altro capo del filo capisce immediatamente: non è una richiesta qualunque. C’è un lattante in condizioni critiche, la parola “urgenza” non è una formula di rito.
L’operatore, intuendo la gravità della situazione, allerta il 118 e avvia la macchina dei soccorsi. Ogni istante viene trattato come decisivo. Nel frattempo, l’auto con i genitori e il neonato riesce a fermarsi lungo la viabilità cittadina.
Proprio lì vicino c’è una pattuglia della Sezione Radiomobile della Compagnia di Avellino, impegnata in un servizio di controllo della circolazione. È a loro che la donna si rivolge, visibilmente sconvolta, chiedendo aiuto con il bambino in braccio.
Il bimbo è in crisi respiratoria: la gazzella diventa un mezzo di soccorso
I Carabinieri si rendono conto subito delle condizioni critiche del piccolo: crisi respiratoria, madre in stato di forte agitazione, padre allo stremo. Non ci sono molti margini per riflettere. Bisogna agire.
La scelta è rapida e netta: far salire mamma e neonato sull’auto di servizio e dirigersi a tutta velocità verso l’ospedale “San Giuseppe Moscati” di Avellino, già avvisato dell’arrivo di quel caso così delicato. La gazzella, per quei minuti, smette di essere soltanto un’auto di pattuglia e diventa un mezzo di soccorso di fatto.
Sirena, lampeggianti, corsa contro il tempo. All’interno, il silenzio carico della paura dei genitori e la concentrazione dei militari.
L’arrivo al Moscati e l’intervento dei sanitari
Una volta raggiunto il Pronto Soccorso del Moscati, il neonato viene affidato immediatamente al personale sanitario. Niente attese, nessuna perdita di tempo. I medici lo prendono in carico e intervengono sulle difficoltà respiratorie, lavorando per stabilizzare il quadro e capire cosa stia succedendo.
Per la famiglia cominciano ore lunghe, fatte di corridoi, di aggiornamenti, di sguardi che cercano una conferma positiva. Il piccolo viene ricoverato e tenuto sotto stretta osservazione.
Qualche giorno di ricovero, poi il ritorno a casa
La parte più dura si gioca nei giorni successivi. Il bimbo resta in reparto, seguito dai sanitari, mentre i genitori vivono tra paura e speranza. Passo dopo passo, però, la situazione cambia.
Superata la fase più critica, il neonato migliora, reagisce alle cure, i parametri tornano ad essere più stabili. Fino al momento che tutti aspettavano: le dimissioni. Il bambino può finalmente tornare a casa.
Quel viaggio di rientro, a distanza di pochi giorni dalla corsa in gazzella, ha un sapore completamente diverso. È un rientro pieno di stanchezza, certo, ma anche di gratitudine.
Non a caso, i genitori hanno voluto esprimere un ringraziamento sentito all’Arma dei Carabinieri, in particolare ai militari della Sezione Radiomobile che sono intervenuti quella sera. Hanno sottolineato la tempestività, la professionalità e il senso del dovere dimostrati in un momento in cui loro, da soli, non sapevano più come muoversi.
Una catena di gesti che ha fatto la differenza
Questa storia, pur essendo un fatto locale, mette in evidenza una cosa molto concreta: quando si parla di emergenze sanitarie, soprattutto sui più piccoli, il tempo è tutto.
Qui, la catena di gesti è stata chiara:
- una madre che non ha perso tempo e ha chiesto aiuto;
- un operatore di Centrale Operativa che ha colto immediatamente la gravità dell’allarme;
- i Carabinieri che hanno scelto di accompagnare personalmente il neonato e la mamma in ospedale, senza aspettare l’arrivo dei soccorsi sul posto.
Un insieme di decisioni rapide che ha permesso al piccolo di essere curato in tempi stretti.
Neonati e respiro affannoso: quando scatta l’allarme
Ogni situazione va valutata da medici e operatori sanitari, ma un punto resta fermo: quando un neonato così piccolo ha difficoltà a respirare, non si deve aspettare sperando che passi.
Se un bambino di pochi mesi:
- respira in modo molto affannoso o irregolare,
- cambia visibilmente colore in viso (pallore marcato o tendenza al cianotico),
- appare poco reattivo, più flaccido del solito,
la scelta più prudente è attivare subito i soccorsi: chiamare il 118 o il numero unico di emergenza, spiegare con calma che si tratta di un neonato e descrivere cosa sta succedendo. Le indicazioni dell’operatore vanno seguite passo passo.
Niente “esperimenti” casalinghi, niente interventi improvvisati. Dopo l’emergenza, il riferimento resta il pediatra, che conosce la storia clinica del bambino e può indicare controlli e approfondimenti.
FAQ sul caso del neonato di Mercogliano
Dove è avvenuto l’episodio del neonato in crisi respiratoria?
L’episodio si è verificato a Mercogliano, in provincia di Avellino, mentre la famiglia era in auto nel traffico cittadino.
Quanti mesi aveva il bambino?
Il piccolo era un lattante di circa due mesi.
Chi è intervenuto per primo ad aiutare la famiglia?
La madre ha contattato la Centrale Operativa dei Carabinieri di Avellino, che ha allertato il 118. Una pattuglia della Sezione Radiomobile presente in zona ha poi accompagnato la madre e il neonato al Pronto Soccorso dell’Ospedale “San Giuseppe Moscati” di Avellino.
Il neonato è fuori pericolo adesso?
Sì. Dopo alcuni giorni di ricovero e il superamento della fase critica, il bambino è stato dimesso ed è rientrato a casa con i genitori.
Cosa devo fare se un neonato accusa difficoltà respiratorie simili?
Bisogna contattare immediatamente il 118 o il numero di emergenza, segnalando che si tratta di un neonato e descrivendo i sintomi. Le indicazioni degli operatori e successive valutazioni del pediatra sono l’unico riferimento sicuro, evitando soluzioni fai-da-te.

Sono giornalista pubblicista laureata in letteratura e content manager con una grande passione per la scrittura






