La serata a Foggia era iniziata come tante. Tra le vie del centro e le strade laterali, traffico, scooter che passano, voci e luci dei negozi. In via Sant’Antonio, però, a un certo punto è rimasto solo il rumore secco degli spari.
A terra, accanto a uno scooter, c’era il corpo di Alessandro Moretti, 34 anni, già noto alle forze dell’ordine. Per qualcuno era semplicemente Alessandro, per altri “Sassolin”, soprannome che rimbalzava da tempo nelle cronache giudiziarie e nei rapporti investigativi. Per la polizia, da ieri sera, è soprattutto la vittima dell’ennesimo agguato armato in una città che conosce fin troppo bene cosa significa convivere con la violenza.
Secondo le prime ricostruzioni, l’omicidio è avvenuto nella serata di giovedì 15 gennaio, in via Sant’Antonio, a poca distanza da altre arterie centrali della città .
Alessandro Moretti si trovava a bordo di uno scooter quando qualcuno lo ha affiancato e ha aperto il fuoco. Diversi colpi d’arma da fuoco, sparati a distanza ravvicinata, lo hanno raggiunto mentre era ancora sul mezzo. Il tempo di capire cosa stesse succedendo, e per lui era già finita.
I residenti hanno parlato di spari improvvisi, di gente che si è affacciata alle finestre, di persone scese in strada tra paura e curiosità . In pochi minuti la zona è stata transennata, con l’arrivo delle pattuglie della Polizia, della Polizia Locale e dei soccorritori, che però non hanno potuto fare altro che constatare il decesso.
Lo scooter è rimasto lì, fermo in mezzo alla scena del crimine, trasformato nel simbolo di un agguato che ha l’odore di regolamento di conti.
Chi era Alessandro Moretti, detto Sassolin
Dietro il nome finito nelle cronache c’è una storia che non nasce ieri.
Alessandro Moretti, 34 anni, foggiano, era considerato dagli investigatori legato alla batteria Moretti-Pellegrino-Lanza, quella che le inchieste antimafia indicano da anni come uno dei gruppi di punta della cosiddetta SocietĂ foggiana. Nei documenti giudiziari viene presentato come nipote di Rocco Moretti, il boss storico del clan, detenuto da anni per una lunga serie di condanne.
Il soprannome “Sassolin” circolava da tempo nei racconti dei collaboratori di giustizia e nelle carte delle inchieste. In passato, secondo gli atti, era già finito di fronte ai giudici: per lui c’è stata una condanna definitiva a 4 anni per reati come tentata estorsione, danneggiamento e lesioni. Un profilo, quindi, che per la DDA e per le forze dell’ordine non è mai stato quello del “perfetto sconosciuto”.
Negli ultimi anni il suo nome era comparso anche nei retroscena dei grandi processi contro la mafia foggiana, come quelli seguiti al blitz “Decima Azione”, che ha portato a richieste di centinaia di anni di carcere contro padrini e organizzatori dei clan. In quelle carte, Moretti viene inquadrato nel mosaico familiare e criminale di una delle batterie più temute della città .
Una vita intrecciata con il cognome che pesa
A Foggia, certi cognomi non sono solo nomi all’anagrafe: sono etichette che ti precedono, ti accompagnano e ti segnano.
Il cognome Moretti, in particolare, è legato a una lunga storia di faide, agguati, processi, condanne. Essere “nipote di Rocco” significa crescere dentro un perimetro in cui famiglia e cronaca nera spesso si sovrappongono.
Per anni lo Stato ha cercato di colpire la rete economica e militare della cosiddetta Quarta mafia, come viene definito il sistema criminale foggiano. Blitz, sequestri, 41-bis, condanne pesantissime. Ma il fatto che un uomo come Alessandro Moretti venga ucciso così, in piena strada, dimostra che quella guerra non è affatto archiviata.
La sua vita, almeno per ciò che emerge dalle carte giudiziarie, è sempre stata dentro quel confine grigio dove i rapporti di potere, le alleanze e i rancori interni ai clan possono diventare questione di vita o di morte. Non si sa ancora se l’agguato di via Sant’Antonio sia l’effetto di un regolamento interno, di un messaggio dei rivali, o di un’altra partita ancora. Ma la traiettoria personale di Moretti rende quasi inevitabile che gli inquirenti guardino subito in quella direzione.
Indagini in corso: cosa cercano gli inquirenti
Sul posto, oltre alla scientifica, hanno lavorato investigatori della Squadra Mobile e uomini dei reparti che in questi anni seguono le mosse dei clan foggiani.
Gli elementi chiave da chiarire sono diversi:
- la dinamica esatta dell’agguato: da che lato è arrivato il killer, quanti colpi sono stati esplosi, se ci fosse un complice a bordo di un altro mezzo,
- la presenza di telecamere in zona: in una cittĂ come Foggia molte attivitĂ e condomini hanno sistemi di sorveglianza che potrebbero aver ripreso almeno la fuga degli aggressori,
- i movimenti di Moretti nelle ore precedenti: con chi ha parlato, chi ha incontrato, se avesse appuntamenti fissati, se qualcuno lo aspettava proprio lì.
Gli investigatori stanno passando al setaccio contatti telefonici, spostamenti, abitudini. In queste prime ore non risultano nomi ufficialmente iscritti nel registro degli indagati, e nessuno si sbilancia sui possibili mandanti.
Una cosa però è chiara: un omicidio del genere, mirato, su una figura con quel profilo, viene letto da subito come un tassello di una partita criminale più ampia, non come un litigio improvvisato in strada.
Foggia e la ferita aperta della violenza mafiosa
Per chi vive a Foggia, la scena di via Sant’Antonio non è purtroppo un inedito.
La città si porta addosso una lunga serie di agguati, intimidazioni, bombe, colpi di pistola sparati davanti a case e attività commerciali. Da anni magistrati, investigatori e Commissioni parlamentari spiegano che qui esiste una struttura criminale organizzata, autonoma, con metodi e ferocia paragonabili a quelli delle mafie “storiche”.
L’omicidio di Alessandro Moretti arriva in questo contesto.
Per qualcuno potrà sembrare “solo” un nome legato alla malavita che scompare in una strada fredda. In realtà , ogni colpo sparato in mezzo alla città è un messaggio a più livelli:
- parla agli altri clan,
- parla a chi sta provando a fare affari sul territorio,
- parla anche ai cittadini comuni, ricordando in modo brutale che la violenza è ancora un linguaggio usato per regolare conti e ridefinire equilibri.
Nel frattempo, la gente che vive nei palazzi affacciati su via Sant’Antonio tirerà giù la serranda, cercherà di tornare al lavoro, porterà i figli a scuola. Ma avrà ben chiaro che, ancora una volta, qualcuno ha deciso che era il momento di togliere di mezzo un uomo, e lo ha fatto a suon di colpi di pistola in una sera qualsiasi.
Le domande che restano aperte
Chi ha ucciso Alessandro Moretti?
Al momento non c’è un nome ufficiale. Le indagini puntano a capire chi abbia organizzato l’agguato, chi abbia premuto il grilletto e se dietro ci sia un ordine preciso di qualcuno legato al mondo dei clan.
Perché proprio lui, in questo momento?
Moretti era un 34enne già noto alle forze dell’ordine, con un cognome pesante e un passato giudiziario alle spalle. Capire perché sia stato colpito adesso significa entrare dentro le dinamiche più recenti della criminalità foggiana: alleanze, tensioni, bilanci di potere.
Si è trattato di un agguato mafioso?
Le testate locali e gli stessi investigatori parlano apertamente di agguato di tipo mafioso. Non per etichetta, ma per la combinazione di elementi: vittima con legami a un clan storico, modalità dell’esecuzione, scelta del luogo e dell’orario, colpi mirati.
Cosa può cambiare per Foggia dopo questo omicidio?
Ogni omicidio in stile esecuzione riapre il tema della sicurezza e del controllo del territorio. Sul piano giudiziario, può essere l’inizio di una nuova indagine profonda sugli equilibri interni ai clan. Sul piano sociale, rischia di alimentare ancora una volta paura e rassegnazione, ma può anche spingere cittadini, associazioni e istituzioni a pretendere una risposta ancora più dura.
“Head Staff”, giornalista pubblicista laureata in letteratura, amo scrivere e apprendere costantemente cose nuove. Trovo che il mestiere del giornalista sia uno dei più affascinanti che esistano. Ti consente di apprendere, di conoscere il mondo, farti conoscere e di entrare in simbiosi con il lettore






