Chi era Lello Risolo, il ciclista di Melfi morto in un incidente sulla SP119

Serena Comito

Chi era Lello Risolo, il ciclista di Melfi morto in un incidente sulla SP119

La bici non era solo un hobby, era il suo modo di stare al mondo. Chi lo conosceva lo dice chiaramente: Lello Risolo non “andava in bici”, Lello viveva in bici. Per questo la notizia è arrivata come uno schiaffo: è morto proprio lì, su una strada di provincia, in sella alla sua bicicletta, travolto da un’auto lungo la SP119 che collega Ascoli Satriano a Sant’Agata di Puglia, in provincia di Foggia.

In poche ore il nome di Lello ha iniziato a rimbalzare dai gruppi WhatsApp dei ciclisti alle bacheche dei social, dalle chat del Vulture–Melfese ai giornali locali. Non era un professionista, non era un volto televisivo. Era uno di quelli che la domenica mattina si svegliano presto, stringono il casco, sistemano il Garmin e vanno a prendersi il vento in faccia.

Lello, il ciclista del Vulture: una vita costruita sui pedali

Chi lo saluta oggi pubblicamente lo definisce prima di tutto così: ciclista. Nato e cresciuto nell’area del Vulture, con i suoi paesi arrampicati sulle colline e le salite che sono diventate allenamento e compagnia, Lello era legato in modo speciale a Melfi e al suo territorio.

Faceva parte della Vultour Bike, una società ciclistica che negli anni è diventata una piccola famiglia per gli amatori della zona. Compagni di squadra, amici di pedalate, persone abituate a condividere fatica, chilometri e pause caffè. Non un semplice tesserato, ma uno che c’era sempre: nelle uscite di gruppo, negli eventi, nelle foto di fine giro.

Sui social il suo modo di raccontarsi era chiaro: bici, paesaggi, sudore, sorrisi. Accanto, una frase che oggi suona quasi come un testamento personale:

“Difficile ma non impossibile… semplicemente uno stile di vita.”

Non era solo una caption messa lì per riempire lo spazio sotto una foto. Era il riassunto del suo approccio alle cose: la bici come disciplina, come sfida, come libertà.

L’incidente sulla SP119: cosa è successo

Il tratto di strada è uno di quelli che molti ciclisti conoscono bene: la Strada Provinciale 119, la lingua d’asfalto che collega Ascoli Satriano a Sant’Agata di Puglia, tra saliscendi e curve che attraversano la campagna. Lello era lì, in sella alla sua bici, durante una delle sue uscite.

Secondo le prime ricostruzioni, a un certo punto una vettura lo avrebbe travolto lungo la provinciale. Uno scontro violentissimo, di quelli che non lasciano molto margine. I dettagli tecnici – velocità, dinamica precisa, eventuali responsabilità – saranno oggetto delle indagini, ma una cosa è certa: per Lello non c’è stato niente da fare.

Le immagini che arrivano dopo sono quelle che purtroppo conosciamo: sirene, strada chiusa, forze dell’ordine, i rilievi. La bicicletta, l’auto, i segni sull’asfalto. E poi il silenzio, mentre la notizia corre verso casa, verso la Basilicata, verso il Vulture che intanto continua a fare la sua vita, senza sapere ancora che uno dei suoi ciclisti non rientrerà più.

Il lutto di Vultour Bike e del Vulture–Melfese

La prima voce ufficiale a parlare è quella della Vultour Bike, la squadra di Lello. Il loro messaggio racconta meglio di qualsiasi cronaca chi fosse per loro:

la società parla di un dolore “profondo”, di una famiglia sportiva colpita nel modo più duro e ingiusto. Lello viene ricordato come “un ciclista, un amico, uno di noi”, una presenza costante, qualcuno con cui si condividono salite, discese e soprattutto quel modo di vedersi la domenica mattina, stanchi e felici.

Le parole che colpiscono di più sono quelle che chiudono il ricordo:

“Pedalerai per sempre con noi. Che la terra ti sia lieve.”

Non è retorica da comunicato stampa. È il linguaggio di chi sa che ogni volta che quel gruppo tornerà su una salita del Vulture, in una discesa verso Melfi, su una strada di campagna lucana, ci sarà un posto in più, un nome in più da nominare sottovoce.

Il cordoglio non resta dentro la squadra. Messaggi arrivano da amici, conoscenti, altri gruppi ciclistici, persone che magari l’avevano incrociato una volta sola, in fila indiana sulla provinciale, con un cenno del capo, un “ciao” detto al volo, come succede tra chi condivide la strada.

Un appassionato, non un numero di cronaca

In mezzo alle frasi di rito, una cosa emerge con forza: per chi lo conosceva, Lello non era solo “il ciclista morto in un incidente sulla SP119”.

Era quello che sapeva trovare la battuta giusta quando la salita sembrava non finire mai. Quello che ti diceva “dai, arriviamo alla prossima curva e poi rallentiamo”, anche se sapevi benissimo che dopo quella curva ce ne sarebbero state altre dieci. Quello che non trasformava il ciclismo amatoriale in ossessione, ma ne faceva davvero uno stile di vita.

Nelle parole di chi lo ricorda, viene fuori la sua capacità di tenere insieme sport e umanità: la bici non come gara contro tutti, ma come spazio in cui condividere chilometri e pensieri. Per molti, uscire in bici con lui significava anche prendersi una boccata d’aria mentale, staccare dai problemi, ridere, lamentarsi per il vento contrario e poi, comunque, essere felici di essere lì.

Il tema della sicurezza per chi va in bici

Ogni volta che un ciclista amatoriale muore in strada, si riaccende lo stesso nodo: la sicurezza. Strade provinciali strette, auto che passano troppo vicino, sorpassi azzardati, distrazioni al volante.

Chi, come Lello, passa ore e ore su quelle strade, lo sa bene: basta un attimo. Un telefonino, un colpo di sonno, una curva fatta con troppa leggerezza, un sorpasso calcolato male. E il corpo più fragile è sempre quello sulla bici.

Il suo incidente sulla provinciale tra Ascoli Satriano e Sant’Agata di Puglia fa parte purtroppo di una lunga serie. E ogni volta la sensazione è la stessa: la comunità ciclistica piange uno dei suoi, promette di non dimenticare, chiede rispetto in più per chi pedala. Poi le vite vanno avanti, ma chi sale in bici la domenica lo fa con un pensiero in più, una attenzione più alta, e spesso con un nome in testa: stavolta è Lello.

Un ricordo che resta sulle strade

Alla fine, al di là di verbali, perizie e indagini, il ritratto che resta di Lello Risolo è semplice e per questo potente.

Un uomo del Vulture–Melfese, legato a Melfi e alla sua terra. Un tesserato della Vultour Bike che non era solo un numero di tessera, ma un volto, una voce, un compagno di strada. Un ciclista che aveva trasformato la passione per la bici in un modo di stare al mondo, con quel motto che oggi suona come un messaggio lasciato a chi resta: difficile, sì. Ma non impossibile.

Da oggi, su quelle stesse strade che portano dal Vulture verso la Puglia, ogni gruppo che scenderà in SP119 saprà di avere un compagno in più da ricordare. Le bici torneranno a passare, il vento tornerà a farsi sentire nelle orecchie, ma per chi ha pedalato con lui ci sarà sempre un momento, magari in salita, in cui verrà spontaneo pensare: “Questo pezzo oggi lo faccio anche per Lello”.