La telefonata è arrivata di mattina presto: “Alberto è libero”.
A Venezia, al Lido, in casa Trentini, erano 423 giorni che si aspettava solo questa frase. Un anno e tre mesi appesi a una sigla – Dgcim, El Rodeo I, Caracas – lontanissima dalla vita che Alberto si era costruito: libri di storia, acqua potabile, progetti umanitari tra America Latina, Asia e Balcani.
Chi è davvero questo cooperante finito all’improvviso in un carcere di uno dei Paesi più complessi del mondo, e perché la sua storia riguarda anche l’Italia?
Età e origini: un cooperante nato sul Lido di Venezia
Alberto Trentini nasce il 10 agosto 1979 al Lido di Venezia: oggi ha 46 anni.
Famiglia veneziana, radici ben piantate in laguna, ma lo sguardo già da studente è altrove.
Si laurea in Storia moderna e contemporanea all’Università Ca’ Foscari di Venezia: si appassiona ai conflitti, alla geopolitica, alle trasformazioni sociali del Novecento.
Dopo il servizio civile scopre che la teoria non gli basta. Vuole capire cosa succede dove i diritti si giocano sul filo, non solo nei libri. Parte per il Regno Unito, si forma come assistente umanitario a Liverpool, poi fa un master su acqua e sanificazione (tra Leeds e altri centri britannici).
Come è diventato cooperante internazionale
Prima del Venezuela, la sua vita è già una cartina politica in movimento:
- Perù, nel 2017, sei mesi nelle aree devastate dalle inondazioni;
- Ecuador e Paraguay, per progetti legati ad acqua e servizi essenziali;
- Bosnia ed Etiopia;
- Grecia, Libano, Nepal, in contesti segnati da guerre, migrazioni, terremoti.
Lavora per diverse organizzazioni, fino ad approdare a Humanity & Inclusion, ong francese conosciuta per l’impegno a fianco di persone con disabilità e vittime di conflitti.
Il suo mestiere è molto concreto:
- valutare come garantire acqua potabile,
- migliorare igiene e condizioni sanitarie,
- portare servizi alle persone più vulnerabili, spesso invisibili anche dentro le emergenze.
La missione in Venezuela e quell’alt al posto di blocco
Il 17 ottobre 2024 Alberto entra in Venezuela. Missione ufficiale, contratto regolare, progetto chiaro: lavorare con Humanity & Inclusion in aree difficili del Paese, anche vicino al confine con la Colombia.
Meno di un mese dopo, il 15 novembre 2024, tutto si rompe.
Sta viaggiando da Caracas verso Guasdualito, nello Stato di Apure. Una zona sensibile, certo, ma non un viaggio clandestino: è lì per monitorare progetti umanitari, come ha sempre fatto.
A un posto di blocco viene fermato da uomini del SAIME, il servizio per migrazione e stranieri. Da quel momento, per la famiglia e per l’Italia, scompare.
Viene portato alla Direzione generale del controspionaggio militare (DGCIM) a Caracas. Niente accuse ufficiali, nessuna chiamata, nessuna visita. Per settimane, di fatto, è una detenzione fantasma.
423 giorni in carcere: dalla Dgcim a El Rodeo I
Dalla sede del controspionaggio, Alberto viene trasferito nel carcere di El Rodeo I, alle porte della capitale venezuelana. Un nome che, per chi segue la politica sudamericana, è tutto tranne che neutro: lì finiscono oppositori, militari scomodi, stranieri considerati “sensibili”.
In totale resterà in detenzione 423 giorni, dal 15 novembre 2024 al 12 gennaio 2026, sempre senza un capo d’accusa reso pubblico.
Ex detenuti di El Rodeo, ascoltati dalla stampa, descrivono:
- celle piccole e sovraffollate,
- pressioni psicologiche,
- episodi di violenza e condizioni igieniche al limite.
Tanto che la Commissione interamericana per i diritti umani (CIDH) interviene: il 7 gennaio 2025 concede misure cautelari a suo favore, definendo la sua situazione “grave e urgente” e chiedendo a Caracas di garantire la sua vita e la sua integrità personale.
Intanto, a casa, la madre Armanda Colusso impara nuove parole – “sparizione forzata”, “detenzione arbitraria” – e le declina al tempo di un figlio chiuso in una cella a migliaia di chilometri.
La Venezia che non si rassegna: flash mob, appelli, pressioni
Mentre lui è dietro le sbarre, Venezia si muove.
In Piazza San Marco e al Lido compaiono cartelli, striscioni, foto di Alberto. A fine gennaio 2025 viene organizzato un flash mob davanti a San Marco: amici, colleghi, associazioni, semplici cittadini che chiedono una cosa sola, “Libertà per Alberto”.
Le ong della cooperazione, da AOI a Uisp e altre reti, firmano appelli. La sua storia entra nei comunicati di Articolo 21, nelle newsletter delle organizzazioni umanitarie, nei corridoi del ministero degli Esteri.
L’Italia, ufficialmente, non resta a guardare:
- il ministro degli Esteri Antonio Tajani convoca più volte i rappresentanti venezuelani a Roma, protesta per la mancanza di informazioni e chiede con forza notizie chiare sul cooperante;
- il caso di Alberto entra nel dossier più ampio dei detenuti politici e ostaggi stranieri del regime di Nicolás Maduro, discusso anche in ambito europeo.
Per la madre, le giornate passano tra interviste, telefonate con la Farnesina e lunghi silenzi in una casa dove il telefono può suonare da un momento all’altro.
La liberazione
Il 12 gennaio 2026 la notizia arriva quasi all’improvviso: Alberto Trentini è libero. Insieme a lui viene scarcerato anche Mario Burlò, imprenditore torinese detenuto nello stesso carcere.
I due vengono portati all’Ambasciata italiana a Caracas, dove passano le prime ore da uomini liberi. Da lì viene organizzato il rimpatrio: aerei militari, atterraggio previsto a Ciampino, poi il ritorno a casa.
La liberazione non è un gesto isolato:
- rientra in un pacchetto di scarcerazioni più ampio, deciso dalle nuove autorità venezuelane dopo il crollo del vecchio equilibrio politico intorno a Maduro e l’insediamento di una presidenza ad interim;
- serve anche a mandare un segnale all’estero, in un momento di forte pressione internazionale sul tema dei prigionieri politici.
Dalle prime ricostruzioni, Alberto racconta che:
- “non ci hanno torturato, ci hanno trattato bene”,
- ma che mancavano occhiali per leggere, oggetti basilari, piccole libertà quotidiane,
- una delle prime richieste all’uscita è quasi disarmante: “posso avere una sigaretta?”.
Segno che la normalità, dopo 423 giorni a El Rodeo I, passa anche da gesti minuscoli.
Le reazioni in Italia: gioia, sollievo e qualche cicatrice
Le istituzioni si muovono subito:
- la premier Giorgia Meloni parla di “grande gioia e soddisfazione”, ringrazia le autorità venezuelane e la presidente ad interim Delcy Rodríguez per la decisione;
- Tajani annuncia sui social la liberazione, assicura che Alberto e Mario sono in buone condizioni e al sicuro in ambasciata;
- il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella chiama personalmente la madre di Alberto per condividere il momento che entrambi aspettavano da oltre un anno.
Le organizzazioni che si erano spese per il suo rilascio parlano di:
- “sollievo enorme”,
- “giorno di festa”,
- ma ricordano anche che in Venezuela restano molti detenuti per motivi politici, di cui non si conosce nemmeno il nome.
La madre, nelle prime interviste, non nasconde che questo anno e tre mesi lasceranno il segno:
“Sarà felice, ma certe ferite non spariscono subito”,
dice in sostanza, facendo capire che dopo la liberazione comincia un altro pezzo di strada.
Cosa resta oggi della storia di Alberto Trentini
Nel momento in cui rientra in Italia, Alberto Trentini è tante cose insieme:
- un cooperante che ha passato mezzo mondo a occuparsi di acqua e diritti;
- un uomo di 46 anni che ha vissuto 423 giorni in un sistema carcerario lontanissimo dagli standard europei;
- un cittadino italiano diventato caso diplomatico in un Paese in piena tempesta politica.
Restano alcune certezze:
- non è mai stata resa pubblica una accusa formale precisa a suo carico;
- la sua detenzione è stata considerata da ong e istituzioni come “arbitraria”;
- senza la combinazione di pressioni internazionali e mobilitazione dal basso, probabilmente oggi sarebbe ancora a El Rodeo.
E resta un’immagine: quella di un uomo che, appena uscito dal carcere, chiede una sigaretta e, in controluce, il tempo che servirà per tornare davvero alla vita di prima – ammesso che qualcosa, dopo una storia così, possa tornare com’era.
Domande frequenti su Alberto Trentini
Quanti anni ha oggi Alberto Trentini?
È nato il 10 agosto 1979: al 12 gennaio 2026 ha 46 anni.
Perché si trovava in Venezuela?
Era in missione come cooperante per l’ong Humanity & Inclusion, per progetti a favore di persone vulnerabili e con disabilità, in particolare nelle zone vicino al confine colombiano.
Perché è stato arrestato?
È stato fermato il 15 novembre 2024 a un posto di blocco mentre viaggiava da Caracas verso Guasdualito. Le autorità venezuelane non hanno mai reso pubblico un capo d’accusa preciso: ong e istituzioni parlano di detenzione arbitraria.
Quanto tempo è rimasto in carcere?
È stato detenuto per 423 giorni, tra la DGCIM e il carcere di El Rodeo I, fino alla liberazione del 12 gennaio 2026.
Perché è stato liberato?
La scarcerazione rientra in un pacchetto più ampio di liberazioni deciso dalle nuove autorità venezuelane, anche in risposta alle pressioni diplomatiche internazionali. L’Italia aveva chiesto a più riprese il suo rilascio.

Sono giornalista pubblicista laureata in letteratura e content manager con una grande passione per la scrittura






