Supermercati chiusi la domenica nel 2026? Cosa prevede davvero la proposta Coop, cosa dicono politica, sindacati e altre catene, e cosa cambia per chi fa la spesa

Daniela Devecchi

Supermercati chiusi la domenica nel 2026? Cosa prevede davvero la proposta Coop, cosa dicono politica, sindacati e altre catene, e cosa cambia per chi fa la spesa

È facile immaginare la scena: domenica mattina, ti vesti al volo, scendi per “due cose al volo” e trovi il supermercato con la serranda giù. Non per sciopero, non per lavori. Semplicemente: domenica chiuso.

Dal momento in cui la Coop ha lanciato l’idea di tornare alla settimana lavorativa di sei giorni, in molti si sono chiesti se dal 2026 la spesa domenicale diventerà un ricordo. La verità, come spesso accade, è un po’ più complicata.

Facciamo ordine: cosa succede davvero, chi spinge per chiudere e chi, invece, vuole tenere aperto costi quel che costi.

Davvero nel 2026 i supermercati chiudono la domenica?

Partiamo dal punto chiave: al 9 gennaio 2026 non esiste nessuna legge nazionale che imponga ai supermercati di chiudere la domenica.

È ancora in vigore la liberalizzazione degli orari introdotta ai tempi del governo Monti: i negozi possono tenere aperto domenica e festivi, non devono, ma nemmeno c’è un obbligo di serranda abbassata. La domenica aperta è una scelta, non un comandamento.

Quindi perché tutti parlano di “supermercati chiusi la domenica nel 2026”?

Perché uno dei player più grossi della grande distribuzione, la Coop, ha messo sul tavolo un’idea che fino a poco fa sembrava impronunciabile:
spegnere la domenica per tutta la GDO, non solo per i propri punti vendita, e tornare a un modello di apertura su sei giorni.

Non è (ancora) una decisione operativa. È una proposta forte, che sta facendo discutere mezzo Paese.

La mossa Coop: sei giorni di apertura e conti che non tornano più

L’uscita pubblica arriva da Ernesto Dalle Rive, presidente di Ancc-Coop (la centrale che riunisce le grandi cooperative di consumo).

La sua tesi, semplificando, è questa:

  • l’apertura 7 giorni su 7 è diventata economicamente pesante,
  • il lavoro domenicale costa di più (maggiorazioni tra circa +30% e +40% a seconda dei contratti),
  • i consumi non decollano, i margini si assottigliano,
  • continuare così rischia di scaricare i costi su prezzi più alti e su condizioni di lavoro sempre più tirate.

Dalle Rive cita anche i numeri: secondo l’ufficio studi Coop, passando da 7 a 6 giorni di apertura la grande distribuzione potrebbe risparmiare tra 2,3 e 2,6 miliardi di euro l’anno. Una cifra enorme, che secondo la linea Coop potrebbe essere in parte reinvestita in sconti e promozioni.

C’è poi un dettaglio interessante: i dati interni dicono che solo una minoranza di clienti fa abitualmente la spesa la domenica. Per molti, il grosso degli acquisti si concentra comunque tra lunedì e sabato. La domanda di fondo diventa:
ha senso tenere tutto aperto per quel giorno in più, se quel giorno in più costa molto di più?

La proposta Coop non è un “da domani chiudiamo e basta”, ma l’apertura di un tavolo con le altre sigle della GDO per capire se il settore può muoversi compatto: meno domeniche aperte, conti più sostenibili, magari prezzi meno pesanti.

Cosa dicono i lavoratori: la domenica come ferita aperta

Se guardiamo dalla parte di chi in supermercato ci lavora, la musica cambia.

Per anni i sindacati del commercio hanno ripetuto lo stesso ritornello: liberalizzazione degli orari = vita privata distrutta. Domeniche, feste comandate, turni a rotazione, famiglie che non si incrociano più.

Non stupisce che una buona fetta del fronte sindacale abbia accolto la proposta Coop con un sospiro di sollievo:

  • c’è chi parla di “occasione storica” per limitare davvero le domeniche lavorative,
  • chi ricorda che la battaglia contro il “sempre aperto” va avanti da oltre dieci anni,
  • chi chiede di legare una eventuale riduzione delle aperture anche a migliori retribuzioni per chi continuerà a lavorare nei pochi festivi rimasti.

Per molti cassieri, addetti ai banchi, magazzinieri, l’idea di avere una domenica in più al mese garantita non è un dettaglio. Significa:

  • poter programmare il weekend senza aspettare le disponibilità del turno,
  • essere presenti alle recite, alle partite dei figli, ai pranzi di famiglia,
  • non vivere ogni festività come terreno di scontro tra vita privata e obblighi aziendali.

Il rischio, naturalmente, è che in alcune situazioni l’eventuale chiusura domenicale venga usata come alibi per tagliare ore o organici. È per questo che i sindacati insistono: bene parlare di orari, ma a parità di salario e diritti, non come scusa per risparmiare.

Chi teme la serranda abbassata: le altre catene e le associazioni d’impresa

Sul fronte delle imprese, la proposta Coop ha aperto una crepa.

Molte catene legate a Federdistribuzione hanno reagito freddamente, quando non proprio male:

  • c’è chi definisce l’idea “antistorica”,
  • chi teme che togliere la domenica porti i clienti dritti verso l’e-commerce, che resta attivo 24 ore su 24,
  • chi rivendica il principio di libertà d’impresa: se la legge consente il 7/7, ogni insegna deve poter decidere da sola quando aprire e quando no.

Per alcuni, soprattutto per i grandi ipermercati nei centri commerciali, la domenica è ancora un giorno d’oro: famiglie in giro, tempo libero, scontrini più alti. Rinunciarci viene vissuto come un autogol competitivo.

Non tutti, però, difendono a spada tratta l’attuale modello. Una parte del mondo del piccolo commercio, ad esempio, ricorda che con i grandi supermercati aperti sempre, i negozi di vicinato non hanno praticamente più margine: o resti aperto anche tu, o ti arrendi e chiudi.

In mezzo, resta una domanda scomoda: se domani Coop chiudesse davvero tutte le domeniche, le altre catene la seguirebbero o cercherebbero di prendersi quella fetta di mercato lasciata libera?

La politica fiuta il tema: feste comandate, sanzioni e “domeniche senza carrello”

Intanto, sullo sfondo, la politica ha fiutato che la questione tocca nervi sensibili: lavoro, famiglia, consumi, tempo libero.

Negli ultimi mesi sono circolate diverse proposte:

  • chi chiede di chiudere per legge almeno alcune grandi festività (Capodanno, Pasqua, 1° maggio, Ferragosto, Natale, Santo Stefano),
  • chi propone sanzioni pesanti per chi resta aperto in quei giorni,
  • chi prova a spingere l’idea delle “domeniche senza carrello” come momento di stop collettivo dalla corsa agli acquisti.

Per ora, però, non c’è ancora una nuova legge in vigore che rivoluzioni il quadro. Siamo in una fase di dibattito e proposte, più che di norme già operative.

Il paradosso è evidente: mentre si discute se costringere o meno i supermercati a chiudere nei festivi, l’e-commerce continua a lavorare senza sosta. Il carrello online non conosce né domeniche né 1° maggio. Chi vuole davvero ridurre il ritmo dei consumi, prima o poi dovrà fare i conti anche con questo.

Cosa cambia davvero per chi fa la spesa (e per chi vive di GDO)

Al netto di proposte, interviste e titoli:

  • nel breve periodo, la spesa domenicale resta possibile: ogni catena continuerà a decidere in autonomia orari e aperture, punto vendita per punto vendita;
  • la vera partita si gioca sul medio periodo, nei contratti e negli accordi di settore.

Se Coop riuscirà a portare al tavolo le altre insegne e i sindacati, potremmo assistere a:

  • una riduzione strutturata delle domeniche e dei festivi di apertura, magari a rotazione;
  • regole più chiare su quante domeniche si possono chiedere a un lavoratore, con limiti e maggiorazioni migliori;
  • una mappa di orari più prevedibile, con sei giorni “normali” e una domenica diversa, destinata a essere davvero giorno di pausa per una parte consistente del personale.

Per chi fa la spesa, questo potrebbe significare:

  • abituarsi un po’ di più a spalmare gli acquisti tra lunedì e sabato;
  • scoprire o riscoprire mercati, negozi di quartiere, e-commerce per le emergenze;
  • forse, beneficiare di qualche promozione in più se le catene useranno davvero i risparmi per abbassare i prezzi.

Per chi lavora in cassa, ai banchi, in magazzino, il cambiamento potrebbe avere un peso molto più grande:
una domenica in meno di apertura non è solo un turno in meno, è un pezzo di vita che torna a respirare.

FAQ – Domande sulla chiusura domenicale dei supermercati nel 2026

È vero che nel 2026 i supermercati saranno chiusi tutte le domeniche?
No. Al momento non esiste alcuna legge nazionale che imponga la chiusura domenicale. La proposta Coop di tornare alla settimana di sei giorni è un’idea in discussione, non una decisione già attiva.

Coop chiuderà davvero le sue strutture la domenica?
Coop ha espresso l’intenzione di ridurre le aperture domenicali e spingere per un accordo di settore, ma i dettagli (quali punti vendita, con che calendario, da quando) non sono ancora stati definiti pubblicamente.

Cosa succede alle grandi festività come Natale o 1° maggio?
Alcune forze politiche stanno spingendo per rendere obbligatoria la chiusura nei festivi principali, con multe salate per chi resta aperto. Ma ad oggi si tratta di proposte in iter, non di norme già in vigore.

Perché Coop vuole chiudere la domenica?
Per ridurre i costi del lavoro domenicale e festivo, che pesano molto sui bilanci, e usare parte dei risparmi per rendere più sostenibili i conti e, almeno nelle intenzioni, i prezzi per i clienti. C’è anche un tema di sostenibilità dei ritmi di lavoro.

I lavoratori dei supermercati sono d’accordo?
In larga parte i sindacati guardano con favore all’idea di limitare le domeniche lavorative, dopo anni di battaglie contro il “sempre aperto”. Chiedono però che eventuali cambi di orario non si traducano in tagli di salario o posti.

Per ora, quindi, la risposta più onesta è questa: nel 2026 la spesa di domenica non è morta, ma è entrata ufficialmente in discussione. E il modo in cui si chiuderà questa partita dirà molto non solo su dove compriamo, ma anche su come vogliamo organizzare il tempo di chi la spesa ce la fa fare.