L’8 gennaio 2026 la musica napoletana ha perso una di quelle voci di quartiere che non hanno bisogno di copertine per farsi ricordare. È morto a 68 anni Gino Polese, cantante neomelodico legatissimo a Ponticelli, il rione dove era cresciuto e che non ha mai davvero lasciato.
La notizia della sua scomparsa è arrivata attraverso i familiari e gli amici più vicini. Si parla di una malattia che negli ultimi tempi lo aveva provato a lungo, con un peggioramento delle condizioni di salute fino all’epilogo dell’8 gennaio. La famiglia ha mantenuto il riserbo sui dettagli, limitandosi a confermare la morte e l’età, mentre chi gli era accanto racconta di un percorso di cura discreto.
Età, origini e una vita intrecciata con Ponticelli
Di Gino Polese non esiste la classica biografia “da enciclopedia”. La sua storia passa più che altro per le strade e per i volti.
Aveva 68 anni al momento della morte e tutti, nei messaggi di cordoglio, lo ricordano come l’artista di Ponticelli.
Ponticelli, per lui, non era solo un indirizzo. Nei racconti degli amici tornano viale Viscardi, Santa Croce, il bar di Italuccio in via Napoli, viale Margherita. Luoghi precisi, quasi fotogrammi: lì giocava da ragazzino, lì sognava il palco, lì è rimasto anche quando il microfono lo portava altrove.
Sui suoi profili personali si definiva “cantante-attore”, residente a Napoli, con radici dichiarate proprio a Ponticelli e studi alla Federico II. Un artista che non ha mai costruito distanza dal suo mondo: lo incontravi al bar, per strada, alle feste di quartiere, con lo stesso modo di fare sia sul palco sia giù dal palco.
Un cantante nato dal popolo: dagli esordi alla scena neomelodica
Chi lo conosce bene dice che Gino cantava da sempre. Da bambino era quello che si metteva al centro e intonava una canzone, quello che sapeva imparare “a orecchio” melodie e testi, con una naturalezza che col tempo è diventata mestiere.
Nel corso degli anni si è ritagliato il suo spazio nella canzone napoletana e nel mondo neomelodico, muovendosi tra palchi piccoli e grandi, senza perdere lo stile di chi viene dalla sceneggiata.
Viene ricordato per aver lavorato e recitato anche con nomi storici come Mario Merola e Mario Trevi, simboli di un certo modo di raccontare Napoli in musica: storie d’amore, famiglie complicate, passioni portate all’estremo. Gino lì dentro stava a suo agio, con quella voce calda e quel modo diretto di arrivare alla gente.
Negli eventi dedicati alla tradizione partenopea – quelli in cui il claim è spesso “Napoli canta ancora” – il suo nome compare accanto a quello di altri interpreti di lungo corso.
In alcune serate ha condiviso il palco con la moglie, Rosanna Aprea, portando canzoni d’amore dalla linea melodica classica, tra napoletano stretto e arrangiamenti contemporanei. In altre occasioni si è esibito con brani come “Chiamate Napoli 081”, riuscendo a far alzare il pubblico, a battere le mani, a trasformare un’esibizione in un momento di orgoglio collettivo.
Canzoni, palchi e dischi: cosa resta della sua voce
La carriera di Gino Polese non è stata costruita sui grandi numeri delle classifiche nazionali, ma su qualcosa di più intimo: serate, feste di quartiere, teatri popolari, dischi passati di mano in mano tra appassionati di musica napoletana.
Restano sue interpretazioni di brani come “Cinematografo”, insieme a una serie di canzoni che ruotano attorno alla tradizione melodica partenopea: testi diretti, sentimenti senza filtro, storie di gelosia, nostalgia, famiglia.
Se pensiamo alla linea che parte dalla sceneggiata e arriva al neomelodico di oggi, Gino occupa proprio quella zona in mezzo, dove l’interpretazione teatrale e la voce contano quanto, se non più, della produzione.
In più, nel corso del tempo, alcune sue incisioni sono finite su vinile e in compilation dedicate alla canzone napoletana, a conferma di un percorso lungo e coerente, anche se mai troppo esibito.
Vita privata e carattere: un artista definito “serio e rispettoso”
Della vita privata di Gino Polese si è sempre saputo relativamente poco, e non per caso. Non era un personaggio da cronaca rosa, anzi: preferiva che a parlare fossero le canzoni e le serate.
Nei messaggi che amici e concittadini gli hanno dedicato emergono tre tratti ricorrenti:
- correttezza sul lavoro,
- educazione nei rapporti personali,
- un modo di fare descritto come “serio e rispettoso con tutti”.
Molti lo definiscono un cantante bravo ma sottovalutato, quasi come se una parte del riconoscimento che meritava gli fosse arrivata solo dopo la morte.
C’è chi ricorda i pomeriggi passati a parlare di musica, chi le chiacchierate al bar, chi i consigli ricevuti prima di salire sul palco. Più che un personaggio lontano, il ritratto che viene fuori è quello di un uomo di quartiere, che ha scelto di restare vicino alle sue radici anche quando avrebbe potuto spostarsi altrove.
L’ultima canzone: “Natale”, una lettera alla madre
Poco prima di morire, Gino Polese aveva annunciato l’uscita di quella che considerava la sua ultima grande opera: una canzone dal titolo “Natale”.
“Natale” è un brano dal tono intimo, dedicato alla madre e ai genitori, intriso di gratitudine e mancanza. Non il classico pezzo natalizio da sottofondo, ma una canzone che racconta la famiglia, i ricordi, i posti vuoti attorno al tavolo delle feste.
Riascoltata oggi, suona come una confessione in musica:
- c’è la nostalgia di chi guarda indietro,
- c’è l’affetto per la madre,
- c’è la consapevolezza che certi legami continuano anche quando le persone non ci sono più.
Chi gli era vicino racconta che teneva moltissimo a questo brano. Per lui era quasi un punto d’arrivo, il modo di chiudere un cerchio iniziato da ragazzo, quando cantava per gioco nelle strade di Ponticelli e sognava di far arrivare la propria voce un po’ più in là del quartiere.
Il saluto del quartiere e le cause della morte
I funerali di Gino Polese si tengono nella Chiesa della Madonna di Lourdes, con un ultimo saluto che unisce familiari, amici, colleghi e tanti abitanti di Ponticelli.
Nei necrologi e nei manifesti funebri che girano in queste ore si legge: “È mancato Gino all’affetto dei suoi cari, il cantante, di anni 68”. Una formula semplice, che però per chi l’ha conosciuto pesa tantissimo.
Per quanto riguarda le cause della morte, il quadro che emerge è questo:
- si parla di una malattia che lo ha indebolito a lungo,
- negli ultimi giorni le sue condizioni sarebbero diventate molto gravi,
- la famiglia ha scelto di non rendere pubblici i particolari sulla diagnosi, chiedendo rispetto e discrezione.
Quello che è certo è che non si è trattato di un evento improvviso completamente inatteso, ma dell’esito di un percorso di salute difficile, affrontato in silenzio, con pochi dettagli condivisi all’esterno.
Il quartiere, intanto, lo saluta con foto di vecchie serate, locandine sbiadite, video di esibizioni. Per molti, con lui se ne va un pezzo di memoria collettiva, fatta di feste in piazza, canzoni urlate sotto il palco e abbracci a fine serata.
FAQ su Gino Polese
Quanti anni aveva Gino Polese quando è morto?
Gino Polese aveva 68 anni al momento della morte, avvenuta il 8 gennaio 2026.
Di dove era Gino Polese?
Era originario di Ponticelli, quartiere popolare di Napoli, a cui è rimasto legato per tutta la vita e che lo ha sempre considerato il “suo” artista.
Che tipo di musica faceva Gino Polese?
Era un cantante neomelodico e interprete della canzone napoletana, vicino al mondo della sceneggiata, con collaborazioni anche con artisti come Mario Merola e Mario Trevi.
Da cosa è morto Gino Polese?
La famiglia non ha diffuso dettagli precisi, ma chi gli era vicino parla di una malattia che lo aveva colpito da tempo e di un progressivo peggioramento delle condizioni di salute fino alla morte, a 68 anni.
Qual è l’ultima canzone uscita di Gino Polese?
La sua ultima canzone è “Natale”, un brano molto emotivo e familiare, dedicato alla madre e ai genitori, che oggi viene riascoltato come un ultimo messaggio d’amore affidato alla musica.

Sono giornalista pubblicista laureata in letteratura e content manager con una grande passione per la scrittura






