Chi è Francesca Ballotta, la fidanzata di Alessandro Ambrosio, il capotreno ucciso a coltellate nel parcheggio della stazione di Bologna. Il suo racconto tra amore e paura

Daniela Devecchi

Chi è Francesca Ballotta, la fidanzata di Alessandro Ambrosio, il capotreno ucciso a coltellate nel parcheggio della stazione di Bologna. Il suo racconto tra amore e paura

Nel giro di pochi giorni il nome di Alessandro Ambrosio, 34 anni, capotreno, è diventato il simbolo di un paese che si interroga sulla sicurezza del lavoro. Accoltellato nel parcheggio del piazzale Ovest della stazione di Bologna, il 5 gennaio, mentre rientrava alla sua auto. Ma accanto al suo volto, nelle cronache e nei presìdi, ne è apparso subito un altro: quello di Francesca Ballotta, la sua fidanzata.

Secondo quanto riportato da testate e social, Francesca ha 27 anni. Era con lui a Natale, seduta al tavolo con i genitori di Alessandro, a ridere e a bere un bicchiere in più. Pochi giorni dopo, si è ritrovata nel parcheggio dove lui è stato ucciso, in mezzo alle divise dei colleghi, con una frase che pesa come un macigno: «Chi l’ha ammazzato mi ha portato via la persona più importante della mia vita così, all’improvviso.»

“Amava quel lavoro, ma aveva paura”

Nelle ore successive all’omicidio, la voce di Francesca è arrivata attraverso un’intervista. Le sue parole sono semplici, ma non lasciano scampo: «Il mio Alessandro amava quel lavoro, ma aveva anche paura.»

Amava il lavoro da capotreno, lo aveva scelto seguendo un po’ le orme del padre, lo viveva come un mestiere vero, fatto di responsabilità, viaggi, contatto con le persone. Negli ultimi tempi, però, qualcosa era cambiato. Francesca racconta che sempre più spesso lui le confidava di incontrare “soggetti pericolosi”. Non era una paura vaga: erano episodi concreti, situazioni tese a bordo dei treni, incontri in stazione con persone sbandate, alterate, difficili da gestire.

Lei lo ascoltava, cercava di rassicurarlo, ma quella sensazione di rischio era entrata nella loro quotidianità. Telefonate a fine turno, messaggi per sapere se era arrivato in albergo o a casa, il riflesso automatico di controllare l’orario del treno che lui stava facendo. Tutto questo adesso suona come un presagio.

La sera dell’agguato nel parcheggio della stazione

Il 5 gennaio 2026 Alessandro finisce il suo servizio e prende il solito percorso verso il parcheggio del piazzale Ovest della stazione di Bologna, l’area riservata ai dipendenti. È lì che, secondo la ricostruzione degli inquirenti, viene aggredito alle spalle e colpito con almeno una coltellata tra le scapole e l’addome. Muore praticamente sul posto per shock emorragico.

L’ipotesi che si fa strada è quella di un omicidio legato a un gesto banale e insieme incomprensibile: una richiesta di prestare il cellulare per fare una telefonata, il rifiuto, la lite, la coltellata. Il principale indiziato è Marin Jelenic, 36 anni, cittadino croato senza fissa dimora, già noto per porto di coltelli e altri reati. Viene fermato due giorni dopo a Desenzano del Garda, con due lame addosso.

Per la Procura si tratta di un omicidio per motivi abietti, aggravato anche dal fatto di essere avvenuto in un’area ferroviaria. Per Francesca, al di là dei codici penali, resta soprattutto un pensiero fisso: Alessandro è morto per un niente. Per un oggetto di uso quotidiano, per un incontro sbagliato in un luogo dove doveva sentirsi al sicuro.

Dal Natale in famiglia al presidio con le divise

Solo pochi giorni prima, racconta il padre di Alessandro, la scena era completamente diversa. Un Natale in quattro, semplice: lui, la moglie, il figlio e la fidanzata. Tavola apparecchiata, chiacchiere, risate, qualche bicchiere di vino. Un clima da famiglia che si sta allargando, con una coppia giovane al centro.

Poi, in tre giorni, tutto crolla. Il 5 gennaio la notizia dell’omicidio. Il 6 e il 7, i primi articoli, le prime reazioni dei colleghi, lo sciopero regionale dei ferrovieri tra le 9 e le 17, il presidio nel parcheggio dove Alessandro è stato ucciso. In mezzo a quel mare di divise c’è anche lei, Francesca Ballotta, che ascolta, piange, abbraccia, risponde alle domande dei giornalisti.

Viene raccontata come una ragazza che non si sottrae, pur con il volto ancora segnato. Ha parole nette per l’uomo che le ha portato via Alessandro, ma ancora più dure per un sistema che, dal suo punto di vista, non ha saputo proteggerlo. Il lavoro che lui amava lo ha portato nel luogo in cui è stato colpito.

Il dolore che diventa richiesta di sicurezza

Il volto di Francesca non è solo il volto del lutto privato. Nel giro di poche ore diventa anche il volto di una battaglia collettiva: quella di chi chiede più sicurezza per il personale ferroviario, non solo a bordo treno ma anche in stazione, sui marciapiedi, nei parcheggi, nei percorsi di accesso.

Quando dice che Alessandro “aveva paura”, non parla solo per lui. È un pezzo di racconto che torna anche nelle parole dei colleghi: controllori e capotreno che si trovano spesso a gestire persone alterate, aggressioni verbali, minacce, senza avere sempre gli strumenti (e le forze dell’ordine) al fianco.

La sua presenza al presidio del 7 gennaio, nel punto esatto in cui il compagno è caduto, è un’immagine destinata a restare. Intorno a lei le bandiere dei sindacati, le giacche blu, le mani che applaudono quando si parla di più sorveglianza, più controlli, più investimenti sulla sicurezza. Al centro, quel dolore nudo che rende tutto molto meno astratto.

Una storia che passa dal caso di cronaca alla vita reale

Nel racconto mediatico di questi giorni, Francesca Ballotta non è una protagonista “tecnica” – non è un’avvocata, non è una testimone oculare, non è una parte istituzionale. È la fidanzata della vittima, e basta questo per trasformarla nella chiave emotiva con cui tanti lettori entrano nella storia di Alessandro Ambrosio.

La vediamo al fianco del padre e della madre di lui nelle fotografie, la sentiamo parlare di quel misto di orgoglio e paura con cui guardava al lavoro del compagno, la immaginiamo ancora seduta a quella tavola di Natale quattro contro il mondo. Non ha scritto comunicati, non ha lanciato hashtag, non ha costruito slogan. Ha solo detto: «Mi hanno portato via la persona più importante della mia vita».

In fondo, è da lì che parte tutto. Dal fatto che, dietro il titolo “capotreno ucciso alla stazione di Bologna”, c’è una ragazza di ventisette anni che, dal 5 gennaio, deve imparare a usare al passato un verbo che fino a pochi giorni fa era solo al presente: amare.

FAQ su Francesca Ballotta e il caso Ambrosio

Chi è Francesca Ballotta?
Francesca Ballotta è la fidanzata di Alessandro Ambrosio, il capotreno di 34 anni ucciso a coltellate il 5 gennaio 2026 nel parcheggio del piazzale Ovest della stazione di Bologna. Secondo diverse ricostruzioni ha 27 anni.

Perché se ne parla nei giornali?
Perché ha deciso di esporsi pubblicamente, raccontando il suo dolore e spiegando che Alessandro amava il suo lavoro ma aveva paura per le situazioni rischiose che affrontava sempre più spesso a bordo treno e in stazione.

Dove è stata vista dopo l’omicidio?
È stata presente al presidio del 7 gennaio nel parcheggio della stazione di Bologna, organizzato dal personale ferroviario e dai sindacati, in contemporanea con lo sciopero regionale per chiedere più sicurezza.

Che cosa ha detto sul lavoro di Alessandro?
Ha raccontato che Alessandro era orgoglioso di fare il capotreno, ma che negli ultimi tempi le parlava di “soggetti pericolosi” incontrati durante il servizio e di una paura crescente legata proprio alla mancanza di sicurezza.

Cosa rischia l’uomo accusato di aver ucciso Alessandro Ambrosio?
Il principale indiziato è un 36enne croato, fermato con due coltelli addosso dopo una fuga tra diverse stazioni. La Procura contesta l’omicidio aggravato da motivi abietti, con l’ipotesi che l’aggressione sia legata a un tentativo di rapina o a una banale richiesta di usare il cellulare finita nel sangue.