È morto Ahn Sung-ki, leggenda del cinema coreano: 74 anni, oltre 130 film, una lunga battaglia contro un tumore al sangue. Chi era, cosa è successo, chi lascia

Daniela Devecchi

È morto Ahn Sung-ki, leggenda del cinema coreano: 74 anni, oltre 130 film, una lunga battaglia contro un tumore al sangue. Chi era, cosa è successo, chi lascia

La Corea del Sud oggi si è svegliata con una notizia che pesa come un macigno: Ahn Sung-ki è morto.
Per loro era “il Nation’s Actor”, l’attore della nazione. Per chi ama il cinema asiatico in mezzo mondo, un volto che attraversa sessant’anni di film, dal bianco e nero alle piattaforme.

Aveva 74 anni. È morto il 5 gennaio 2026, in un ospedale di Seoul, dopo una lunga battaglia contro un tumore del sangue che lo accompagnava ormai da anni. Accanto a lui, fino alla fine, la moglie Oh So-yeong e i due figli.

Dietro la notizia secca del decesso c’è una storia che parte da un bambino sul set negli anni ’50 e arriva a un signore magro, provato, ma sorridente, che fino all’ultimo ha continuato a essere un punto di riferimento per il cinema coreano.

Dal bambino prodigio al volto del nuovo cinema coreano

1° gennaio 1952, Daegu, Corea del Sud. Da lì comincia tutto. Ahn Sung-ki viene al mondo in un Paese ancora ferito dalla guerra, che deve ricostruire strade, famiglie, ma anche immaginari.

Entra nel cinema da bambino. A soli 5 anni è già davanti alla macchina da presa, nel film The Twilight Train. Da lì in poi è una corsa: decine di ruoli da piccolo attore, set, registi, luci. Intorno cambiano governi e presidenti, lui resta sullo schermo.

Poi si ferma. Studia, cresce, prova a stare lontano dal cinema. Ma il cinema torna a prenderselo.

Alla fine degli anni ’70 ricompare, stavolta da adulto, e qui cambia proprio la storia: gli anni ’80 lo trasformano in uno dei volti del nuovo cinema coreano, quello che inizia a farsi notare anche fuori dai confini nazionali.

Film come “Good Windy Days”, “Mandala”, “Whale Hunting”, “Village in the Mist” lo impongono come l’attore capace di reggere ruoli complessi, spesso sospesi tra spiritualità, politica, vita quotidiana. È l’uomo comune che guarda il mondo cambiare, ma anche il protagonista che incarna il dubbio, il peso della storia, il conflitto interiore.

Negli anni ’90 e 2000 arriva la consacrazione popolare:
“White Badge”, “Two Cops”, “Nambugun”, “Silmido”, “Musa – The Warrior”, “Radio Star”, “Unbowed”.
La lista è lunga, quasi infinita. Oltre 130 film in carriera, forse più, distribuiti su oltre 60 anni di lavoro ininterrotto.

In patria diventa il recordman dei premi: una valanga di riconoscimenti tra Grand Bell Awards, Blue Dragon, Baeksang, fino a essere l’attore più premiato della storia del cinema coreano. Per questo, a un certo punto, smettono quasi di chiamarlo per nome: per tutti è “l’attore della nazione”.

Un’icona pulita: fede, impegno, niente scandali

C’è un tratto che distingue Ahn Sung-ki da tanti colleghi: l’immagine pulita.

In un mondo in cui ogni celebrità prima o poi finisce invischiata in polemiche, gossip, scandali più o meno veri, lui attraversa i decenni senza macchie clamorose. Niente grandi storie di cronaca rosa, niente cadute di stile, niente scandali di costume.

È cattolico praticante. Compare in progetti legati alla Chiesa, partecipa al video “Koinonia” in occasione della visita di papa Francesco, presta il volto a campagne con un messaggio sociale chiaro. Non è solo l’attore che piange sul set, è anche l’uomo che presta il proprio nome a cause concrete.

Diventa ambasciatore UNICEF per la Corea del Sud, volto di campagne umanitarie, simbolo di una certa idea di responsabilità pubblica. Per un periodo guida anche la Korean Film Actors Association, la potente associazione degli attori, segno che i colleghi, oltre ad amarlo, si fidano di lui.

Il sistema gli restituisce questo ruolo in modo ufficiale: riceve due ordini al merito culturale (Bogwan nel 2005 ed Eungwan nel 2013). Dopo la morte, arriva l’onore massimo: la Geumgwan Order of Cultural Merit, il grado più alto, consegnato alla famiglia accanto al suo ritratto funebre. Un riconoscimento che in Corea viene riservato a pochissimi.

Moglie, figli, casa: il privato tenuto al riparo

La sua vita privata ha un centro molto preciso: la moglie Oh So-yeong.

Si sposano nel 1985, nella cattedrale di Myeongdong a Seoul. Lei è una scultrice e professoressa universitaria, lontana dai circuiti del gossip, con una vita autonoma rispetto alla fama del marito. Una coppia che, nonostante la grande visibilità di lui, rimane sempre discreta, composta, mai in cerca di riflettori.

Insieme hanno due figli maschi. Su di loro filtra pochissimo: vengono nominati in occasione delle cerimonie, dei ringraziamenti, dei momenti ufficiali, ma non diventano mai “figli di” esposti al pubblico. Uno di loro si sposa a sua volta nella stessa cattedrale di Myeongdong, praticamente sulle orme dei genitori: è uno di quei dettagli che nelle biografie ricorrono come piccolo simbolo di continuità familiare.

Nella malattia e nel peggioramento degli ultimi mesi, i primi comunicati parlano sempre della famiglia: moglie e figli al fianco, decisioni prese insieme, richiesta esplicita di rispetto e discrezione. È la conferma di un equilibrio che non si è mai rotto.

Tumore al sangue, crisi a fine anno, ultimi giorni in terapia intensiva

La parte più dura della storia di Ahn Sung-ki comincia nel 2019.
Gli viene diagnosticato un tumore del sangue, un linfoma non-Hodgkin. Una di quelle malattie che non si vedono da fuori, ma cambiano tutto: cure lunghe, chemioterapia, controlli continui.

Nel 2020 sembra andare meglio: se ne parla come di una remissione, un miglioramento che fa sperare. Ma la tregua dura poco. I controlli successivi rivelano una recidiva. Il cancro è tornato.

Negli anni successivi il suo aspetto cambia: dimagrito, affaticato, ma presente. Compare ad alcuni eventi, sorride, saluta. Per il pubblico coreano è un colpo al cuore vederlo così, ma allo stesso tempo diventa una specie di simbolo di resilienza.

A fine dicembre 2025 la situazione precipita.
Ahn Sung-ki ha un malore improvviso, legato a un arresto cardiaco, probabilmente innescato anche da un episodio di soffocamento mentre mangiava. Viene portato d’urgenza in ospedale, rianimato e trasferito in terapia intensiva al Soonchunhyang University Hospital, nel distretto di Yongsan, a Seoul.

Le notizie che arrivano in quei giorni parlano di condizioni critiche. È intubato, sotto strettissimo controllo medico. La famiglia chiede silenzio, l’industria del cinema si stringe attorno a lui e prepara, in parallelo, un possibile funerale di stato del mondo del cinema.

La mattina del 5 gennaio 2026, attorno alle 9, arriva la notizia che nessuno voleva leggere: Ahn Sung-ki è morto.
Le cause indicate ruotano attorno alle complicazioni della lunga malattia: il tumore del sangue, la recidiva, il fisico ormai provato, il collasso cardiaco di fine anno.

Il resto sono le immagini: il ritratto funebre con il sorriso gentile, la moglie e i figli accanto, la fila di attori, registi, politici, semplici cittadini che entrano nella camera ardente allestita all’ospedale cattolico di Seoul.

Il funerale del “Nation’s Actor”: come lo saluta la Corea

La Corea non lo lascia andare in silenzio.
Per lui viene organizzato un vero e proprio funerale dell’industria cinematografica, della durata di più giorni, presso la funeral hall di un grande ospedale cattolico di Seoul. A guidare il comitato funebre ci sono fondazioni culturali e associazioni di attori.

Il corteo è previsto all’alba del 9 gennaio, con una messa di requiem e la sepoltura in provincia, in un luogo scelto dalla famiglia. Alle spalle del feretro ci sono nomi che oggi dominano le classifiche di incassi coreane e le piattaforme globali: attori e registi che, senza di lui, probabilmente non sarebbero dove sono.

Molti parlano apertamente di “fine di un’era”: quella in cui il cinema coreano era una questione quasi domestica, prima di diventare un fenomeno esportato ovunque. Lui c’era all’inizio, c’è stato nel boom, c’è stato mentre il mondo scopriva la Corea attraverso festival e Oscar.

Domande frequenti su Ahn Sung-ki

Ahn Sung-ki è morto?
Sì. Ahn Sung-ki è morto il 5 gennaio 2026, a 74 anni, in un ospedale di Seoul, dopo alcuni giorni in terapia intensiva in seguito a un arresto cardiaco e a complicazioni legate a un tumore del sangue.

Di cosa è morto Ahn Sung-ki?
Era malato da anni di un tumore del sangue (linfoma non-Hodgkin). Aveva avuto una fase di remissione, poi una recidiva. A fine 2025 ha avuto un grave malore, con arresto cardiaco, ed è stato ricoverato in terapia intensiva. La morte è legata alle complicazioni di questa lunga malattia.

Quanti anni aveva Ahn Sung-ki?
Era nato il 1° gennaio 1952 a Daegu. Al momento della morte aveva 74 anni.

Chi è la moglie di Ahn Sung-ki?
La moglie è Oh So-yeong, scultrice e professoressa universitaria. Si sono sposati nel 1985, nella cattedrale cattolica di Myeongdong, a Seoul, e sono rimasti insieme per tutta la vita.

Ahn Sung-ki aveva figli?
Sì, Ahn Sung-ki e la moglie Oh So-yeong hanno due figli maschi. Sono molto riservati: vengono citati nei comunicati e nelle cerimonie ufficiali, ma non fanno vita pubblica da personaggi dello spettacolo.

Per il pubblico coreano, da oggi, il cinema avrà un prima e un dopo Ahn Sung-ki. I film restano, le sue interpretazioni pure. Il “Nation’s Actor” esce di scena come ha vissuto: con discrezione, senza eccessi, lasciando che a parlare siano i personaggi che ha portato sullo schermo.