A Feltre, in questi giorni, una frase ritorna spesso: “Se pensavi al Partito, pensavi a Papette”.
Luciano Papette, morto a 90 anni, non era soltanto un ex amministratore comunale. Era uno di quei volti che finiscono per confondersi con la storia stessa di una città: maestro elementare, dirigente del Pci bellunese, militante instancabile della sinistra per oltre mezzo secolo.
Quando se ne va una figura così, non è solo cronaca locale. È un pezzo di memoria collettiva che si chiude.
Dalla Venezia del dopoguerra alle montagne di Feltre
Luciano Papette non era nato all’ombra delle Dolomiti. Le biografie lo ricordano originario di Venezia, cresciuto in un Nordest ancora segnato dalla guerra e dalla povertà. Negli anni Cinquanta arriva a Feltre, in una provincia che sta cambiando in fretta: la ricostruzione, il boom economico, le prime fabbriche, le tensioni sociali.
Qui mette radici. Non da semplice “veneto che si sposta di qualche chilometro”, ma da uomo che sceglie un luogo e decide che quella sarà la sua comunità.
Per decenni, se giravi per Feltre, non era raro incrociarlo: passo svelto, giornale sottobraccio, sempre pronto alla discussione politica come alla chiacchierata fuori dal bar.
Il maestro che conosceva tutti per nome
Prima della politica, viene la scuola.
Papette è stato maestro elementare per una vita intera, fino alla pensione. Questo vuol dire una cosa precisa: generazioni di bambini che passano dai suoi banchi, decine di famiglie che lo incontrano ai colloqui, in corridoio, alle recite di fine anno.
In molti lo ricordano come un insegnante esigente ma giusto, capace di tenere la classe con lo sguardo più che con le urla. Il tipo di maestro che ti corregge il dettato, ma poi ti parla di mondo, di diritti, di rispetto per chi ha meno.
Essere maestro a Feltre, in quegli anni, significava anche un’altra cosa: diventare una figura pubblica, volente o nolente. Lui questo ruolo se lo è preso fino in fondo. Con il registro in mano la mattina, con i volantini o il giornale di partito al pomeriggio.
“Comunista duro e puro, ma rispettoso del sacro”
Il ritratto più efficace lo sintetizza in poche parole: “comunista duro e puro ma rispettoso del sacro”.
Un’espressione che dice molto del suo modo di stare al mondo.
“Duro e puro” perché la sua collocazione è sempre stata chiara: Partito Comunista Italiano, poi tutte le trasformazioni successive, senza mai cambiare campo. Niente oscillazioni, niente tentazioni centriste: Papette stava lì, nel solco della sinistra storica, e lì è rimasto.
“Rispettoso del sacro” perché, pur venendo da una tradizione politica spesso in conflitto con la Chiesa, non ha mai fatto della religione una guerra personale. Funerali, feste patronali, momenti di comunità: partecipava, salutava, parlava con tutti. L’ideologia non gli impediva di riconoscere il valore dei riti collettivi.
Questa doppia fedeltà – alla propria storia politica e al tessuto sociale della città – è uno dei motivi per cui, oggi, lo salutano persone che magari non hanno mai votato a sinistra.
Quasi vent’anni in consiglio comunale: quando il Pci parlava la lingua di Feltre
Sul piano istituzionale, la sua carriera è netta: quasi vent’anni da consigliere comunale a Feltre nelle file del Pci e due anni da assessore, tra il 1976 e il 1978, nella giunta guidata dal sindaco Granzotto.
Sono anni caldi: crisi industriali, lotte sindacali, terrorismo, compromesso storico. Mentre il Paese vive tensioni altissime, a livello locale il Pci prova a coniugare rigore e pragmatismo: bilanci comunali, servizi, scuole, urbanistica.
Papette è uno di quelli che portano la voce del partito nelle aule del municipio, ma poi escono e si fermano in piazza a spiegare che cosa si è deciso e perché.
Per molti feltrini, la politica era anche questo: incontrarlo sotto i portici, fermarlo due minuti, contestare una scelta o ringraziarlo per una decisione presa in Giunta. Una forma di responsabilità continua, che non si esauriva con il voto ogni cinque anni.
Tessere, sezioni, giornali: una vita da militante
Se c’è un’immagine che riassume Luciano Papette, è quella del militante a tempo pieno.
Chi lo ha frequentato nelle sezioni racconta di:
- tesseramenti porta a porta,
- discussioni interminabili dopo le riunioni,
- giornali di partito distribuiti ovunque, specialmente l’Unità.
Per lui non bastava “votare bene”. Bisognava iscriversi, partecipare, discutere, studiare. La tessera non era un pezzo di cartone, ma un atto di responsabilità verso la propria comunità politica.
In un’epoca in cui la politica viaggia soprattutto online, la sua figura sembra arrivare da un altro mondo: scale condominiali, campanelli, cucine fumose, circoli di quartiere. Una politica fatta di corpi e di incontri reali, anche scomodi, anche duri.
Dal Pci al Pd: restare nello stesso posto mentre tutto cambia
Papette ha attraversato, in prima persona, tutte le metamorfosi della sinistra italiana: Pci, Pds, Ds, Pd.
Molti, in quei passaggi, hanno cambiato partito o sono usciti dalla scena. Lui no. È rimasto, spesso criticando, ma senza abbandonare la nave.
Chi lo conosceva bene racconta che soffriva nel vedere la perdita di radicamento dei partiti, le sezioni che chiudevano, i circoli svuotati. Una delle sue amarezze più grandi era proprio la sede cittadina del Pd a Feltre chiusa per anni.
Negli ultimi tempi, la riapertura di quello spazio è stata vissuta come una piccola vittoria simbolica: il segno che, forse, qualcosa può ancora ripartire.
In questo percorso lunghissimo, la sua costante è sempre stata la stessa: difendere i più deboli. Che si trattasse di lavoratori in difficoltà, famiglie in crisi, studenti senza mezzi, Papette cercava di stare dalla loro parte, con gli strumenti che la politica e la scuola gli mettevano in mano.
L’uomo, oltre il personaggio politico
Dietro l’immagine pubblica, c’era anche una vita privata protetta con discrezione.
Le commemorazioni ufficiali citano la moglie, il figlio e i familiari, senza entrare nei dettagli. Una scelta che rispecchia il suo stile: molta esposizione quando si trattava di idee e battaglie, molta sobrietà quando si parlava di affetti.
Chi lo ha frequentato racconta un uomo colto, ironico, a volte spigoloso, ma sempre disponibile al confronto. Non gli interessavano i salotti, non rincorreva incarichi prestigiosi: preferiva di gran lunga una riunione di sezione fatta bene, con i documenti letti e discussi fino in fondo.
Nelle bacheche dei partiti, nei gruppi cittadini, nelle chiacchiere al bar, oggi il suo nome compare accanto a parole come “rigore”, “coerenza”, “passione”. Non è poco, per una vita passata nell’arena pubblica.
Che cosa resta oggi di Luciano Papette
Cosa resta, adesso, di Luciano Papette?
Resta il ricordo di un maestro che ha educato generazioni di feltrini, dentro e fuori dall’aula.
Resta la traccia di un comunista “duro e puro”, capace però di parlare con tutti senza alzare muri inutili.
Resta l’idea, rarissima, che la politica possa essere ancora impegno quotidiano, non solo slogan o campagne lampo.
Chi oggi prova a rimettere in piedi circoli, associazioni, partiti, può trovare nella sua storia una bussola semplice: radicarsi, ascoltare, studiare, non mollare.
Per Feltre, il suo nome continuerà a vivere nei ricordi di chi lo ha incrociato sui banchi di scuola, nelle aule del municipio, nelle sere d’inverno passate a discutere in sezione.
Domande frequenti su Luciano Papette
Chi era Luciano Papette?
Luciano Papette è stato un maestro elementare e un dirigente storico della sinistra feltrina, attivo nel Pci e poi nelle sue evoluzioni fino al Partito Democratico. A Feltre era conosciuto come volto simbolo del partito e punto di riferimento per molte generazioni.
Quanti anni aveva Luciano Papette e dove è morto?
Aveva 90 anni ed è morto a Feltre, città in cui viveva dagli anni Cinquanta e dove aveva costruito tutta la sua storia pubblica e privata.
Che ruolo ha avuto nella politica di Feltre?
È stato consigliere comunale per quasi vent’anni nelle file del Pci e assessore comunale dal 1976 al 1978 nella giunta guidata da Granzotto. Oltre agli incarichi, è ricordato come uno dei principali organizzatori e animatori della vita di partito.
Perché viene definito “comunista duro e puro”?
Perché è rimasto coerente alla sua collocazione per tutta la vita: Pci, poi Pds, Ds e infine Pd, senza cambiare area politica. Difendeva con convinzione i valori della sinistra, pur mantenendo rispetto per le persone e i contesti diversi, compreso quello religioso.
Perché si dice che per Feltre “era il Partito”?
Perché per molti anni è stato lui il volto concreto della sinistra in città: organizzava, discuteva, tesserava, spiegava le scelte del partito in consiglio comunale. Quando si parlava di Pci (e poi di sinistra) a Feltre, il nome di Luciano Papette veniva in mente quasi automaticamente.

Sono giornalista pubblicista laureata in letteratura e content manager con una grande passione per la scrittura






