Chi è Susana Trimarco, la madre di Marita Verón che ha sfidato la tratta in Argentina

Serena Comito

Chi è Susana Trimarco, la madre di Marita Verón che ha sfidato la tratta in Argentina

Per raccontare chi è Susana Trimarco bisogna partire da un vuoto: una figlia che esce di casa per una visita medica e non torna più. Da quel giorno, una donna di Tucumán, nel nord dell’Argentina, passa dall’essere una madre “normale” a simbolo internazionale della lotta contro la tratta di esseri umani.

La sua storia non è fatta di convegni e palchi, ma di bordelli, minacce, processi, porte chiuse in faccia e migliaia di ragazze incontrate mentre cercava una sola persona: sua figlia, Marita Verón.

Le origini e la famiglia

Il suo nome completo è Sara Susana del Valle Trimarco de Verón, ma per tutti è semplicemente Susana. Nasce il 25 maggio 1954 a San Miguel de Tucumán, una città grande ma ancora molto provinciale, nel nord dell’Argentina.

Si sposa con Daniel Horacio Verón, con cui costruisce una vita di famiglia distante dai riflettori. Insieme hanno una figlia, María de los Ángeles, che tutti chiamano Marita. Più tardi Marita avrà una bambina, Sol, che diventa il centro della casa e il legame più forte tra madre e nonna.

Fino al 2002 quella di Susana è un’esistenza segnata da problemi quotidiani, lavoro, famiglia. Nessuno immagina che finirà al centro di uno dei casi più clamorosi della cronaca argentina recente.

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Il giorno in cui Marita è sparita

Il 3 aprile 2002 è una data che Susana ripete da anni, come se fosse scolpita nella memoria. Marita, 23 anni, esce di casa per una visita medica. Deve tornare nel giro di poco tempo, c’è la figlia piccola che l’aspetta.

Invece scompare.

Secondo i testimoni, viene vista salire contro la sua volontà su un’auto rossa. Da lì in poi, nessun contatto, nessuna chiamata, nessun messaggio.

In un primo momento qualcuno prova a suggerire l’ipotesi della fuga volontaria. Ma per chi la conosce, non torna niente: Marita ha una bambina di due anni, una relazione, una quotidianità strutturata. Non è il profilo di chi sparisce “per capriccio”.

Col passare delle ore e dei giorni, si fa strada un sospetto sempre più concreto: Marita è finita nelle mani di una rete di tratta di esseri umani, destinata al giro della prostituzione forzata. Le voci parlano di spostamenti verso i bordelli di La Rioja e di altre province del nord, forse anche all’estero.

C’è anche un episodio mai chiarito del tutto: secondo alcune ricostruzioni, pochi giorni dopo la scomparsa la ragazza sarebbe stata fermata dalla polizia nella zona di La Ramada, a più di 30 chilometri da Tucumán. Avrebbe raccontato di essere scappata da un “giro” di sfruttamento e sarebbe stata fatta salire su un autobus verso la città. A destinazione, però, non è mai arrivata.

Per Susana, quello è il segno più doloroso di quanto lo Stato abbia fallito nel proteggerla.

Una madre che entra nei bordelli per trovare sua figlia

Quando capisce che le strutture ufficiali non bastano, Susana fa una cosa che molti non avrebbero il coraggio nemmeno di immaginare.

Comincia a entrare nei bordelli.

Si veste in modo diverso, finge di essere una donna interessata al lavoro, o una figura che può “portare” ragazze nuove. Parla con le donne che incontra, mostra la foto di Marita, ascolta storie di ragazze sparite da altre province, impara nomi, cognomi, indirizzi, targhe, abitudini dei protettori.

Non è solo un atto di coraggio. È anche una forma di indagine vera e propria, fatta da una persona che non ha nessun badge, nessuna divisa, nessuna tutela. E infatti le minacce arrivano: telefonate anonime, intimazioni a smettere di cercare, voci che la vorrebbero “eliminare”.

Nel frattempo, a forza di entrare in quel mondo, Susana si accorge di un’altra cosa: Marita non è un caso isolato.

Dietro ogni porta ci sono ragazze sequestrate, convinte con l’inganno o vendute, poi costrette a prostituirsi in condizioni che non hanno nulla a che vedere con la “scelta”. In alcuni casi, proprio grazie alla sua insistenza, le operazioni di polizia liberano donne e ragazze tenute prigioniere.

Lei continua a non trovare sua figlia. Ma comincia ad aiutare tante altre figlie di qualcun altro.

La fondazione María De Los Angeles: dal dolore a una struttura stabile

Nel 2007, dopo anni di lotte, Susana capisce che non basta più muoversi da sola. Decide di creare una struttura in grado di reggere il peso dei casi che continuano ad emergere.

Nasce così la Fundación María de los Ángeles, intitolata a Marita. L’idea è semplice e brutale allo stesso tempo: trasformare la disperazione di una madre nella base di un sistema di aiuto per tutte le vittime di tratta che non hanno nessuno dalla loro parte.

La fondazione:

  • gestisce case rifugio per donne e ragazze liberate dai circuiti di sfruttamento,
  • offre assistenza psicologica, legale e sociale alle vittime e alle famiglie,
  • lavora insieme a magistrati e forze dell’ordine per mappare e smantellare reti criminali,
  • organizza incontri nelle scuole e campagne di sensibilizzazione sul tema tratta.

Negli anni, il numero di persone aiutate cresce in modo impressionante. Fonti diverse riportano cifre nell’ordine delle migliaia di vittime salvate o accompagnate in percorsi di uscita e reinserimento. Non si tratta solo di “raid” nei bordelli, ma di un lavoro quotidiano fatto di documenti, perizie, testimonianze, assistenza continuativa.

Come il caso Verón ha cambiato le leggi in Argentina

Il nome di Susana Trimarco smette presto di essere solo una storia di cronaca. Diventa un elemento che pesa sulle scelte politiche.

Negli anni successivi al sequestro di Marita, l’Argentina approva e poi irrigidisce diverse leggi contro la tratta di persone. Una delle modifiche più significative riguarda il tema del “consenso”: prima, se la vittima era maggiorenne e veniva considerata “consenziente”, le pene per i trafficanti potevano essere ridotte.

La mobilitazione attorno al caso Verón spinge il legislatore a togliere questa scappatoia. L’idea è chiara: in un contesto di violenza, ricatto, dipendenze e minacce, parlare di consenso è una finzione che aiuta solo chi sfrutta.

C’è anche la questione degli annunci sui giornali, il famigerato spazio pubblicitario dedicato ai “servizi sessuali” che per anni ha fatto da vetrina a un mondo semi-clandestino. Anche qui, la pressione di associazioni e figure come Susana contribuisce alla decisione di vietare quelle inserzioni, togliendo visibilità “ufficiale” a un mercato che si alimentava proprio di ragazze reclutate, ingannate o rapite.

In sintesi, il caso Marita Verón diventa una lente attraverso cui l’Argentina guarda in faccia la propria ipocrisia sul tema della prostituzione e della tratta, e inizia – non senza resistenze – a riscrivere le regole.

Il processo: prima lo schiaffo, poi le condanne

Il momento forse più duro del percorso giudiziario arriva nel 2012, quando si conclude il primo grande processo per il rapimento e lo sfruttamento di Marita.

In aula sfilano testimoni, esperti, ex vittime. Vengono ricostruiti spostamenti, bordelli, nomi di clan. Sul banco degli imputati siedono 13 persone, tra cui membri di famiglie legate alla prostituzione e, in alcuni casi, figure vicine alle forze di sicurezza.

Alla fine di tutto, la sentenza: assoluzione per tutti.

La notizia scatena rabbia e incredulità in mezzo paese. Per molti, è il segno che la giustizia continua a proteggere i potenti e a non dare ascolto alle vittime. La vicenda arriva fino al livello politico più alto: la allora presidente Cristina Fernández de Kirchner riceve Susana, i giudici finiscono sotto forte contestazione, e il caso diventa ancora più simbolico.

L’anno successivo, però, succede qualcosa di raro. La Corte Suprema di Tucumán rivede il verdetto e annulla le assoluzioni. Dieci imputati vengono condannati a pene importanti per sequestro e sfruttamento. È una svolta storica, non solo per la famiglia Verón ma per tutte le cause legate alla tratta.

Resta però una ferita che la sentenza non può chiudere: Marita non è mai stata ritrovata. Non c’è un corpo, non c’è un luogo dove portare un fiore. C’è solo un procedimento giudiziario che conferma le responsabilità, senza però restituire alla madre la possibilità di un ultimo saluto.

Premi, riconoscimenti e il peso di essere “madre coraggio”

Col passare degli anni, il lavoro di Susana Trimarco viene riconosciuto in diversi paesi.

Riceve premi internazionali dedicati alle donne che difendono i diritti umani, viene invitata a raccontare la sua storia in conferenze, partecipa a incontri con governi e organizzazioni sovranazionali. Il suo nome compare persino tra le candidature al Premio Nobel per la Pace, segno di quanto la sua battaglia sia uscita dai confini dell’Argentina.

In patria, il Senato le conferisce riconoscimenti ufficiali, le ONG la indicano come punto di riferimento, alcune serie televisive e documentari si ispirano apertamente alla sua storia: dal racconto diretto delle sue ricerche fino a personaggi di fiction che riprendono la figura della madre che si infiltra nel mondo della prostituzione per salvare la figlia.

Dietro le luci, però, resta una verità più cruda: tutta questa visibilità nasce da una perdita insopportabile. I premi non cancellano il fatto che Susana abbia sacrificato anni di vita privata, il matrimonio, la salute e ogni briciolo di tranquillità per continuare a chiedere una sola cosa: sapere che fine ha fatto Marita.

Susana Trimarco oggi

Oggi Susana continua a vivere a Tucumán e a essere il volto e il motore della Fundación María de los Ángeles. Non è più sola a bussare alle porte dei bordelli; al suo fianco c’è una struttura che lavora su più livelli:

  • da una parte c’è il lavoro sul campo, con il sostegno quotidiano alle vittime,
  • dall’altra c’è l’azione più “istituzionale”, fatta di collaborazioni con magistrati, polizia, organismi pubblici e internazionali.

La fondazione segue casi in tutto il paese, partecipa a campagne di prevenzione, interviene nei media ogni volta che un nuovo caso di tratta viene alla luce.

Quando le chiedono se pensa di fermarsi, la risposta ruota sempre intorno allo stesso punto: la sua battaglia non finirà finché non saprà dove è finita sua figlia. Nel frattempo, ogni donna che esce dalla rete di sfruttamento è, a suo modo, un pezzo di giustizia anche per Marita.

Domande e risposte su Susana Trimarco

Chi è, in poche parole, Susana Trimarco?
È una donna argentina nata a San Miguel de Tucumán nel 1954, diventata un simbolo internazionale della lotta contro la tratta di esseri umani dopo il rapimento di sua figlia, Marita Verón. Ha trasformato la sua ricerca personale in un lavoro continuo di denuncia e sostegno alle vittime attraverso la fondazione María de los Ángeles.

Che cosa è successo a Marita Verón?
Marita è scomparsa il 3 aprile 2002, a 23 anni, mentre andava a una visita medica. Le indagini e le testimonianze indicano che sarebbe stata sequestrata da una rete di tratta e avviata allo sfruttamento sessuale in altre province. Nonostante processi e condanne, il suo corpo non è mai stato ritrovato e il caso resta aperto.

Che ruolo ha la fondazione María de los Ángeles?
La fondazione, creata da Susana, offre rifugi sicuri, assistenza psicologica, legale e sociale alle vittime di tratta e alle loro famiglie. Collabora con le autorità per individuare e smantellare reti di sfruttamento e porta il tema nelle scuole, nei media e nelle istituzioni, facendo da ponte tra le vittime e lo Stato.

Quante persone ha aiutato il lavoro di Susana Trimarco?
Negli anni, le strutture legate alla fondazione hanno seguito e sostenuto migliaia di donne e ragazze coinvolte in casi di tratta. I numeri cambiano a seconda delle fonti, ma il dato condiviso è che si parla di un impatto su vasta scala, a livello nazionale.

Perché il suo nome è stato associato al Premio Nobel per la Pace?
La candidatura è arrivata come riconoscimento al coraggio con cui ha affrontato reti criminali, complicità istituzionali e indifferenza sociale, e al ruolo che la sua battaglia ha avuto nel cambiare leggi e nel rendere visibile la realtà della tratta in Argentina. La sua storia viene spesso citata come esempio di come l’azione di una sola persona possa spostare l’agenda politica di un intero paese.