Nella notte di Capodanno, mentre su telefoni e social giravano video di brindisi e fuochi d’artificio, a Crans-Montana, località sciistica svizzera molto frequentata, dentro il bar Le Constellation la scena era completamente diversa: un boato, le fiamme che prendono velocità, gente che urla e cerca di scappare.
Da quella notte non si hanno più notizie di Emanuele Galeppini, ragazzo italiano di quasi 17 anni, nato a Genova e trasferito da qualche anno a Dubai con la famiglia. È uno dei sei italiani ancora dispersi dopo l’incendio che ha causato decine di morti e oltre cento feriti, secondo i bilanci provvisori comunicati dalle autorità.
Un sedicenne tra Genova e Dubai, con il golf al centro
Chi lo conosce lo descrive come un ragazzo sportivo, con il sorriso facile e un’ossessione sana: il golf. Diversi racconti lo presentano come un giovanissimo talento, uno di quelli che passano ore sul campo ad allenarsi, con in testa l’idea di farne qualcosa di serio.
Emanuele è nato a Genova, città a cui è rimasto molto legato. In più di un profilo viene ricordato anche il suo tifo per il Genoa. Poi la scelta familiare di trasferirsi a Dubai, dove continua a studiare e ad allenarsi, tornando in Italia nei periodi di vacanza e in occasione delle gare.
C’è un piccolo scarto tra le varie cronache sulla sua età: alcune lo definiscono sedicenne, altre parlano di 17 anni. In ogni caso, si parla di un ragazzo in piena età liceale, in quel periodo in cui la vita sembra tutta davanti e il futuro si costruisce poco alla volta, tra scuola, passioni e progetti.
La notte della tragedia al bar Le Constellation
La sera del 31 dicembre Emanuele si trova a Crans-Montana con la famiglia per qualche giorno sulla neve. Come molti coetanei, per festeggiare l’arrivo del 2026 sceglie il locale più gettonato del momento, il Le Constellation, una via di mezzo tra bar e discoteca, pieno di turisti.
Dentro ci sono oltre cento persone. Musica a volume alto, dj in consolle, luci che si accendono e si spengono, atmosfera da tipico Capodanno in montagna. Verso le 1.30 succede quello che nessuno si aspetta: si sente una forte esplosione, subito dopo si scatena l’incendio. Le fiamme salgono verso il soffitto, attaccano gli arredi e l’ambiente si riempie di fumo in pochi istanti.
La polizia del Canton Vallese, fin dai primi comunicati, parla di incendio accidentale, escludendo la pista dolosa. Tra le ipotesi si fa strada quella di un flashover, cioè un’improvvisa “fiammata generale” causata dall’accumulo di gas caldi che si incendiano all’unisono.
In pochi minuti la serata diventa un incubo: chi è vicino alle uscite riesce a scappare, altri restano bloccati nella calca o vengono travolti mentre cercano di raggiungere le scale. Quando i vigili del fuoco spengono le fiamme, il quadro è pesantissimo: decine di vittime, più di 100 feriti, molti gravi, e una lista di persone di cui non si sa più niente.
Tra quei nomi c’è anche quello di Emanuele.
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L’ultimo contatto e poi il vuoto
Il padre di Emanuele, Edoardo, racconta di aver sentito il figlio intorno a mezzanotte. Una telefonata veloce, giusto il tempo di fare gli auguri e di sentire il rumore della festa in sottofondo. Nulla che facesse immaginare quello che sarebbe successo dopo.
Passata quella chiamata, il telefono di Emanuele smette di rispondere. Messaggi, tentativi di chiamata, notifiche: nessun segno. Quando arriva la notizia dell’incendio al Le Constellation, la famiglia si precipita verso la zona del locale e da lì inizia un giro che tanti altri stanno facendo nelle stesse ore: ospedali, cliniche, centri di raccolta dove vengono portati i sopravvissuti.
Il padre spiega di aver controllato liste, parlato con medici e forze dell’ordine, incrociato nomi e cognomi. Il risultato, però, è sempre lo stesso: il nome di Emanuele non appare né tra i feriti identificati, né tra chi è stato messo in sicurezza.
Da qui nasce il suo appello, ripreso da tv e giornali: “Aiutatemi a trovare mio figlio”. Una frase diretta, senza giri di parole, che racconta più di mille dettagli il tipo di incubo che stanno vivendo i familiari.
Emanuele tra i sei italiani ancora dispersi
Negli aggiornamenti ufficiali arrivati dalla Svizzera si parla di sei italiani ancora dispersi dopo l’incendio di Crans-Montana. Emanuele Galeppini è uno di loro. Insieme al suo, compaiono altri nomi di giovani connazionali che non risultano né tra i feriti, né tra le vittime riconosciute.
Parallelamente, le autorità parlano di circa quindici italiani feriti e ricoverati in diverse strutture ospedaliere, alcune in territorio svizzero, altre in Italia. Le famiglie delle persone di cui non si hanno notizie sono in contatto con l’Unità di crisi del Ministero degli Esteri e con l’ambasciata italiana a Berna. Vengono forniti dati anagrafici, fotografie, dettagli utili per incrociare le informazioni con quelle raccolte in ospedale.
La Regione Liguria, la terra da cui Emanuele proviene, ha annunciato l’invio di una task force di medici e specialisti del Centro grandi ustionati di Villa Scassi, a Genova, per supportare gli ospedali svizzeri nella gestione dei pazienti più gravi. È un modo concreto per dire che, da lì, nessuno si sta girando dall’altra parte.
Una storia personale dentro una tragedia enorme
Di fronte a numeri come “decine di morti e oltre cento feriti”, è facile restare sulla superficie. Il nome di Emanuele, invece, riporta tutto su un piano molto più concreto.
Parliamo di un ragazzo che ama il golf, che è nato a Genova, che oggi vive a Dubai con i genitori, che passa il Capodanno sulla neve e la sera va a ballare con gli amici in un locale pieno di gente. Fino a quel momento, la sua è la storia di un qualsiasi adolescente con la valigia sempre pronta e lo sport nel sangue.
Poi arriva un’esplosione, un incendio che in pochi minuti trasforma un luogo di festa in una trappola, e da lì in avanti la sua vita viene riassunta in una parola che nessun genitore vorrebbe mai sentirsi dire: “disperso”.
Le indagini, le attese e le domande sospese
Mentre la polizia svizzera continua a ricostruire cosa è accaduto all’interno del Le Constellation, le famiglie dei dispersi vivono in un limbo. Le autorità parlano di incendio accidentale e stanno verificando se all’origine ci siano effetti pirotecnici usati all’interno, candele, o altre fonti d’innesco compatibili con la dinamica.
L’identificazione delle vittime però richiede tempo. Molti feriti sono in terapia intensiva, sedati, e al momento del soccorso non avevano con sé documenti. Alcuni corpi non sono stati ancora riconosciuti. Anche per questo l’Italia ha offerto il supporto di esperti della Polizia Scientifica e di personale specializzato, per velocizzare e rendere più sicure le procedure.
Intanto, negli aggiornamenti ufficiali, il nome di Emanuele continua a stare dalla parte sbagliata dell’elenco: disperso. Non compare tra i feriti in via di guarigione, non è tra le vittime identificate, non è in nessuna lista di persone rintracciate e già dimesse.
Un ragazzo da riportare a casa
Alla fine, tutto si riduce a una richiesta semplice, che i genitori ripetono in ogni intervista: riportare Emanuele a casa.
Finché il suo nome resterà sotto la voce “dispersi”, per la famiglia esisterà comunque uno spazio – anche minimo – per la speranza. È a questo spiraglio che si aggrappano il padre, la madre, gli amici del golf, chi lo conosce a Genova e chi lo incontra ogni giorno a Dubai.
Per ora la storia di Emanuele Galeppini si ferma qui: un ragazzo italiano di quasi 17 anni, un Capodanno in montagna, un’esplosione in un bar, una famiglia che passa le giornate tra ospedali e telefonate chiedendo se qualcuno lo ha visto.
Il resto lo diranno le ricerche, il lavoro dei soccorritori, dei medici e degli investigatori. Fino a quel momento, il suo nome resterà legato alla strage di Crans-Montana non come un numero, ma come il volto di un ragazzo che qualcuno, da qualche parte, sta ancora aspettando.
“Head Staff”, giornalista pubblicista laureata in letteratura, amo scrivere e apprendere costantemente cose nuove. Trovo che il mestiere del giornalista sia uno dei più affascinanti che esistano. Ti consente di apprendere, di conoscere il mondo, farti conoscere e di entrare in simbiosi con il lettore






