Il 30 dicembre 2012 se n’è andata in silenzio, a 103 anni, in un appartamento romano pieno di libri, carte e appunti. Da allora sono passati tredici anni e il nome di Rita Levi-Montalcini continua a spuntare nelle scuole, nei laboratori, nei dibattiti sulle donne nella scienza.
Le radici: la famiglia Levi-Montalcini
Rita nasce il 22 aprile 1909 a Torino, in una famiglia ebraica sefardita. In casa l’aria è densa di cultura, ma anche di regole.
Il padre, Adamo Levi, è un ingegnere appassionato di matematica, molto rigoroso, legato a un’idea tradizionale della famiglia. La madre, Adele Montalcini, è una pittrice: porta in casa colore, tele, quadri, sogni artistici.
I figli sono quattro:
- il primogenito Gino Levi-Montalcini, architetto e scultore, protagonista dell’architettura razionalista italiana;
- Anna, pittrice;
- le gemelle Rita e Paola: una finirà nei laboratori di neuroscienze, l’altra diventerà un’artista affermata.
È una casa in cui si parla di arte, scienza, politica. Allo stesso tempo, però, il padre è convinto che le figlie debbano, prima di tutto, trovare marito. Rita questo copione lo strappa.
La ragazza che dice no al matrimonio e sì alla medicina
Da adolescente viene mandata al liceo femminile, con un’istruzione pensata più per “signore di buona famiglia” che per future ricercatrici. Ma a lei non basta.
Dopo il diploma studia da privatista, ottiene la maturità classica e chiede al padre di poter fare Medicina e Chirurgia. Non è una discussione semplice, ma alla fine Adamo cede. Da lì comincia il suo viaggio.
Si iscrive all’Università di Torino, si laurea nel 1936 e si specializza in neuropatologia e psichiatria. Entra nel laboratorio di Giuseppe Levi, uno dei grandi dell’anatomia, e si ritrova fianco a fianco con altri due futuri Nobel: Renato Dulbecco e Salvatore Luria.
Sono gli anni in cui prende forma la sua scelta personale:
- niente matrimonio,
- niente figli,
- una vita dedicata alla ricerca e, più avanti, all’impegno civile.
Non la vissse mai come una rinuncia, ma come una libertà.
Le leggi razziali e il laboratorio in camera da letto
Nel 1938 arrivano le leggi razziali fasciste. In quanto ebrea, Rita viene cacciata dall’università: non può più insegnare, non può fare ricerca in un istituto pubblico.
Molti si sarebbero arresi. Lei no. Allestisce un piccolo laboratorio in casa, nella sua camera da letto: un microscopio, qualche strumento recuperato, uova di gallina come modello per studiare lo sviluppo del sistema nervoso negli embrioni di pollo. Un laboratorio “clandestino”, ma scientificamente solidissimo.
La guerra si avvicina, i bombardamenti colpiscono Torino. La famiglia si sposta in campagna, poi, dopo l’8 settembre 1943, fugge a Firenze sotto falsa identità. Rita vive nascosta, ma continua a muoversi:
- mantiene contatti con i partigiani;
- dopo la liberazione lavora come medico in un ospedale alleato, curando soldati e civili.
Scienza, guerra, resistenza: tutto mescolato negli anni più duri della sua vita.
L’America, il NGF e il Premio Nobel
Finita la guerra, Rita rientra a Torino, ma l’orizzonte ormai è più largo. Nel 1947 riceve un invito da Viktor Hamburger, dell’Università di Washington a St. Louis, negli Stati Uniti.
Doveva restare qualche mese, si fermerà per oltre vent’anni.
Negli USA lavora su una domanda precisa: perché i neuroni crescono in un certo modo? Perché, se si trapianta un tumore in un embrione di pollo, le fibre nervose crescono “a corona” attorno al tumore?
Esperimenti su esperimenti, un periodo in Brasile per affinare le colture in vitro, poi il ritorno a St. Louis. Qui collabora con il biochimico Stanley Cohen. Insieme riescono a isolarsi quella sostanza misteriosa che fa crescere i neuroni: è il Nerve Growth Factor, il famoso NGF.
Quella scoperta:
- cambia il modo di pensare lo sviluppo del sistema nervoso;
- apre la strada alla ricerca sui fattori di crescita;
- diventa una pietra miliare per capire la vita e la morte delle cellule nervose.
Nel 1986 arriva il riconoscimento massimo: Premio Nobel per la Medicina a Rita Levi-Montalcini e Stanley Cohen. Lei ha 77 anni, e diventa un simbolo mondiale della scienza che non invecchia.
Il ritorno a Roma, il Senato e le ragazze africane
Dagli anni Sessanta in poi, Rita comincia a spostare il baricentro della sua vita in Italia. Dal 1969 si stabilisce definitivamente a Roma. Dirige un istituto del CNR, continua a viaggiare, ma è nella capitale che costruisce la sua nuova fase.
Negli anni Novanta e Duemila, il suo ruolo va oltre il laboratorio:
- tra il 1993 e il 1998 è presidente dell’Istituto dell’Enciclopedia Italiana Treccani;
- nel 2001 viene nominata senatrice a vita dal presidente Carlo Azeglio Ciampi;
- in Senato difende la ricerca, l’università, i finanziamenti ai centri scientifici.
Nel 2002 fonda a Roma l’EBRI – European Brain Research Institute, centro di ricerca sul cervello che porta il suo nome.
Accanto alla scienza, c’è l’impegno per l’educazione:
- nel 1992 nasce una fondazione dedicata soprattutto alle ragazze africane, con borse di studio e convitti;
- si forma una vera rete di scuole “Rita Levi-Montalcini”, che ancora oggi portano il suo nome e usano la sua storia come esempio.
Nessun figlio, molti eredi
In tutte le interviste lo ha detto con calma e senza giri di parole: non ha mai voluto sposarsi, non ha mai voluto figli. Non perché non avesse affetti, ma perché sentiva che il suo posto era altrove.
Ha parlato di due grandi amori giovanili, entrambi medici, che ha lasciato andare proprio per non rinunciare alla sua autonomia.
I suoi “figli”, in senso largo, sono stati altri:
- gli studenti e le studentesse che ha seguito in Italia e all’estero;
- le ragazze africane sostenute con borse di studio;
- le tante giovani scienziate che l’hanno presa come modello.
Anche la famiglia ha continuato a camminare sulle sue tracce. La nipote Piera Levi-Montalcini, ingegnera, oggi presiede una fondazione che porta il cognome di famiglia, lavora sugli archivi, promuove un centro espositivo e di ricerca dedicato a Rita, Paola e Gino, e tiene vivo il filo tra arte e scienza che nasce proprio in quella casa torinese di inizio Novecento.
Gli ultimi giorni e ciò che resta oggi
Negli ultimi anni Rita perde quasi del tutto la vista. Continua però a lavorare, a scrivere, a dettare testi. Ripete spesso una frase diventata quasi un manifesto:
«Il corpo faccia quello che vuole, io non sono il corpo: sono la mente».
Il 30 dicembre 2012 muore nella sua casa di Roma, a 103 anni. La camera ardente viene allestita al Senato, poi il ritorno simbolico a Torino, con la sepoltura nella tomba di famiglia, nel settore ebraico del Cimitero Monumentale.
Tredici anni dopo, il suo nome è ancora ovunque:
- sulle scuole e sui laboratori;
- nei libri di testo;
- nelle storie di ragazze che scelgono facoltà scientifiche e citano lei, la donna che aveva trasformato una camera da letto in laboratorio e una vita intera in un esperimento di libertà.
Domande frequenti su Rita Levi-Montalcini
Quando è nata e quando è morta Rita Levi-Montalcini?
È nata a Torino il 22 aprile 1909 ed è morta a Roma il 30 dicembre 2012, a 103 anni.
Quanti anni sono passati dalla sua morte?
Dal 30 dicembre 2012 al 30 dicembre 2025 sono passati tredici anni.
Chi erano i suoi genitori e i suoi fratelli?
Il padre era Adamo Levi; la madre Adele Montalcini. I fratelli: Gino, Anna, e la gemella Paola.
Rita Levi-Montalcini si è mai sposata? Ha avuto figli?
No, non si è mai sposata e non ha avuto figli. Scelta voluta, non subita, per poter dedicare tutta la sua energia alla ricerca e ai progetti educativi.
Perché ha ricevuto il Premio Nobel?
Per la scoperta dell’NGF (Nerve Growth Factor).

Sono giornalista pubblicista laureata in letteratura e content manager con una grande passione per la scrittura






