Chi è Mohammad Hannoun, architetto palestinese a Genova accusato di finanziare Hamas: biografia, ruolo nelle associazioni, cosa dice l’inchiesta e cosa risponde lui

Daniela Devecchi

Chi è Mohammad Hannoun, architetto palestinese a Genova accusato di finanziare Hamas: biografia, ruolo nelle associazioni, cosa dice l’inchiesta e cosa risponde lui

Chi è Mohammad Hannoun, l’architetto al centro dell’inchiesta “Domino”

Il suo nome, fino a pochi giorni fa, era noto soprattutto negli ambienti dell’attivismo pro-Palestina. Mohammad (o Mohammed) Mahmoud Ahmad Hannoun, 63 anni circa, è un architetto di origine palestinese, con cittadinanza giordana, che vive da oltre quarant’anni in Italia, a Genova.

Per chi lo conosce in città è il volto di cortei, raccolte fondi, iniziative per Gaza e i Territori occupati. Per i magistrati che hanno firmato la maxi-operazione “Domino”, invece, è soprattutto il presunto vertice di una rete italiana che avrebbe finanziato Hamas attraverso associazioni di beneficenza.

Lui respinge l’etichetta, parla di “bufala” e di “accuse politiche”, ma intanto si trova in custodia cautelare in carcere, al centro di un’inchiesta che incrocia Italia, Europa, Stati Uniti e Israele.

Dalla Palestina a Genova: biografia, lavoro, associazioni

Hannoun arriva in Italia all’inizio degli anni Ottanta, nel 1983, e si stabilisce a Genova, zona Bolzaneto. Si laurea e lavora come architetto, ma nel tempo la sua faccia diventa soprattutto quella dell’attivista.

Nel 1994 fonda a Genova l’“Associazione benefica di solidarietà con il popolo palestinese” (ABSpp), che si presenta come onlus impegnata in:

  • raccolte fondi per orfani, scuole, ospedali e famiglie povere di Gaza;
  • progetti di sostegno nei campi profughi;
  • convogli e missioni umanitarie.

Col passare degli anni, intorno a lui cresce una piccola galassia:

  • diventa presidente dell’Associazione Palestinesi in Italia (Api);
  • ha un ruolo in reti europee come la European Palestinians Conference;
  • è indicato come figura di riferimento per la European Association for Al-Quds e le iniziative legate a Gerusalemme;
  • partecipa o viene associato alle “flottiglie” per Gaza, quei convogli via mare che provano a rompere l’assedio portando aiuti.

Nelle cronache cittadine, il suo nome compare spesso accanto a manifestazioni, incontri pubblici, serate di solidarietà. In alcune foto è seduto a convegni con politici italiani, in altre guida cortei con bandiere palestinesi e slogan contro l’occupazione.

Cosa contesta la Procura: l’operazione “Domino”

Il quadro cambia radicalmente con l’operazione “Domino”, scattata tra 26 e 27 dicembre 2025.

La Procura di Genova, con la Direzione Distrettuale Antimafia e Antiterrorismo, coordina una maxi-indagine che porta a:

  • arresti in diverse regioni italiane;
  • misure cautelari per nove persone e tre associazioni;
  • perquisizioni e sequestri di denaro e materiale informatico.

Al centro, secondo gli inquirenti, c’è una rete di finanziamento verso il “Movimento della resistenza islamica – Hamas”, organizzazione considerata terroristica da Unione Europea, Stati Uniti e altri Paesi.

Per i magistrati:

  • Mohammad Hannoun sarebbe il vertice della cellula italiana;
  • le associazioni ABSpp, La Cupola d’Oro e La Palma sarebbero gli strumenti principali usati per raccogliere e canalizzare i fondi;
  • in una decina d’anni, tra Italia e altri Paesi europei, sarebbero transitati diversi milioni di euro, una quota consistente dei quali diretta verso realtà legate a Hamas.

Le accuse formali ruotano intorno ai reati di:

  • associazione con finalità di terrorismo anche internazionale;
  • finanziamento di organizzazione terroristica;
  • sostegno economico a famiglie di miliziani, detenuti e condannati per terrorismo, in modo da rafforzare – questa è la tesi dell’accusa – la capacità operativa dell’organizzazione.

Va ricordato con chiarezza: si tratta di accuse in fase di indagine, non di condanne. Hannoun e gli altri indagati restano presunti innocenti fino a sentenza definitiva.

Come, secondo l’accusa, funzionava la raccolta fondi

Nelle carte dell’inchiesta la macchina viene descritta così: in Italia si organizzano cene di beneficenza, raccolte in moschea, eventi pubblici, campagne social per sostenere scuole, orfanotrofi e ospedali palestinesi. Le persone donano, convinte di partecipare a una normale iniziativa umanitaria.

Quei soldi, una volta entrati nei conti delle associazioni, seguirebbero – sempre secondo la Procura – un percorso più complesso:

  • bonifici verso altre associazioni “gemelle” in Olanda, Austria, Francia, Inghilterra, Turchia;
  • trasferimenti a organizzazioni attive in Gaza e nei territori palestinesi, considerate però dagli Stati di riferimento come bracci civili di Hamas;
  • una parte di denaro consegnata in contanti, tramite persone di fiducia.

La tesi degli inquirenti è che una quota rilevante delle donazioni non si fermasse ai progetti umanitari, ma andasse, direttamente o indirettamente, a sostenere:

  • strutture controllate dal movimento;
  • famiglie di combattenti uccisi o detenuti;
  • soggetti condannati per atti di terrorismo.

In quest’ottica, il confine tra beneficenza e supporto al terrorismo non starebbe nel “fare del bene” a chi vive in guerra, ma nel rafforzare economicamente un’organizzazione armata che compie attentati, anche suicidi.

I sequestri: contanti, computer nascosti, bandiere

Nel corso delle perquisizioni vengono trovati ingenti quantitativi di contante, per oltre un milione di euro, parte in Liguria, parte in Emilia. In un garage, il denaro sarebbe stato nascosto insieme ad altro materiale.

Oltre ai soldi, le cronache giudiziarie parlano di:

  • computer e supporti informatici (chiavette, hard disk) nascosti in intercapedini di cartongesso;
  • una bandiera di Hamas e simboli riconducibili al movimento;
  • documenti e appunti sulle attività delle associazioni;
  • foto e video di soggetti armati, in mimetica, usati – secondo l’accusa – come materiale di propaganda.

Dentro l’inchiesta ci sono anche intercettazioni: conversazioni in cui alcuni indagati evocano la “jihad”, commentano attentati, parlano di “martiri” e di sostegno alle loro famiglie. Sarà il processo, se ci sarà, a stabilire quanto questi elementi bastino a dimostrare un legame operativo con il terrorismo o se rientrino, pur discutibili, nel campo della propaganda politica.

Le liste nere Usa e i precedenti

La posizione di Mohammad Hannoun non nasce dal nulla nel 2025.

Già prima dell’operazione “Domino” il suo nome compare:

  • nelle sanzioni del Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti, che lo inseriscono – insieme alla ABSpp – tra i soggetti ritenuti parte di una rete di finanziamento di Hamas in Europa;
  • in dossier internazionali che descrivono la ABSpp come un “ente di beneficenza di facciata”, dietro cui ci sarebbe un sostegno sistematico all’ala militare del movimento.

A livello italiano, nel passato risultano:

  • una vecchia richiesta di misura cautelare, presentata anni fa dalla Procura e respinta dal giudice;
  • almeno due “fogli di via” firmati dalla questura di Milano, dopo interventi pubblici di Hannoun giudicati come istigazione all’odio o alla violenza in relazione a episodi internazionali.

Sono tutti elementi che oggi la Procura usa per costruire un quadro di continuità, mentre la difesa li legge come il segno di una sorveglianza politica permanente su chi fa attivismo pro-Palestina.

Cosa dice Hannoun: “bufala”, “frottola”, caso politico

Da anni, nelle interviste, Mohammad Hannoun nega di essere un leader di Hamas. Si definisce:

  • “palestinese impegnato nella lotta per i diritti del mio popolo”;
  • “simpatizzante di Hamas come di ogni fazione che lotta per la Palestina”, ma non membro né dirigente dell’organizzazione.

Sulla specifica accusa di essere un finanziatore del terrorismo, usa parole ancora più dure: parla di “bufala”, “frottola”, “accusa costruita dai servizi israeliani” poi ripresa da governi e media occidentali.

La difesa insiste su alcuni punti fermi:

  • i soldi raccolti dalle associazioni, secondo loro, sarebbero andati a progetti umanitari: orfani, famiglie in difficoltà, scuole, strutture sanitarie;
  • l’equazione tra “aiuto umanitario in Palestina” e “finanziamento del terrorismo” sarebbe, nelle loro parole, una criminalizzazione della solidarietà;
  • molte informazioni usate nei dossier proverrebbero da fonti israeliane, interessate a scoraggiare qualsiasi forma di sostegno ai territori sotto assedio.

Al momento, in carcere, Hannoun continua a proclamarsi innocente e attende di essere sentito dal giudice nell’interrogatorio di garanzia. Sarà lì che inizierà a emergere, nero su bianco, la versione difensiva punto per punto.

A che punto è il procedimento (e perché le parole contano)

Al 29 dicembre 2025 la situazione è questa:

  • Hannoun è stato arrestato e si trova in custodia cautelare in carcere;
  • l’indagine è in corso, con nuove perquisizioni e accertamenti sui flussi di denaro;
  • non esiste ancora alcun rinvio a giudizio, né tantomeno una sentenza.

Per chi racconta questa storia, è fondamentale tenere insieme due piani:

  • da un lato, la gravità delle contestazioni: se venissero dimostrate, si parlerebbe di una rete europea che usa la beneficenza per finanziare un’organizzazione armata;
  • dall’altro, la presunzione di innocenza: fino a prova contraria, Mohammad Hannoun e gli altri indagati restano persone che devono ancora essere giudicate, non colpevoli certificati.

Domande frequenti su Mohammad Hannoun

Chi è, in sintesi, Mohammad Hannoun?
È un architetto palestinese di circa 63 anni, con cittadinanza giordana, residente da decenni a Genova. È conosciuto come presidente di associazioni pro-Palestina e organizzatore di campagne di solidarietà, oggi al centro di un’inchiesta per presunto finanziamento di Hamas.

Perché è stato arrestato?
Per un’operazione antiterrorismo della Procura di Genova, che lo indica come vertice di una rete di raccolta fondi verso Hamas attraverso associazioni di beneficenza. Le accuse parlano di associazione con finalità di terrorismo e finanziamento del terrorismo, ma il procedimento è agli inizi.

Che ruolo hanno le associazioni ABSpp, La Cupola d’Oro e La Palma?
Sono le tre associazioni che, secondo l’accusa, avrebbero raccolto e convogliato milioni di euro verso organismi collegati a Hamas. Per i promotori e per la difesa, sono realtà impegnate in progetti umanitari per la popolazione palestinese.

Hannoun ammette di avere finanziato Hamas?
No. Dice di essere simpatizzante della causa palestinese, di aver aiutato il suo popolo ma di non essere un leader di Hamas né un finanziatore del terrorismo. Definisce le accuse una “bufala” e parla di caso politico.

È già stato condannato?
No. Al momento si parla di indagini e di misure cautelari, non di condanne. Saranno i giudici, nelle prossime fasi, a valutare prove, intercettazioni, documenti e a stabilire se le contestazioni reggono oppure no.