Se ami il black metal, il nome Jontho è una specie di richiamo automatico: pensi subito ai Ragnarok, al logo seghettato, ai blast beat tirati fino allo stremo e a quella coerenza quasi ostinata che pochi gruppi hanno saputo mantenere.
Dietro quel soprannome c’era lui, John Thomas Bratland, norvegese, classe 1977, figura centrale di una band che ha attraversato tre decenni di metal estremo senza farsi addomesticare.
Il 21 dicembre 2025 la notizia della sua morte, a 48 anni, ha scosso la scena. Non solo i fan storici, ma anche chi magari aveva scoperto i Ragnarok tardi, con gli ultimi dischi. All’improvviso, un pezzo importante della storia del black norvegese si è fermato.
Le origini a Sarpsborg e la nascita dei Ragnarok
John Thomas Bratland nasce a Sarpsborg, nel sud-est della Norvegia, in quella zona del Paese che negli anni ’90 diventerà terreno fertile per una quantità incredibile di band estreme.
Su di lui ragazzo non si sa tantissimo, e questo fa parte del fascino: niente biografie patinate, niente racconti romanzati. Si sa che inizia presto a muoversi nella scena locale, suonando in piccoli progetti e facendo girare il nome di un batterista giovane ma già molto deciso su quello che voleva.
Nel 1994 arriva la scelta che gli cambierà la vita: insieme al bassista Jerv fonda i Ragnarok. L’idea è semplice e radicale: un black metal feroce, diretto, radicato nella tradizione norvegese ma con un’identità precisa. Niente copie sbiadite di chi è arrivato prima, ma un mondo loro, oscuro e riconoscibile.
I primi passi sono i demo “Et Vinterland i Nord” e “North Land”, finché nel 1995 esce il debutto “Nattferd”, un disco che molti fan considerano ancora oggi uno dei lavori più sottovalutati dell’intera scena.
Da lì in poi, Jontho non si fermerà più.
Dalla batteria al microfono: un leader che si reinventa
Per anni, quando pensavi ai Ragnarok, vedevi Jontho alla batteria: rapido, preciso, con quella attitudine da “regista” del caos.
Con album come “Arising Realm”, “Diabolical Age”, “In Nomine Satanas” e “Blackdoor Miracle”, la band si ritaglia il suo spazio nel black norvegese, restando sempre fedele a un suono ruvido, diretto, poco incline ai compromessi. Molti ricordano in particolare “Blackdoor Miracle”, anche per la presenza di Hoest dei Taake alla voce: un incontro che ha unito due mondi affini e ha cementato ancora di più lo status dei Ragnarok.
Per Jontho, però, la batteria non era l’unico modo di incarnare la band. A un certo punto, dopo vari cambi di formazione e l’uscita di scena del cantante storico, succede qualcosa che non è affatto scontato:
decide di passare lui stesso alla voce.
Non è una scelta di comodo: è una presa di responsabilità. Dal momento in cui impugna il microfono, Jontho diventa il volto dei Ragnarok oltre che la mente. I live cambiano energia: non c’è solo il batterista nascosto dietro i piatti, c’è un frontman che conosce ogni centimetro della propria musica e la porta in faccia al pubblico in modo diretto, quasi personale.
Dischi come “Malediction”, “Psychopathology” e “Non Debellicata” arrivano in questa fase più matura: il suono resta ferocemente black, ma la band sembra più consapevole, più lucida, senza perdere l’impatto.
Oltre i Ragnarok: progetti, collaborazioni, amicizie musicali
Jontho non è stato “solo” il batterista e poi cantante dei Ragnarok. Per chi guarda da vicino la scena norvegese, il suo nome compare in tanti altri posti.
Nel corso degli anni ha collaborato o suonato con band come Tsjuder, Endezzma, Perdition Hearse, Fester e altri progetti sotterranei ma molto rispettati. Spesso lo si incrocia nei crediti come batterista, altre volte come ospite, altre ancora come presenza live.
Questa dimensione “diffusa” racconta bene che tipo di figura fosse:
non solo il leader di una band, ma un punto di collegamento tra diversi pezzi della scena. Uno di quelli con cui si finisce per condividere palchi, furgoni, festival e ricordi.
Lo sapevi che, per un periodo, molti lo consideravano una specie di “garanzia” dietro le pelli? Se c’era Jontho alla batteria, sapevi che il concerto sarebbe stato solido, senza cedimenti.
Gli ultimi anni e la morte a 48 anni
Negli ultimi anni, la storia dei Ragnarok è stata tutto tranne che lineare. La band ha attraversato cambi di line-up, uscite, ritorni, periodi di silenzio e ripartenze.
A un certo punto, dopo l’uscita di vari membri storici, rimane praticamente solo Jontho a tenere vivo il nome. È lui la costante, lui che spinge avanti il progetto anche quando attorno tutto cambia.
Proprio per questo, la notizia della sua morte ha colpito così forte.
Il 21 dicembre 2025, a 48 anni, John Thomas “Jontho” Bratland muore. Le cause non vengono rese pubbliche. Si sa solo che se n’è andato, e che a dare l’annuncio sono i familiari e le persone a lui più vicine.
Nessun sensazionalismo, nessun dettaglio morboso. Una frase che parla di morte serena, e poi il silenzio.
Nel giro di poche ore, le pagine dedicate al metal estremo si riempiono di messaggi: band che lo hanno incrociato in tour, zine che lo hanno intervistato, fan che lo hanno visto suonare una sola volta ma non se lo sono più tolto dalla testa.
Non è curioso come certe figure, magari mai finite nelle grandi copertine mainstream, lascino un vuoto enorme proprio lì dove conta davvero, cioè nel cuore di chi c’era?
Perché la sua figura pesa così tanto nel black norvegese
Coerenza. È forse la parola che torna più spesso quando si parla di lui.
Jontho non ha mai cercato scorciatoie: niente svolte improvvisamente “radio friendly”, niente snaturamenti per piacere a tutti. I Ragnarok sono sempre rimasti una band di black metal estremo, su disco e dal vivo.
C’è poi il lato umano. Nei ricordi di musicisti e addetti ai lavori viene fuori spesso l’immagine di un uomo diretto, ironico, capace di essere duro ma anche profondamente leale. Uno con cui potevi discutere anche animatamente, ma che sul palco dava tutto, ogni singola volta.
Molti fan raccontano concerti in cui, nonostante i locali piccoli e le condizioni non proprio perfette, Jontho e i suoi trattavano ogni show come se fosse un grande festival. Zero pose, tanta sostanza.
Alla fine, la sua importanza non si misura solo con i dischi pubblicati, ma con l’idea stessa di band che ha incarnato:
un progetto che sopravvive ai trend, alle mode, ai social, e continua a esistere finché qualcuno ci crede davvero.
Curiosità e dettagli che aiutano a capire meglio Jontho
- Nome d’arte: oltre a Jontho, a volte veniva indicato come Jontho Panthera.
- Strumento del cuore: per tanti resterà sempre un batterista, anche se negli ultimi anni molti l’hanno conosciuto soprattutto come cantante. Il suo modo di suonare era fisico, asciutto, senza fronzoli inutili.
- Rapporto con i festival: i Ragnarok sono stati ospiti di numerosi festival estremi in Europa, e chi c’era racconta spesso di set intensi, con lui in prima linea a spingere i brani più vecchi accanto a quelli più recenti.
- Legame con i fan: pur mantenendo quell’aura “cold” tipica del black norvegese, non era raro vederlo parlare con la gente dopo i concerti, tra una birra e una foto, con un sorriso che faceva a pugni con l’immagine glaciale del palco.
Un’eredità che resta
Oggi, parlare di John Thomas “Jontho” Bratland significa parlare di un pezzo di storia del metal estremo.
La sua vita è stata intrecciata ai Ragnarok in modo quasi inscindibile: dalla fondazione negli anni ’90, ai dischi che hanno segnato generazioni di fan, fino agli ultimi live in cui, anche quando tutto intorno sembrava complicarsi, lui c’era ancora, sul palco, a tenere alto quel nome.
La sua morte lascia molte domande aperte, ma una certezza è già lì:
i dischi resteranno, le registrazioni live continueranno a girare, le storie dei fan passeranno di voce in voce.
E ogni volta che qualcuno rimetterà su “Nattferd”, “Blackdoor Miracle” o “Psychopathology”, da qualche parte, tra un riff gelido e un blast che non molla, ci sarà comunque lui.

Sono giornalista pubblicista laureata in letteratura e content manager con una grande passione per la scrittura






