Chi era Soji Okita? Il samurai bambino prodigio diventato mito tra storia, anime e videogiochi

Daniela Devecchi

Chi era Soji Okita? Il samurai bambino prodigio diventato mito tra storia, anime e videogiochi

Se ami i samurai, il nome Soji Okita (o Okita Sōji) ti è sicuramente passato davanti almeno una volta. Magari non in un libro di storia, ma in un anime, in un manga, in un videogioco ambientato nel Giappone dell’Ottocento. Dietro quel ragazzo magro con la divisa dello Shinsengumi, la spada velocissima e la tosse di sangue, però, c’è un personaggio reale: un guerriero esistito davvero, morto giovanissimo e trasformato in icona romantica.

Le origini: un ragazzo di Edo con la spada in mano

Partiamo da lui, dalla persona dietro al mito.

Okita Sōji Fujiwara no Kaneyoshi nasce a Edo (l’attuale Tokyo) intorno al 1842–1844, in una famiglia di samurai legata al dominio di Shirakawa. La data esatta è ancora discussa tra gli storici, ma tutti concordano su un punto: muore nel 1868, poco più che ventenne, per tubercolosi.

Resta presto senza padre, cresce circondato da donne – le sorelle, la famiglia allargata – e da una presenza fondamentale: il dojo. A circa nove anni inizia ad allenarsi nella scuola di scherma Tennen Rishin-ryū, nello Shieikan, il dojo guidato da Kondō Isami.

Qui succede qualcosa che cambierà il suo destino: Okita dimostra un talento fuori scala. È uno studente prodigio. A diciott’anni circa ottiene il Menkyo Kaiden, la licenza di trasmissione completa dello stile, e diventa istruttore. Per gli standard dell’epoca, è come diventare professore di spada quando gli altri sono ancora apprendisti.

Lo descrivono così: carattere gentile, educato, perfino timido, ma rigidissimo sul tatami, severo con gli allievi e con se stesso.

Shinsengumi: il capitano più giovane del corpo speciale

Il pezzo di vita per cui tutti lo ricordano comincia nel 1863. Il Giappone è in pieno Bakumatsu, gli ultimi anni dello shogunato Tokugawa, un periodo teso in cui si scontrano chi vuole aprire il Paese e chi lo vuole tenere chiuso e fedele alla tradizione.

Okita parte con Kondo e altri compagni per Kyoto e si unisce al Rōshigumi, un gruppo di rōnin (samurai senza padrone) creato per proteggere lo shogunato. Il Rōshigumi viene sciolto, ma loro restano. Nasce così il nucleo di quella che diventerà la Shinsengumi, la famigerata “polizia speciale” di Kyoto.

In questo corpo:

  • Okita diventa assistente del vicecomandante
  • guida la Prima Unità come capitano
  • continua a insegnare kenjutsu, la via della spada

Partecipa a momenti chiave, come il celebre incidente di Ikedaya, l’irruzione in una locanda dove si preparava un attacco incendiario a Kyoto. Attorno a questi episodi, la leggenda ha costruito un Okita implacabile, capace di abbattere più avversari in pochi istanti.

Storicamente, è certo che fosse uno dei migliori spadaccini dello Shinsengumi, rispettato e temuto. La fama di “genio della spada che muore giovane” farà il resto.

La malattia e una fine troppo precoce

Nel pieno di questa corsa, arriva la tubercolosi.

C’è una scena che ritorna ovunque, nei romanzi e negli anime: Okita che, nel mezzo di uno scontro, crolla a terra tossendo sangue. È un’immagine potentissima, ma gli storici non sono del tutto convinti che sia andata proprio così. Quel che sappiamo con più sicurezza è che, a un certo punto, la malattia lo costringe a lasciare il fronte.

Durante la guerra Boshin, quando le truppe pro-shogunato vengono sconfitte nella battaglia di Toba-Fushimi, lui viene ricoverato a Edo, poi spostato in una pensione, accudito dalla sorella e dai familiari. Lo Shinsengumi viene mandato al nord, a combattere gli ultimi fuochi di una stagione politica che sta finendo; lui rimane indietro.

Muore il 19 luglio 1868, a Edo, e viene sepolto nel tempio Senshō-ji, nel quartiere di Azabu. È un addio silenzioso, lontano dalle battaglie, quasi in controtendenza rispetto alla figura di guerriero perfetto che la fantasia collettiva ha costruito su di lui.

È difficile non vedere qui la nascita di un archetipo: il campione destinato a non arrivare mai fino in fondo, troppo bravo e troppo fragile allo stesso tempo.

Dal samurai all’icona pop: Okita tra anime, manga e fan

Per molto tempo Okita resta un nome per appassionati di storia giapponese. Il salto nell’immaginario globale arriva con il Novecento e poi con la cultura pop.

Romanzi storici, saggi divulgativi, ma soprattutto manga e anime lo trasformano in personaggio:

  • in “Rurouni Kenshin” appare come figura chiave del passato
  • in “Peacemaker Kurogane” e “Hakuōki” è uno dei protagonisti assoluti
  • in “Gintama”, il personaggio di Okita Sōgo è un omaggio diretto a lui, riletto in chiave comica

Il tratto comune? Quasi sempre viene disegnato come un bishōnen, un ragazzo bello, snello, con lo sguardo tagliente e un’aria fragile. La tubercolosi, nei racconti, diventa un elemento estetico oltre che narrativo: fazzoletti macchiati di sangue, colpi di tosse che interrompono duelli perfetti.

Negli ultimi anni Okita è riapparso in opere nuove, rivisitato per pubblici diversi:

  • nel manga/anime “Record of Ragnarok” è il rappresentante dell’umanità nel decimo scontro, definito “il più grande assassino della storia”, in un duello surreale contro il dio Susanoo
  • nel videogioco “Rise of the Ronin” per PS5 è un alleato selezionabile, membro dello Shinsengumi con stile di combattimento rapidissimo e mosse dedicate
  • nel dorama del 2024 “With You I Bloom: The Shinsengumi Youth Chronicle” compare come figura storica all’interno della storia di formazione dei giovani protagonisti

È curioso vedere come lo stesso samurai venga spinto ogni volta un po’ più in là: da guerriero reale a personaggio semi-divino, da ragazzo malato a combattente quasi imbattibile, a seconda di cosa serve alla storia.

Cosa resta davvero di Soji Okita

Tolte le esagerazioni, cosa ci resta nelle mani?

  • l’immagine di un ragazzo di Edo che a nove anni impugna la spada e non la lascia più
  • un percorso che lo porta a diventare maestro e capitano in un corpo d’élite a poco più di vent’anni
  • la consapevolezza di una vita strozzata a metà da una malattia che, allora, era una condanna senza appello
  • il modo in cui, a distanza di oltre 150 anni, il suo nome continua a essere riscritto, ridisegnato, rielaborato

È forse questo, più di ogni altro dettaglio tecnico, a spiegare perché il mito di Soji Okita resiste: è il simbolo di un’abilità fuori dal comune, piegata però dal tempo e dal corpo. E di una giovinezza che non ha avuto il tempo di diventare vecchiaia.

FAQ su Soji Okita

Chi era Soji Okita in poche parole?
Era un samurai giapponese della fine dell’epoca Edo, capitano della Prima Unità dello Shinsengumi, considerato uno dei migliori spadaccini del corpo, morto giovanissimo di tubercolosi nel 1868.

Perché è così famoso rispetto ad altri samurai?
Perché incarna un mix potentissimo: talento eccezionale nella spada, morte precoce, ruolo in un gruppo già leggendario come lo Shinsengumi e una fortissima romanticizzazione in romanzi, anime, manga e videogiochi.

È vero che è morto in battaglia tossendo sangue, come si vede negli anime?
No, le ricostruzioni storiche più attendibili dicono che si è ammalato di tubercolosi e che è morto a Edo, lontano dal fronte. Le scene di collasso in combattimento sono una licenza narrativa molto amata dalla fiction.

In quali opere moderne appare Soji Okita?
Compare in serie come “Rurouni Kenshin”, “Peacemaker Kurogane”, “Hakuōki”, ispira personaggi come Okita Sōgo in “Gintama”, è protagonista di uno scontro in “Record of Ragnarok”, personaggio giocabile in “Rise of the Ronin” e figura storica nel dorama “With You I Bloom: The Shinsengumi Youth Chronicle”.

Esiste davvero una sua tomba visitabile?
Sì, è sepolto al tempio Senshō-ji nel quartiere di Azabu, a Tokyo. L’accesso è stato limitato negli ultimi anni per via del grande afflusso di fan, ma resta un punto di riferimento per chi è appassionato di Shinsengumi e storia del Giappone.