Un ragazzo di 24 anni, di origine indiana.
Un furto di bicicletta, una resistenza a pubblico ufficiale. Poi il carcere, quindi il trasferimento in una Rems, una struttura che dovrebbe essere il luogo più protetto che c’è per chi ha disturbi psichiatrici e ha commesso un reato.
Ieri pomeriggio, intorno alle 17, quel ragazzo è morto. Si è tolto la vita dentro la Rems di Reggio Emilia. È il primo suicidio avvenuto in una Rems in Emilia-Romagna, e il Garante regionale dei detenuti, Roberto Cavalieri, ha detto che è “un evento che deve scuotere l’animo di tutti”.
La morte alla Rems di Reggio Emilia: cosa è successo
Dalle prime ricostruzioni diffuse da Ansa e dalla stampa locale, la dinamica – almeno per ora – è essenziale e spietata.
- Ieri pomeriggio, verso le 17, all’interno della Rems di Reggio Emilia, il ragazzo si è suicidato.
- Gli operatori sanitari sono intervenuti, ma non c’è stato nulla da fare.
- La notizia è stata resa pubblica dal Garante regionale delle persone private della libertà, che ha parlato di “primo caso di questo genere in Emilia-Romagna”.
Non vengono diffusi né il nome del giovane né i dettagli del gesto. Ed è giusto così: non è morboso sapere “come” si è ucciso. Importa capire perché un ragazzo così giovane sia arrivato a quel punto in un luogo che dovrebbe essere il massimo della protezione.
Chi era il 24enne: una vita schiacciata tra reato minore e disagio psichico
Del suo vissuto personale sappiamo pochissimo. Le fonti raccontano solo che era un 24enne di origine indiana, arrestato per furto di una bicicletta e resistenza a pubblico ufficiale, inizialmente detenuto a Piacenza.
A un certo punto, la magistratura dispone il trasferimento in Rems: significa che i periti avevano ritenuto il ragazzo sofferente di un disturbo psichico, non pienamente in grado di intendere e volere al momento del reato, e socialmente pericoloso.
La Rems, sulla carta, è proprio il posto dove un ragazzo così dovrebbe essere curato, seguito, contenuto. Non solo “custodito”. E invece la sua storia finisce in una stanza di una struttura pensata per proteggerlo da sé stesso.
Che cos’è una Rems e perché quella di Reggio Emilia è considerata “un’eccellenza”
Le Rems (Residenze per l’esecuzione delle misure di sicurezza) hanno sostituito i vecchi Opg, gli ospedali psichiatrici giudiziari, chiusi dopo anni di denunce durissime sulle condizioni disumane in cui vivevano i ricoverati.
Sono strutture sanitarie, non carcerarie, gestite dalle Asl:
- accolgono persone che hanno commesso reati ma che una perizia ha definito infermi di mente e socialmente pericolosi;
- l’obiettivo dichiarato è curare, riabilitare, accompagnare verso un rientro controllato nel territorio;
- sulla carta, la logica è quella di un ambiente aperto, terapeutico, meno custodiale rispetto al carcere.
È proprio su questo che insiste il Garante Cavalieri nelle sue parole: la Rems di Reggio Emilia viene descritta come “il massimo valore sanitario e sociale che una regione può dare a persone con problematiche psichiatriche che hanno inconsapevolmente commesso un reato”.
Ed è proprio questo a rendere la morte del 24enne ancora più dolorosa: se ci si toglie la vita nel posto che dovrebbe essere il più protetto di tutti, qualcosa non ha funzionato.
Le parole del Garante: “Storie di sofferenza che iniziano molto prima della Rems”
La frase chiave di Cavalieri è una di quelle che restano:
“Questi esseri umani sono storie di sofferenza che durano da ben prima della loro carcerazione o del loro ingresso in Rems”.
Tradotto: il problema non è solo quello che succede dentro le mura di una Rems.
Il problema è tutto il pezzo di vita prima:
- la solitudine,
- l’assenza di reti familiari o sociali,
- l’accesso difficile alla salute mentale,
- la marginalità di chi arriva dalla migrazione,
- le etichette che ti restano addosso quando entri nel circuito penale.
Quel ragazzo, prima di rubare una bici, prima di finire in carcere, prima di essere spedito in una Rems, probabilmente era già un ragazzo fragile. E la domanda che il Garante pone, in sostanza, è: quante volte l’abbiamo visto senza vederlo davvero?
Suicidi tra carcere e Rems: un’emergenza che l’Europa ha già segnalato
Il suicidio alla Rems di Reggio Emilia non arriva dal nulla. Si inserisce in un quadro generale che da anni viene definito “emergenza suicidi” nel sistema penale.
- Nel 2024 un’inchiesta di Altreconomia ricordava che nelle carceri italiane avviene un suicidio ogni due giorni, con una quota importante di detenuti che hanno diagnosi psichiatriche gravi.
- Le Rems, nate per superare gli Opg, sono poche, piccole e con liste d’attesa lunghe: non sempre riescono a essere davvero l’alternativa “umana” che erano state immaginate.
All’inizio di dicembre 2025, il Consiglio d’Europa ha scritto al governo italiano proprio su suicidi in carcere e nelle Rems, sottolineando come le misure adottate finora non bastino a garantire il diritto alla vita e alla cura delle persone più fragili, soprattutto quelle con disturbi psichiatrici.
Questo nuovo caso a Reggio Emilia sembra una tragica conferma: quando una persona con sofferenza mentale entra nel circuito penale, troppo spesso il sistema non regge il peso della sua fragilità.
Se vuoi un quadro più ampio sul tema, ti rimando anche al nostro approfondimento su /suicidi-carcere-italia-dati-storie/, dove mettiamo insieme numeri e storie degli ultimi anni.
Cosa succede adesso: inchieste interne, indagini e tante domande
Dopo una morte così, è quasi automatico parlare di:
- indagine della Procura,
- verifiche interne dell’Ausl,
- audizioni del Garante,
- richieste di chiarimento da parte di associazioni e garanti nazionali.
Ci saranno perizie, accessi agli atti, interrogatori, relazioni tecniche.
Le domande, però, sono già qui:
- che tipo di sorveglianza e osservazione clinica era stata pensata per quel ragazzo?
- aveva espresso ideazioni suicidarie in passato?
- era seguito da uno psichiatra e da uno psicologo con una frequenza adeguata?
- com’era il rapporto numerico tra operatori e pazienti in quella struttura?
- cosa sapeva il sistema penale del suo vissuto prima della Rems?
Non è caccia al colpevole singolo. È, piuttosto, la necessità di capire se il modello “Rems così come è oggi” riesce davvero a intercettare il rischio di suicidio, oppure se si limita – in molti casi – ad essere un contenitore a bassa intensità custodiale ma con risorse troppo limitate.
Se ti senti in crisi: chiedere aiuto è sempre possibile
Parlare di un suicidio richiede delicatezza.
Chi legge può sentirsi toccato, triggerato, riconoscersi in certe parole.
Se stai attraversando un periodo buio, se ti è passato anche solo per la testa di farti del male, non restare da solo con quei pensieri.
In Italia puoi:
- chiamare il 112 in caso di emergenza immediata;
- contattare Telefono Amico Italia al numero 02 2327 2327, tutti i giorni dalle 9 alle 24, per parlare con un volontario formato e anonimo;
- rivolgerti ai servizi di salute mentale della tua Asl o al medico di base, che può indirizzarti verso uno psicologo o uno psichiatra.
Chiedere aiuto non è una debolezza. È il contrario.
Domande frequenti sul suicidio alla Rems di Reggio Emilia
Dove è avvenuta la morte del 24enne?
Il suicidio è avvenuto nella Rems (Residenza per l’esecuzione delle misure di sicurezza) di Reggio Emilia, struttura sanitaria regionale che accoglie autori di reato con disturbi psichiatrici.
Chi era il giovane che si è tolto la vita?
Era un ragazzo di 24 anni, di origine indiana, arrestato in precedenza a Piacenza per furto di bicicletta e resistenza a pubblico ufficiale, poi trasferito in Rems per motivi psichiatrici. Il nome non è stato diffuso.
Perché questo caso è considerato così grave?
Perché si tratta del primo suicidio in una Rems dell’Emilia-Romagna e riguarda una struttura che dovrebbe rappresentare il livello massimo di tutela sanitaria e sociale per persone fragili. Il Garante regionale ha parlato di fatto che “deve scuotere l’animo di tutti”.
Cosa sono le Rems?
Le Rems sono residenze sanitarie che hanno sostituito i vecchi ospedali psichiatrici giudiziari. Ospitano persone che hanno commesso reati, sono state giudicate inferme di mente e socialmente pericolose, e devono scontare misure di sicurezza in un contesto terapeutico e non carcerario.
Ci sono molti suicidi tra detenuti e internati in Italia?
Sì.

Sono giornalista pubblicista laureata in letteratura e content manager con una grande passione per la scrittura






