In Francia lo chiamano il “pompier pyromane”, il pompiere piromane.
Un medico che, secondo l’accusa, avrebbe avvelenato i suoi pazienti in sala operatoria per poi intervenire da eroe, o per mettere nei guai i colleghi. Trenta casi sospetti in meno di dieci anni, dodici morti, tra le vittime anche un bambino di 4 anni, e un maxiprocesso che tiene con il fiato sospeso famiglie, personale sanitario e opinione pubblica.
Al centro di tutto c’è lui, Frédéric Péchier, 53 anni, ex anestesista di Besançon, oggi sul banco degli imputati alla corte d’assise del Doubs. Per i giudici dovrà essere definito, una volta per tutte, se sia un serial killer in camice bianco o la vittima di un errore giudiziario di proporzioni enormi.
Il medico brillante di Besançon
Per anni, nelle cliniche private di Besançon, il nome di Frédéric Péchier circola come quello di un anestesista capace, rapido, affidabile.
Lavora in due strutture di riferimento della città, la clinique Saint-Vincent e la Polyclinique de Franche-Comté, seguendo interventi di ogni tipo: chirurgia programmata, operazioni di routine, casi più complessi.
I colleghi lo descrivono come un professionista tecnicamente molto preparato, spesso chiamato quando qualcosa va storto in sala operatoria. È l’uomo che arriva, legge i monitor, cambia farmaci, aggiusta dosaggi, detta le manovre di emergenza.
In un numero impressionante di episodi è proprio lui ad essere presente quando un paziente, fino a poco prima stabile, precipita nel giro di pochi minuti.
Anni dopo, gli inquirenti leggeranno questo schema come il segno di un meccanismo costruito a tavolino: creare l’emergenza per poi presentarsi come salvatore.
Il sospetto: il “pompier piromane” della sala operatoria
La parte giudiziaria della vicenda parte da una serie di incidenti anomali tra il 2008 e il 2017.
Pazienti sottoposti a interventi non considerati ad altissimo rischio che, improvvisamente, vanno incontro a arresti cardiaci, collassi circolatori, crisi che sembrano incompatibili con l’andamento previsto dell’operazione.
Secondo l’accusa, qualcuno avrebbe manomesso le sacche di perfusione, iniettando dosi anomale di farmaci o di elettroliti, in particolare potassio, capaci di mandare in tilt il cuore in pochi istanti.
In moltissimi casi il denominatore comune sarebbe proprio Péchier:
era in reparto, era coinvolto nel caso o veniva chiamato in urgenza quando il paziente iniziava a precipitare.
La tesi dell’accusa è netta:
- avvelenare per poi intervenire e consolidare la propria immagine di medico brillante;
- oppure colpire colleghi rivali, facendo esplodere le complicazioni durante i loro interventi, salvo poi piombare in sala e prendere il controllo della situazione.
È qui che nasce l’etichetta del “pompier pyromane”: il medico-pompiere che non solo spegne gli incendi, ma li appicca.
Le vittime: numeri, età, il bambino di 4 anni
Il fascicolo conta 30 pazienti indicati come presunte vittime di avvelenamento nel periodo 2008–2017.
Di questi, 12 sono morti, gli altri hanno riportato danni gravi o si sono salvati per un soffio.
Le età vanno dai 4 agli 89 anni.
Dentro quel elenco ci sono:
- un bambino di 4 anni, simbolo più doloroso del dossier;
- adolescenti sottoposti a interventi programmati;
- adulti e anziani arrivati in clinica per operazioni che, almeno sulla carta, non avrebbero dovuto portare a scenari così drammatici.
Il caso che fa scattare davvero l’allarme è una paziente operata nel 2017: intervento di routine, arresto cardiaco improvviso, analisi della sacca di perfusione con una concentrazione di potassio anomala, altissima. Quella scoperta spinge a guardare indietro, a rivedere anni di cartelle cliniche, tracciati, protocolli. E il nome di Péchier ricomincia a comparire.
Il maxiprocesso e il rischio dell’ergastolo
Il procedimento arriva davanti alla corte d’assise del Doubs nel 2025.
È un processo definito “fuori norma” per dimensioni e impatto: tre mesi di udienze, decine di periti in anestesia, tossicologia, farmacologia, e oltre 170 testimoni tra medici, infermieri, direzioni sanitarie, familiari delle vittime, investigatori.
In aula si alternano:
- i racconti dei familiari, che ripercorrono ricoveri iniziati come qualcosa di gestibile e finiti in tragedia;
- le voci dei colleghi, che parlano di un clima a tratti pesante nelle cliniche e, col senno di poi, di segnali che non sono stati colti;
- gli esperti chiamati a spiegare quanto sia plausibile, dal punto di vista tecnico, il quadro accusatorio.
Alla fine del dibattimento, l’accusa chiede per Frédéric Péchier l’ergastolo e l’interdizione a vita dalla professione medica. Il ritratto è quello di un serial killer in corsia, lucido e metodico, capace di usare la propria competenza anestesiologica come arma.
Il verdetto, atteso a metà dicembre 2025, è destinato a segnare non solo il futuro dell’imputato, ma anche il modo in cui la sanità francese pensa ai controlli interni e alla gestione dei segnali d’allarme.
La linea della difesa: “È un errore giudiziario”
Péchier, dal primo giorno, nega tutto.
Ripete di non aver mai avvelenato nessuno, di non aver mai toccato o manipolato le sacche di perfusione al di fuori dei protocolli, e descrive il processo come una costruzione a posteriori.
I punti chiave della difesa sono:
- nessuna prova diretta lo mostra nell’atto di manomettere una sacca;
- il suo nome sarebbe stato usato come punto di partenza, per riorganizzare episodi sparsi in un quadro unico;
- c’è il rischio di un capro espiatorio, funzionale a rassicurare l’opinione pubblica e a chiudere un caso che ha messo sotto pressione cliniche, autorità sanitarie e magistratura.
Gli avvocati parlano apertamente di “errore giudiziario”.
Sul piano umano, ricordano anche i due tentativi di suicidio del medico, uno per overdose di farmaci e uno con una defenestrazione, come segno di una persona travolta psicologicamente da anni di accuse e sospensioni.
Un caso che fa paura anche fuori dalla Francia
Il dossier Péchier tocca una paura molto concreta:
la possibilità che chi ti anestetizza, ti monitorizza e ti tiene in vita sul lettino operatorio possa trasformarsi in una minaccia.
Per questo il caso viene seguito anche oltre i confini francesi.
Al di là del giudizio su un singolo uomo, restano domande che riguardano tutti gli ospedali:
- chi controlla se, in una struttura, si registra un numero anormalmente alto di incidenti in sala operatoria?
- come si incrociano i dati su complicazioni, turni, personale in servizio?
- quanto è facile – o difficile – che un singolo medico possa sfuggire ai sistemi di allerta interni?
Mentre la giuria si ritira per decidere, nell’aula di Besançon siedono uno di fronte all’altro un anestesista di 53 anni e le famiglie di 30 pazienti, tra cui quella di un bambino di 4 anni.
Da una parte la richiesta di condanna definitiva, dall’altra la parola “innocente” ripetuta da anni.
Domande frequenti sul caso Frédéric Péchier
Chi è Frédéric Péchier?
È un medico anestesista francese, 53 anni, che ha lavorato per anni in due cliniche private di Besançon. È imputato in un maxiprocesso per presunti avvelenamenti in sala operatoria.
Di cosa è accusato?
Secondo l’accusa avrebbe manomesso le sacche di perfusione di 30 pazienti tra il 2008 e il 2017, provocando arresti cardiaci e collassi durante interventi chirurgici, per poi intervenire lui stesso come “salvatore” o per danneggiare colleghi.
Quante sono le vittime?
Il dossier parla di 30 pazienti coinvolti, 12 dei quali morti. Tra le vittime c’è anche un bambino di 4 anni.
Péchier ha confessato?
No. Ha sempre negato ogni responsabilità, dichiarando di non aver mai avvelenato nessuno e definendo il caso un errore giudiziario.
A che punto è il processo?
Il processo davanti alla corte d’assise del Doubs si è chiuso nel 2025 dopo mesi di udienze. L’accusa ha chiesto l’ergastolo; il verdetto è atteso a dicembre 2025.

Sono giornalista pubblicista laureata in letteratura e content manager con una grande passione per la scrittura






