Il calcio romagnolo e una fetta importante di provincia italiana hanno perso uno dei loro volti più autentici.
Flaviano Zandoli, nato a Gambettola il 22 aprile 1947, se n’è andato a 78 anni nella mattina di lunedì 15 dicembre, proprio nel suo paese. Mercoledì, nel Duomo di Cesena, amici, tifosi e vecchi compagni di squadra lo saluteranno per l’ultima volta.
Per molti resterà sempre “Zandolì”, l’attaccante dalle gambe un po’ storte e dal fiuto del gol, capace di lasciare un segno profondo in tre piazze in particolare: Reggio Emilia, Ascoli Piceno e Cesena. Un centravanti di provincia nel senso più nobile del termine, che ha trasformato una vita semplice in una carriera piena di reti, promozioni, ricordi.
Da Gambettola alla Juventus, passando per il Cesena
La storia comincia sui campetti polverosi di Gambettola, tra oratorio e tornei di paese. È lì che i primi allenatori intravedono in quel ragazzo magro e testardo qualcosa di diverso dagli altri. Il passaparola fa il resto: a notarlo è il Cesena, che lo porta in bianconero da ragazzino.
A 12 anni entra nel settore giovanile cesenate, poi, da 14 a 18 anni, la chiamata pesante: le giovanili della Juventus. Per un ragazzo di Gambettola è un mondo nuovo, fatto di treni, collegi, allenamenti durissimi. In prima squadra non ci arriverà, ma quell’esperienza tornerà utile più avanti, quando dovrà cavarsela tra difensori che non regalano un centimetro.
Rientrato in Romagna, trova in Cesena la porta d’ingresso nel calcio vero. Con i bianconeri colleziona le prime presenze in Serie C e partecipa alla promozione in Serie B del 1967-68, il primo grande traguardo della sua vita da professionista.
Sambenedettese e l’esplosione a Padova
La prima tappa lontano da casa è la Sambenedettese, in Serie C. Un anno nelle Marche, 31 presenze, 6 gol e la sensazione di poter reggere bene il salto tra i grandi. Ma è a Padova che Flaviano Zandoli esplode davvero.
Con la maglia biancoscudata, in Serie B, vive una stagione da centravanti implacabile: segna a raffica, tocca quota gol che gli valgono il titolo di capocannoniere e lo rendono uno degli attaccanti più chiacchierati della categoria. In quegli anni di calcio a marcatura a uomo, avere un numero nove così significa spesso partire 1–0.
Il suo modo di muoversi in area è particolare: non è il classico “armadio” fermo a spizzare palloni, ma un attaccante che si smarca, si abbassa, attacca lo spazio, sopporta i colpi. Un centravanti atipico per il tempo, difficile da inquadrare e ancora più difficile da prendere.
La Reggiana e il legame con il Mirabello
Nel 1971 arriva la chiamata della Reggiana. È l’inizio di un rapporto che durerà in tutto cinque stagioni, in due fasi distinte, tra Serie B e Serie C.
Con la maglia granata, Zandoli firma 43 gol in 158 partite, numeri che lo collocano di diritto tra gli attaccanti simbolo della storia reggiana. Il pubblico del Mirabello impara presto a conoscere il suo modo di lottare: testa alta, rincorse infinite, gol pesanti.
Il momento che molti tifosi ricordano con affetto è la promozione dalla C alla B all’inizio degli anni Ottanta. Zandoli è uno dei protagonisti di quella risalita, con una stagione a doppia cifra che rimette la Reggiana nel calcio che conta.
Il legame con Reggio Emilia è talmente forte che, anni dopo, sul murale all’esterno del Mirabello, il suo volto viene raffigurato accanto a quello di altri giocatori storici. Un segno semplice ma potente: chi passa di lì, anche oggi, vede il suo profilo e sa che fa parte della memoria di quella città.
L’Ascoli, la Serie A e la “banda Bassotti”
Nel 1974 Zandoli approda all’Ascoli, e per lui si spalancano le porte della Serie A. Con il Picchio vivrà quattro stagioni intense, due in massima serie e due in Serie B, compresa quella del famoso “Ascoli dei record” che domina il campionato cadetto nel 1977-78.
In bianconero colleziona oltre cento presenze e 24 gol tra A e B. In molti lo ricordano per la coppia d’attacco che forma con Massimo Silva, soprannominata con affetto “banda Bassotti”: due punte non altissime, dalle gambe un po’ storte ma letali in area di rigore.
Non mancano le pagine agrodolci. All’inizio della sua avventura in Serie A, a San Siro, sbaglia un rigore contro l’Inter. Il portiere Bordon para, il risultato si ribalta, e quell’episodio gli resta addosso per anni. Zandoli lo ha raccontato più volte come il ricordo più amaro della sua carriera.
Ma la stessa Milano gli offrirà una sorta di riscatto: ancora contro l’Inter, parte in slalom, semina due difensori e serve a Silva un pallone da spingere in rete. Gol e vittoria. Un modo per chiudere, almeno un po’, il conto aperto con quello stadio.
Il ritorno a casa, tra Cesena, bottega e ragazzi
Negli ultimi anni da giocatore Flaviano torna dove tutto era cominciato: Cesena e la sua Romagna.
Con il Cesena veste di nuovo il bianconero in Serie B, prima di chiudere la carriera tra professionismo e categorie inferiori. È il passaggio naturale verso una seconda vita legata al calcio, ma anche a un rapporto diverso con la città.
A Cesena apre un negozio di articoli sportivi in piazza della Libertà: un posto in cui si vendono scarpe e palloni, ma dove soprattutto si parla di calcio. Ex compagni, giovani calciatori, tifosi: in tanti passano di lì per un consiglio, un ricordo, una stretta di mano.
Più avanti gestirà anche una tabaccheria, sempre in zona centrale, sempre con quella porta che per molti resta sinonimo di chiacchiere sul campionato e sul passato.
In parallelo comincia a sedersi di nuovo in panchina, stavolta da allenatore dei giovani:
- guida le giovanili del Cesena, fino alla Primavera nella metà degli anni Novanta;
- lavora con la Savignanese, con la Juniores regionale;
- dà una mano al Gambettola, chiudendo il cerchio proprio nel paese dov’era partito.
Chi l’ha visto all’opera racconta di un tecnico diretto, schietto, spesso severo ma mai cattivo. Uno che il calcio lo spiegava con parole semplici e che aveva il difetto – o il pregio – di dire quello che pensava, anche quando non era comodo.
Un volto da murale e una candidatura da sindaco
Zandoli non è stato solo pallone. Nel 2012 ha deciso di mettersi in gioco anche sul piano civile, candidandosi a sindaco di Longiano. Non ha vinto, ma quel gesto racconta il desiderio di rimanere dentro la comunità, di dare una forma diversa al proprio impegno.
A Reggio Emilia, come detto, il suo volto campeggia sul murale del Mirabello accanto a quello di altri protagonisti del calcio granata: un’icona popolare, più che una fotografia. A vederlo lì, con quella faccia un po’ dura e un po’ ironica, si capisce perché tante generazioni lo abbiano sentito vicino.
Il saluto di Gambettola, Reggio, Ascoli e Cesena
La notizia della sua morte ha fatto il giro veloce di Gambettola, Cesena, Reggio Emilia, Ascoli. Tifosi di squadre diverse, per una volta, si sono scoperti d’accordo: Zandoli è stato uno di quei calciatori che ti restano dentro.
In Romagna lo piangono come il ragazzo partito dalla Consolata e tornato da uomo, dopo mille gol e altrettante scivolate. A Reggio lo ricordano come bomber generoso, simbolo di una promozione e di un’epoca. Ad Ascoli, come parte di una squadra che ha fatto sognare una città intera e che gli ha regalato la vetrina della Serie A.
Mercoledì, nel Duomo di Cesena, il coro sarà unico, anche se composto da maglie e sciarpe diverse. Al di là delle statistiche – gol, presenze, categorie – di Flaviano Zandoli rimarrà la figura di un centravanti di provincia capace di farsi voler bene ovunque, di uno che ha segnato tanto ma, soprattutto, ha lasciato un segno.
E alla fine, per uno come lui, è probabilmente questo il gol più importante.

Sono giornalista pubblicista laureata in letteratura e content manager con una grande passione per la scrittura






