Umberto Gruarin: è venuto a mancare uno degli ultimi testimoni della campagna di Russia durante la Seconda Guerra Mondiale

Daniela Devecchi

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Umberto Gruarin nasce a Portogruaro il 25 novembre 1919. Dopo la guerra si stabilisce a Mestre, nel quartiere Bissuola, e si costruisce da solo la sua casa in via Motta. Non in senso figurato: quella casa la tira su davvero lui, come fosse un mobile perfetto.

In quella casa vivrà praticamente tutta la vita, circondato dall’affetto delle figlie Rosanna e Marisa.
Rosanna è la presenza quotidiana, quella che divide con lui giornate, pranzi, piccoli riti.
Marisa, professoressa di matematica in pensione, è la figlia che lui chiama quando vuole capire “come funzionano le cose”: così capita che a più di cent’anni si metta lì ad ascoltare spiegazioni di trigonometria per calcolare l’altezza di un albero guardando l’ombra.

Attorno a lui ruotano nipoti e pronipoti, fino alla terza e quarta generazione. In famiglia è un punto fermo, quasi una colonna di casa: tutti lo chiamano “nonno Umberto”, anche chi non è proprio nipote diretto.

Il “nonno” più anziano del Comune di Venezia

Quando spegne le candeline del 106° compleanno, il 25 novembre 2025, Umberto è considerato il cittadino più longevo del Comune di Venezia. Pochi giorni dopo, se ne va all’ospedale dell’Angelo di Mestre, lasciando dietro di sé non solo un numero da record, ma un patrimonio di storie.

Alla domanda sul segreto della sua longevità, la risposta spiazza: niente elisir, niente ricette. Dice che la morte la aspetta “da vent’anni” e che non c’è nessun segreto, solo la vita che va avanti, passo dopo passo.

Lo incontrano amministratori, lo festeggiano con visite ufficiali, foto, auguri pubblici. Ma l’immagine più vera resta quella in casa: lui seduto, giornale in mano, sguardo curioso, pronto a commentare la politica come una partita di briscola.

Il falegname che ha lasciato il segno nel legno e nella parrocchia

Di mestiere, Umberto è falegname. Il legno lo accompagna dall’inizio alla fine. È il suo lavoro, ma anche un modo di stare al mondo: con pazienza, precisione, concretezza.

Dopo la guerra, oltre a occuparsi della casa di via Motta, mette le sue mani al servizio della parrocchia della Beata Vergine Addolorata. Lì realizza:

  • l’ambone,
  • le cornici delle stazioni della Via Crucis,
  • il mobile per la statua di Sant’Antonio da Padova.

Chi entra oggi in chiesa e si guarda attorno, incontra ancora il suo lavoro senza forse sapere che porta la sua firma. Sono pezzi che non fanno rumore, ma parlano.

La devozione per Sant’Antonio nasce da una coincidenza che in famiglia nessuno dimentica: Umberto parte per la guerra proprio il 13 giugno 1942, giorno del Santo. Da allora, quel legame rimane forte per tutta la vita.

La campagna di Russia e il Donbass nei suoi ricordi

Dietro il sorriso ironico e la calma, c’è un passato pesante. Da giovane, Umberto viene mandato sul fronte orientale, nella campagna di Russia. Lì conosce il freddo estremo, la fatica, la paura di non tornare. Il Donbass, per lui, non è un nome letto sui libri: è un paesaggio vissuto, una ferita.

Molti anni dopo, quando i telegiornali ricominciano a parlare proprio di Donbass e di guerra, qualcosa in lui si muove. Le città, i paesi, i nomi che sente sono gli stessi di allora. Per chi non c’è stato, sono luoghi lontani; per lui sono volti, strade, neve.

Davanti alle immagini del conflitto in Ucraina, la sua posizione è netta: non riesce a capire come, dopo un secolo, si possa ancora essere “lì a far la guerra e a far morire la gente”. Non è un discorso astratto sulla pace: parla uno che quel fronte l’ha visto davvero.

Un lettore instancabile, innamorato dei libri e della musica

Un tratto che colpisce tutti è la curiosità. A 100, 101, 105 anni, Umberto continua a leggere. Ama:

  • i saggi storici,
  • i libri su Venezia e Mestre,
  • le storie di Giovannino Guareschi, con Peppone e don Camillo che lo fanno ancora sorridere.

Gli piace informarsi, confrontare quello che legge con quello che ha vissuto. Ogni tanto chiede spiegazioni su parole nuove, espressioni moderne, modi di dire che non aveva mai sentito.

Accanto ai libri, la musica sinfonica: riempie la casa come una colonna sonora discreta. È un sottofondo che accompagna le ore, le letture, i discorsi con le figlie.

Non sopporta, invece, certe cose del presente: i talk show dove tutti urlano e si accavallano, per esempio. Dice che non capisce cosa dicano e che non gli piace vedere gente che si interrompe in continuazione. Lo irritano anche i monopattini buttati davanti ai cancelli: per uno abituato all’ordine del laboratorio, sono un piccolo simbolo del caos moderno.

Un carattere ironico e testardo

Dal racconto di chi gli è stato accanto emerge un uomo lucido, testardo il giusto, con una buona dose di autoironia. Quando qualcuno lo definisce “recordman di longevità”, lui smorza subito i toni: scherza dicendo che “il Signore si è dimenticato di lui”, togliendo ogni retorica.

Rifiuta bastoni, rifiuta deambulatori finché può. In dialetto ripete spesso che “se la cava da solo”. L’orto dietro casa, che non riesce più a lavorare come un tempo, lo osserva da vicino, magari seduto con il gatto, guardando il suo cedro come un vecchio amico.

Anche sul piano medico, la sua età è una sfida. I familiari raccontano di terapie da aggiustare, di medici che ammettono di trovarsi davanti a un terreno poco esplorato: non ci sono molti pazienti di 106 anni su cui basarsi. Ma lui, finché può, resta presente, partecipe, coinvolto in quello che succede attorno.

L’ultimo saluto e ciò che resta

Umberto si spegne all’ospedale dell’Angelo di Mestre, pochi giorni dopo il suo 106° compleanno. Il funerale viene celebrato nella chiesa della Beata Vergine Addolorata, quella dove ha lasciato tanti segni del suo lavoro. A presiedere la messa c’è anche un nipote sacerdote arrivato dal Belgio. È un momento in cui famiglia, amici, parrocchia e quartiere si ritrovano attorno alla stessa figura.

Quando ci si chiede chi è stato davvero Umberto Gruarin, la risposta va oltre la carta d’identità:

  • è stato un falegname che ha dato forma al legno e ai luoghi della sua comunità;
  • un testimone della campagna di Russia che ha visto il Donbass con i propri occhi;
  • un lettore instancabile, capace di ridere con Guareschi e di appassionarsi ancora ai libri di storia;
  • un nonno che ha tenuto unite quattro generazioni;
  • un uomo che, pur avendo attraversato un secolo, non ha mai smesso di farsi domande sul presente.

Magari il suo nome non finirà in un manuale, ma resterà nel legno dei banchi di chiesa, nelle parole dei nipoti, nelle foto di famiglia e nel ricordo di chi l’ha incontrato almeno una volta.

Domande frequenti su Umberto Gruarin

Quanti anni aveva Umberto Gruarin quando è morto?
Umberto Gruarin è morto a 106 anni, pochi giorni dopo il suo compleanno del 25 novembre 2025.

Dove è nato e dove ha vissuto?
È nato a Portogruaro nel 1919 e, dopo la guerra, ha vissuto a Mestre, nel quartiere Bissuola, in una casa di via Motta che aveva costruito personalmente.

Che lavoro faceva?
Era falegname. Ha lavorato nel legno per tutta la vita e ha realizzato anche l’ambone, le cornici della Via Crucis e il mobile di Sant’Antonio per la parrocchia della Beata Vergine Addolorata.

Perché è legato al Donbass e alla campagna di Russia?
Da giovane è stato soldato nella campagna di Russia durante la Seconda Guerra Mondiale, proprio nella zona del Donbass. Per questo riconosceva i luoghi di cui si parla oggi e rifiutava con forza l’idea di una nuova guerra lì.

Come viene ricordato il suo carattere?
Viene ricordato come un uomo ironico, lucido, curioso fino alla fine, amante dei libri e della musica, poco tollerante verso chi urla in TV e verso il disordine del presente, ma sempre capace di una battuta per alleggerire anche i temi più seri.