Renato Iovine, chi era il ristoratore di Procida morto a 55 anni: la storia di “Crescenzo” alla Chiaiolella

Daniela Devecchi

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La notizia è corsa veloce dal porto della Chiaiolella ai vicoli del centro storico: Renato Iovine, 55 anni, storico ristoratore e albergatore di Procida, è morto nei primi giorni di dicembre 2025.
Per l’isola non è solo la scomparsa di un imprenditore, ma la fine di un pezzo di racconto collettivo legato al mare, alla cucina di famiglia e all’accoglienza.

Chi ha messo piede almeno una volta alla Marina di Chiaiolella conosce quel nome: “Crescenzo”, ristorante e piccolo albergo affacciato sul porticciolo. In molti, parlando di lui, non dicono “sono stato in un locale”, ma “sono stato a casa loro”. È da lì che bisogna partire per capire chi era Renato Iovine.

La notizia della morte e il lutto dell’isola

La scomparsa di Renato arriva dopo un periodo di sofferenza vissuto in modo riservato, nel segno della discrezione che lo ha accompagnato anche nel lavoro. La notizia esce l’11 dicembre 2025 e in poche ore Procida si ritrova a fare i conti con un lutto che non è solo privato.

Le immagini che arrivano dall’isola parlano di un dolore composto ma profondo: attività che abbassano le saracinesche in segno di rispetto, messaggi di cordoglio affissi nei locali, ricordi condivisi da chi, nel corso degli anni, ha incrociato Renato tra i tavoli, in cucina o sul molo, sempre di corsa ma con il tempo per un saluto.

L’ultimo saluto, nel santuario di San Giuseppe, ha raccolto un pezzo intero di comunità: la famiglia, gli amici storici, ristoratori e albergatori dell’isola, rappresentanti delle istituzioni, esponenti del mondo associativo e sportivo. Un funerale che, più che una cerimonia, è sembrato una restituzione collettiva di ciò che Renato aveva dato all’isola nel corso della sua vita.

Dalla bottega all’albergo: le radici di “Crescenzo”

Per capire il peso di Renato Iovine bisogna tornare indietro, agli anni in cui i suoi genitori, Crescenzo e Vincenza, mettono le basi di quella che diventerà una delle insegne più note della Chiaiolella.

Lui, Crescenzo, arriva da Ischia con i prodotti dell’orto caricati in barca; lei, Vincenza, è procidana. Prima nasce una bottega di frutta e verdura, poi una piccola locanda che comincia a dare da mangiare agli operai impegnati nella costruzione del ponte di Vivara. È una cucina essenziale, fatta di piatti di casa e di materia prima che arriva quasi direttamente dal mare e dall’orto.

Da quella locanda si sviluppa, passo dopo passo, il ristorante–albergo che tutti conoscono come “da Crescenzo”. Il nome resta quello del padre, ma nel tempo il volto sempre più riconoscibile diventa quello del figlio, Renato, che prende in mano l’attività e la traghetta in un’altra epoca, senza recidere il legame con le origini.

Chi era Renato Iovine

Negli articoli e nei ricordi di chi lo ha conosciuto, Renato Iovine viene descritto come un imprenditore garbato, determinato, poco incline alla scena ma molto presente.
Uno che preferiva il passo concreto al proclama, il lavoro dietro le quinte alla foto di rito.

Crescenzo non è solo il suo lavoro, ma il suo punto di osservazione sul mondo: dalla banchina della Chiaiolella vede cambiare l’isola, passare dal turismo più familiare alle stagioni delle grandi folle, delle barche che affollano il porto e dei selfie con il tramonto. Nel mezzo, lui continua a fare quello che sa: tenere insieme tradizione e gestione moderna, cercando di non tradire né l’una né l’altra.

Molti raccontano un padrone di casa che, anche nelle serate più affollate, trovava il modo di passare tra i tavoli, chiedere se andasse tutto bene, fare una battuta.
Altri ricordano soprattutto il lavoro silenzioso di formazione: camerieri, cuochi, ragazzi alla prima stagione estiva che da quel locale passano e imparano il mestiere, per restare sull’isola o partire altrove.

Il riconoscimento mancato

C’è un dettaglio che rende questa storia ancora più amara. Il giorno dopo la sua morte, Renato Iovine avrebbe dovuto essere a Napoli, nel Palazzo della Borsa, per ricevere un riconoscimento della Camera di Commercio destinato alle eccellenze imprenditoriali del territorio.

Il suo nome era stato proposto dalle associazioni di categoria come esempio di imprenditore che ha saputo coniugare radici familiari e sviluppo dell’accoglienza nel Golfo di Napoli. Quel premio, alla fine, non potrà ritirarlo di persona: sarà consegnato simbolicamente alla moglie Silva e ai figli, Paola e Antonio, già impegnati da tempo nella gestione dell’attività.

Quel vuoto sul palco – la sedia rimasta libera, l’attestato che passa nelle mani dei familiari – è l’immagine che molti scelgono per raccontare la sua scomparsa: un riconoscimento che arriva nel momento esatto in cui chi lo ha meritato non è più lì per riceverlo.

Famiglia, lavoro, comunità

Il profilo di Renato Iovine si muove lungo tre assi: famiglia, impresa, comunità.

  • La famiglia, innanzitutto: una storia che comincia con i genitori e che oggi vede i figli in prima linea nel tenere vivo il nome e il lavoro iniziato decenni fa.
  • L’impresa, intesa non solo come attività economica, ma come luogo dove passano generazioni di lavoratori stagionali, fornitori, clienti abituali.
  • La comunità procidana, che nel locale della Chiaiolella ha trovato per anni un punto di riferimento, un luogo di incontro e, in molti casi, una porta di accesso al mondo del turismo e della ristorazione.

Il suo impegno non si esaurisce tra cucina e sala: viene ricordato come presenza costante quando si tratta di iniziative per valorizzare Procida, partecipare a eventi promozionali, sostenere realtà sportive locali. Piccoli gesti che, nel tempo, costruiscono una reputazione che va oltre il perimetro di un’azienda.

Cosa resta dopo la sua scomparsa

Alla domanda «cosa resta» dopo la morte di Renato Iovine, la risposta non sta solo nelle mura del ristorante o nelle camere affacciate sul porto.

Restano:

  • un modello di accoglienza che ha contribuito a definire l’immagine di Procida agli occhi di chi arriva da fuori;
  • una storia familiare che attraversa più generazioni, dagli anni delle prime barche cariche di verdura alla stagione del turismo globale;
  • una eredità professionale e umana raccolta dalla moglie e dai figli, chiamati a tenere insieme memoria e futuro.

Per molti, soprattutto sull’isola, il nome di Renato continuerà a vivere ogni volta che qualcuno dirà: “Ci vediamo alla Chiaiolella, andiamo da Crescenzo”.
In quella frase c’è un pezzo della sua vita, e di quella di Procida.