Per chi frequenta l’aeroporto di Fano e il mondo del paracadutismo, il nome Ermes Zampa era quasi una certezza. Uno di quelli sempre presenti, che da decenni vedevano passare ragazzi, allievi, appassionati, tra un lancio e l’altro.
In questi giorni il suo nome è legato a una tragedia che ha scosso l’ambiente: Ermes Zampa, 70 anni, istruttore esperto, è morto durante un lancio di gruppo, insieme alla paracadutista Violetta Laiketsion, 63 anni, nell’area della scuola di paracadutismo di Fano.
Chi era Ermes Zampa
Ermes Zampa aveva 70 anni e viveva a Fano. Alle spalle, una vita normale e, allo stesso tempo, fuori dall’ordinario: lavori “di terra”, tra cui quello di autista, e poi quella grande passione che col tempo era diventata quasi una seconda identità, il paracadutismo.
Nell’ambiente lo descrivono come un istruttore esperto, con decenni di attività e migliaia di lanci alle spalle. Non il tipo da cercare la spettacolarità a tutti i costi, ma una figura prudente, attenta, molto concentrata sulle regole di sicurezza.
Era già in pensione, ma continuava a frequentare la scuola come fanno quelli che non riescono a stare lontani dal cielo: sempre presente sul campo, tra briefing, controlli del materiale, consigli agli allievi, lanci con gli amici di lunga data.
Dietro il casco e la tuta c’era un uomo di famiglia: sposato, padre di due figli, radicato nella sua città e nel territorio. Non è il prototipo dell’“spericolato”, ma quello dell’istruttore che, per anni, ha messo il proprio bagaglio di esperienza al servizio degli altri.
Il lancio a Fano finito in tragedia
Il giorno dell’incidente, all’aeroporto di Fano le attività procedono come tante altre volte. C’è un lancio di gruppo con circa 14 paracadutisti a bordo dell’aereo: istruttori, sportivi esperti, lanci tandem, videomaker.
L’aereo sale fino a una quota intorno ai 4.000–4.200 metri. Qui il rito è sempre lo stesso: controlli finali, sguardi d’intesa, porta che si apre, il rumore del vento che entra, poi uno dopo l’altro si lanciano nel vuoto.
I paracadutisti si separano in cielo seguendo traiettorie diverse, ognuno con la propria “linea” da rispettare, fino alla fase cruciale dell’atterraggio. È in quel tratto, tra cielo e terra, che qualcosa va terribilmente storto.
Cosa sappiamo sulla dinamica dell’incidente
Le ricostruzioni convergono su alcuni punti chiave.
Dopo l’apertura dei paracadute, Ermes Zampa e Violetta Laiketsion stanno scendendo regolarmente verso il punto di atterraggio. Le vele sono già aperte, il lancio non è più nella fase ad alta quota: ci si trova tra i 30 e i 50 metri da terra, quindi ormai molto vicini al suolo.
A questo punto, è probabile che le loro traiettorie si siano avvicinate troppo. Le due vele, per cause ancora da accertare nel dettaglio, si toccano e finiscono per intrecciarsi.
Quando due paracadute si agganciano a quella quota, il rischio è massimo:
- le linee possono ingarbugliarsi,
- le calotte possono collassare o perdere portanza,
- il paracadutista si ritrova con una vela che non sostiene più correttamente il peso.
È quello che sarebbe accaduto a Fano: le vele dei due paracadutisti entrano in contatto, si aggrovigliano, il flusso d’aria cambia all’improvviso e i paracadute non sono più in grado di frenare la discesa.
Il problema è la quota. A queste altezze, il tempo tra l’inizio dell’emergenza e l’impatto al suolo è questione di pochi secondi, troppo pochi per:
- prendere consapevolezza di ciò che sta succedendo,
- azionare la maniglia del paracadute di riserva,
- permettere alla vela di emergenza di aprirsi del tutto e “lavorare”.
Così Ermes Zampa e Violetta Laiketsion precipitano al suolo. I soccorsi arrivano rapidamente, ma per entrambi non c’è nulla da fare: vengono trovati senza vita nell’area della scuola / nei pressi della recinzione dell’aeroporto.
Le indagini e i possibili scenari
La morte di due paracadutisti esperti nella stessa manovra è un evento che scuote, anche per chi è abituato a convivere con il rischio.
Sulla tragedia è stato aperto un fascicolo per omicidio colposo, come atto dovuto, per consentire agli inquirenti di acquisire tutto il materiale necessario e valutare se ci siano state eventuali responsabilità, oppure se si tratti di un incidente in cui il fattore umano e il caso hanno avuto un peso determinante.
Sono stati sequestrati:
- i paracadute e gli zaini utilizzati da Zampa e Laiketsion,
- le altre attrezzature legate al lancio,
- le riprese video delle ultime fasi del volo, comprese le immagini registrate da una telecamera montata sul casco e da chi filmava da terra.
Tutto questo servirà a:
- ricostruire con precisione traiettorie e tempi,
- capire se ci sia stata una valutazione errata delle distanze tra i paracadutisti,
- verificare se le procedure di sicurezza previste nei lanci di gruppo siano state rispettate in ogni passaggio.
Tra le ipotesi che gli investigatori e gli esperti valuteranno ci sono:
- un possibile errore di circuito di atterraggio, con due vele che finiscono troppo vicine nella fase finale,
- una manovra tardiva o un cambio di direzione in un momento in cui le regole di sicurezza impongono di non effettuare più correzioni brusche,
- l’eventuale sovrapposizione di più fattori: condizioni del vento, calcolo della distanza, gestione del traffico in atterraggio di un gruppo numeroso.
Il paracadutismo, tra passione e rischio
Chi non pratica questo sport spesso immagina il pericolo solo nel momento del salto nel vuoto. In realtà, gli istruttori spiegano che le fasi più delicate sono due:
- l’apertura del paracadute,
- la parte finale del circuito di atterraggio.
Nei lanci di gruppo esistono regole precise:
- mantenere distanze adeguate tra le vele,
- rispettare un vero e proprio “corridoio” di discesa,
- evitare manovre improvvise sotto una certa quota.
Quando però qualcosa va storto sotto i 50 metri, lo spazio di manovra si riduce al minimo. Il paracadute di emergenza, per funzionare, ha bisogno di un certo tempo per aprirsi e stabilizzarsi: se si tira la maniglia troppo vicino al suolo, la vela si apre solo parzialmente e non riesce a frenare l’impatto.
La tragedia di Fano colpisce così tanto proprio perché coinvolge due persone esperte, impegnate in un’attività che per loro era quotidiana. Mostra, ancora una volta, come anche in un contesto molto regolato e con istruttori di lunga esperienza il rischio non possa mai essere azzerato.
Il ricordo di Ermes Zampa
Al di là delle carte, dei verbali e delle perizie tecniche, resterà il ricordo di Ermes Zampa come quello di un uomo di cielo. Un istruttore che, per anni, ha accompagnato altre persone a vivere la stessa emozione del primo lancio, a superare la paura del vuoto, a scoprire cosa si prova a guardare il mondo dall’alto, appesi a una vela colorata.
Chi lo ha conosciuto lo descrive come pacato, disponibile, generoso con chi aveva meno esperienza, con quella calma tipica di chi sa che in questo sport non si scherza.
Dietro la tuta c’era una vita semplice: la famiglia, le abitudini di sempre, il legame con Fano. Poi c’era quella parte in più, tutta fatta di vento in faccia, rumore dell’aereo, silenzio dopo il salto.
La sua storia, pur tragica, racconta molto di chi vive queste passioni fino in fondo: persone che sanno che il rischio esiste, ma che decidono di affrontarlo con disciplina, rispetto delle regole e amore autentico per il volo.
Il nome di Ermes Zampa resterà legato a quel pezzo di cielo sopra Fano, e a tutte le volte in cui, aprendo la vela, ha insegnato agli altri che sì, si può cadere… ma ci si può anche mantenere sospesi in aria con una leggerezza che, per molti, vale tutta una vita.

Sono giornalista pubblicista laureata in letteratura e content manager con una grande passione per la scrittura






