Per chi è cresciuto con il tennis bianco e nero, Billie Jean King è un volto di famiglia. Per chi è nato molto dopo, è il nome che torna ogni volta che si parla di parità di genere nello sport.
Pochi atleti hanno tenuto insieme così bene due ruoli: campionessa implacabile in campo, attivista ostinata fuori.
Età, origini e primi passi
Billie Jean nasce come Billie Jean Moffitt il 22 novembre 1943, a Long Beach, in California.
Famiglia normale, niente dinastie sportive alle spalle: il padre è pompiere, la madre casalinga. Lei da bambina gioca a softball, corre, si muove sempre. A un certo punto la madre le suggerisce uno sport “più femminile”. Billie Jean sceglie il tennis, senza sapere che quella scelta le cambierà la vita.
Comincia sui campi pubblici, con racchette pesanti, lezioni a basso costo, molto più entusiasmo che mezzi. Però una cosa si vede subito: ha fame. Vuole vincere, ma soprattutto vuole “stare dentro il gioco”, capirne le regole, spingerle un po’ più in là.
Oggi, facendo i conti, ha 82 anni, ma continua a muoversi come se fosse ancora nel mezzo di una partita importante.
La carriera: 39 Slam e un’erba che porta il suo nome
Dal punto di vista sportivo, i numeri parlano da soli.
Billie Jean King arriva a essere numero 1 del mondo e diventa una delle tenniste simbolo tra anni Sessanta e Settanta.
Nel corso della carriera mette insieme:
- 12 titoli del Grande Slam in singolare
- 16 titoli nel doppio femminile
- 11 nel doppio misto
In totale fanno 39 Slam. Una montagna.
Il posto dove lascia il segno più grande è Wimbledon. Sull’erba londinese vince:
- 6 volte in singolare
- 10 volte in doppio
- 4 in doppio misto
Per anni, quando si dice “Wimbledon”, una delle prime immagini è la sua: gonna, occhiali, sguardo durissimo, servizio e volée aggressivi. Non è una tennista da palleggio infinito, è una che entra in campo per prendere il centro della scena.
La “Battle of the Sexes”: una partita diventata simbolo
Il momento che la trasforma da campionessa a icona arriva nel 1973.
Il protagonista dall’altra parte della rete è Bobby Riggs, ex numero 1, personaggio istrionico, dichiaratamente maschilista, che gira i talk show dicendo che le donne non possono competere con gli uomini. La partita viene organizzata come grande show televisivo: luci, sponsor, pubblico da stadio.
Billie Jean accetta sapendo perfettamente che non è solo un match di esibizione. Sa che, in quell’ora e mezza di gioco, si giocano anche immaginario, credibilità, rispetto.
Scende in campo con una pressione enorme addosso e vince in tre set.
Quella che passa alla storia come “Battle of the Sexes” non è solo una partita: diventa una specie di spartiacque culturale.
Da lì in poi, chi prova a dire “le donne nello sport valgono meno” deve fare i conti con quella sera.
WTA, soldi e diritti: cambiare le regole del gioco
Il tennis femminile, prima di Billie Jean King, esisteva. Ma non aveva voce.
Lei capisce presto che non basta vincere tornei. Serve un’organizzazione. Nel 1973 contribuisce a creare la WTA – Women’s Tennis Association, l’associazione che ancora oggi rappresenta le tenniste professioniste. È un atto politico oltre che sportivo: le giocatrici si mettono insieme, fanno fronte comune, iniziano a trattare premi, calendari, visibilità.
In parallelo nasce anche la Women’s Sports Foundation, che si occupa di sostegno concreto alle ragazze nello sport: borse di studio, programmi, iniziative nelle scuole.
L’idea di fondo è semplice: il talento da solo non basta se non c’è un sistema che permetta alle ragazze di restare in campo.
Negli anni, Billie Jean diventa una voce costante sul tema dei premi in denaro uguali nei grandi tornei, spingendo perché gli Slam riconoscano la stessa cifra a uomini e donne. Alcune battaglie le vede vincere, altre restano aperte, ma di certo lei è una delle persone che hanno reso la questione impossibile da ignorare.
Identità, vita privata e visibilità LGBTQ+
La storia personale di Billie Jean King non è stata lineare.
Si sposa giovane con Larry King, che resterà per anni una figura importante anche nella sua carriera. Ma la vita privata è più complessa. Negli anni Ottanta viene forzata al coming out da una causa e dai giornali, in un’epoca in cui essere donna, atleta e omosessuale significava rischiare tutto: sponsor, reputazione, futuro.
Per un po’ il mondo dello sport non è pronto, lei paga un prezzo alto, ma decide lentamente di non nascondersi più.
Negli anni successivi costruisce la propria vita accanto alla compagna Ilana Kloss, ex tennista sudafricana, con cui condivide lavoro, impegno e quotidianità.
Il suo attivismo si sposta così su un doppio binario: parità di genere e diritti LGBTQ+. Diventa un punto di riferimento per atlete e atleti che faticano a dichiararsi, raccontando quanto sia difficile, ma anche quanto sia insostenibile vivere una vita nascosta.
Riconoscimenti e ruolo pubblico oggi
Col tempo, il mondo comincia a restituirle qualcosa di quello che ha dato.
Riceve la Presidential Medal of Freedom, la massima onorificenza civile degli Stati Uniti, come riconoscimento al suo ruolo nell’avanzare i diritti delle donne e delle minoranze. Viene inserita nelle principali Hall of Fame, sia sportive che civili.
Un altro segnale forte arriva quando la storica Fed Cup, la competizione a squadre del tennis femminile, viene ribattezzata Billie Jean King Cup. Non è solo un gesto simbolico: significa legare per sempre il nome della competizione a quello di una donna che ha fatto del gioco di squadra, dentro e fuori dal campo, una missione.
Nel 2025 le viene dedicata anche una stella sulla Hollywood Walk of Fame, nella categoria dedicata allo sport e all’intrattenimento. È un modo per dire che la sua vita è ormai entrata a pieno titolo non solo nella storia sportiva, ma anche nella cultura popolare.
Le battaglie degli ultimi anni
Nonostante l’età, Billie Jean King continua a parlare, scrivere, farsi vedere.
Partecipa a convegni, segue da vicino l’evoluzione del tennis moderno, sostiene pubblicamente le nuove generazioni di atlete quando esplodono casi di sessismo, discriminazioni, differenze di trattamento.
Negli ultimi anni si concentra molto su due temi:
- ragazze che abbandonano lo sport da adolescenti, per insicurezza sul proprio corpo o mancanza di modelli positivi;
- parità salariale e di visibilità tra maschile e femminile, non solo nel tennis ma negli sport di squadra.
Il suo tono non è mai nostalgico. Non parla “di quando giocava lei”, ma di quello che resta da fare adesso.
Domande frequenti su Billie Jean King
Quanti anni ha Billie Jean King?
È nata il 22 novembre 1943: nel 2025 ha 82 anni.
Quanti Slam ha vinto Billie Jean King?
In carriera ha vinto 39 titoli del Grande Slam: 12 in singolare, 16 in doppio femminile e 11 in doppio misto.
Perché è così importante per i diritti delle donne?
Perché ha lottato per premi uguali, ha contribuito a creare la WTA, ha usato la propria visibilità per cambiare le regole del tennis femminile e, più in generale, dello sport al femminile.
Che cos’era la “Battle of the Sexes”?
Era una partita-esibizione del 1973 contro l’ex campione Bobby Riggs, presentata come sfida tra uomo e donna. Billie Jean King vinse in tre set e quel match è diventato un simbolo della lotta per la parità.
È ancora attiva oggi?
Sì. Non gioca più da professionista, ma continua a essere una voce ascoltata su temi di uguali diritti, inclusione e ruolo delle donne nello sport. Partecipa a eventi, iniziative, campagne educative e non ha nessuna intenzione di farsi da parte.

Sono giornalista pubblicista laureata in letteratura e content manager con una grande passione per la scrittura






