A Spilimbergo, dove il mosaico diventa lingua viva

Daniela Devecchi

A Spilimbergo, dove il mosaico diventa lingua viva

C’è un angolo del Friuli, appena fuori dal centro di Spilimbergo, dove il rumore delle martelline scandisce il tempo. Chi entra alla Scuola Mosaicisti del Friuli spesso rallenta il passo: osserva i banchi di lavoro, i frammenti di pietra e smalto, le mani chine degli allievi. È un luogo dove si racconta e si respira l’arte del mosaico dall’antichità alla contemporaneità.

Questa Scuola, fondata nel 1922, affonda le sue radici in una storia che ha attraversato oceani e interi continenti. Dallo Spilimberghese (Sequals, Fanna, Cavasso Nuovo, Arba) partirono sin dal Cinquecento mosaicisti e terrazzieri per Venezia, la Serenissima, per poi agli inizi dell’Ottocento dirigersi verso Mosca, Parigi, Vienna, Varsavia e ancora Washington, Buenos Aires, fino a Shanghai. Un sapere antico, custodito nelle mani più che nei libri.

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Un secolo di viaggi e ritorni

La nascita dell’istituto non fu un caso. Lodovico Zanini, delegato dell’Umanitaria di Milano, ed Ezio Cantarutti, sindaco di Spilimbergo, intuirono che era necessario dare forma scolastica a un mestiere che viveva nelle famiglie del territorio.

Così, nel gennaio del 1922, la Scuola Mosaicisti del Friuli aprì le sue porte. Poche stufe, molta determinazione. Da lì partirono, negli anni, opere che oggi farebbero impallidire qualsiasi cantiere contemporaneo.

Basti pensare ai quasi 10.000 mq di mosaici del Foro Italico a Roma, realizzati negli anni Trenta sui cartoni di artisti come Gino Severini e Angelo Canevari. Oppure ai grandi cicli del secondo dopoguerra: dalla cupola del Santo Sepolcro di Gerusalemme al monastero di Sant’Irene vicino ad Atene, fino ai pavimenti monumentali in Giappone.

Tecniche antiche, linguaggi contemporanei

Oggi la Scuola è un crocevia internazionale. Ogni anno arrivano studenti da più di quindici Paesi: c’è chi percorre poche decine di chilometri e chi vola da Australia, Corea del Sud, Canada, Stati Uniti, Russia, Cina…

Il percorso formativo, della durata di tre anni, è intenso: otto ore al giorno, da settembre a giugno, tra mosaico antico, medievale-bizantino, moderno e contemporaneo.

Accanto a martellina e tagliolo, non mancano le materie finalizzate alla progettazione e al design: computer grafica, modellazione digitale, tecnologia dei materiali, teoria del colore… È qui che tradizione e innovazione trovano un equilibrio raro: una continuità che non rifiuta il presente, ma lo interpreta.

Gli allievi incontrano artisti, architetti, designer. Nel corso degli anni sono passati figure come Gillo Dorfles, Tommaso Cascella, Ugo La Pietra, Getulio Alviani, Piero Dorazio: voci che hanno dato nuovi spunti a un mestiere che rischierebbe di restare immobile se non fosse costantemente stimolato.

Una scuola aperta, viva, visitabile

Una delle caratteristiche che più colpisce è la modalità “a porte aperte”. La Scuola è visitabile: una vera e propria Galleria d’arte musiva.

Chi visita la Scuola trova laboratori attivi, allievi concentrati sui bozzetti, file di tessere catalogate per colore, strumenti che si consumano giorno dopo giorno.

Il fascino sta nel processo, non solo nel risultato: vedere un’opera nascere è forse il modo più diretto per capire l’essenza del mosaico. E forse anche per questo la Scuola Mosaicisti del Friuli è tra i luoghi più visitati della regione.

Progetti che parlano al mondo

Molte opere nate a Spilimbergo sono diventate simboli di città lontane. Tra le più note:

  • la “Saetta iridescente”, 37 metri di mosaico donati alla nuova stazione del World Trade Center;
  • la pavimentazione della Piazza della Transalpina, spazio chiave della capitale europea della cultura 2025;
  • installazioni e pannelli in Europa, Corea del Sud, Giappone, Stati Uniti, Australia, Canada.

Accanto alle grandi commissioni internazionali, continuano i lavori destinati a scuole, chiese, biblioteche e spazi pubblici italiani: interventi più mirati, ma non meno significativi.

Il grande cantiere di oggi

Tra gli edifici della Scuola è in corso una delle opere più ambiziose degli ultimi anni: un pavimento musivo di 1.265 mq, intitolato “Flora e fauna in Friuli Venezia Giulia”.

Un racconto “a piedi nudi”, che attraversa piante, animali, paesaggi di montagna e di mare. Un lavoro collettivo, che coinvolge allievi e maestri, simbolo di un’istituzione che continua a costruire futuro senza smettere di dialogare con il proprio territorio.

Un patrimonio che si rinnova

Guardare la Scuola Mosaicisti del Friuli solo come un’istituzione didattica sarebbe riduttivo. È un luogo di identità, un laboratorio di idee, un ponte tra generazioni.

Qui convivono passato e innovazione, manualità e sperimentazione, memoria e curiosità. È un equilibrio raro, che resiste da più di un secolo e che, a giudicare dall’energia che si respira nei laboratori, continuerà ancora a lungo.