Capita di riascoltare una vecchia canzone e chiedersi: ma com’è finita davvero la storia di chi l’ha scritta? Con Rino Gaetano succede spesso. Sulla sua morte si è detto di tutto: porte chiuse negli ospedali, coincidenze profetiche, teorie oscure. Ma cosa resta davvero certo? E se ti dicessimo che tra verità e leggenda ci passa una linea sottile fatta di orari, strade e decisioni prese nel cuore della notte?
Rino Gaetano muore all’alba del 2 giugno 1981, a Roma, dopo un incidente frontale su via Nomentana. Aveva trent’anni appena.
La notte dell’incidente
Roma, inizio estate. È poco prima delle quattro del mattino. Rino sta tornando a casa, alla guida della sua Volvo 343 grigio metallizzato. All’altezza dell’incrocio tra via Nomentana e via Carlo Fea, nella zona di viale XXI Aprile, l’auto invade improvvisamente la corsia opposta e si scontra frontalmente con un camion. L’urto è devastante. I soccorsi arrivano in pochi minuti, lo estraggono dalle lamiere e lo trasportano al Policlinico Umberto I. Le prime diagnosi parlano di trauma cranico, fratture al volto e al torace, condizioni disperate.
La corsa tra gli ospedali
È qui che comincia il racconto confuso e spesso distorto. Si è detto per anni che Rino fosse stato rifiutato da più ospedali, respinto come il protagonista di una delle sue canzoni. Ma la realtà, raccontata poi dai familiari, è più complessa. Quella notte il Policlinico Umberto I non aveva un reparto di neurochirurgia pronto a intervenire. I medici tentarono di contattare altre strutture di Roma, ma nessuna disponeva in quel momento di una sala operatoria libera o di un’équipe specializzata. Non si trattò di un “no” immotivato, ma di una drammatica indisponibilità.
La sorella di Rino, Anna Gaetano, ha sempre definito una leggenda la storia dei rifiuti. Disse che l’Umberto I fu scelto solo perché era l’ospedale più vicino e che gli altri non erano attrezzati per un intervento immediato. Alla fine, all’alba, Rino venne trasferito al Policlinico Gemelli, dove morì verso le sei del mattino.
Non fu un rimbalzo assurdo da un pronto soccorso all’altro, ma il segno di un sistema che, quella notte, non riuscì a essere abbastanza rapido.
Cosa causò lo schianto
Non si è mai saputo con certezza perché l’auto invase la corsia opposta. Le ipotesi parlano di un collasso improvviso, di un malore o di un colpo di sonno. Nessuna spiegazione è mai stata confermata del tutto. C’è chi sostiene che Rino si fosse accasciato al volante pochi istanti prima dell’impatto, e chi invece crede che sia bastata una distrazione, un attimo di stanchezza dopo una serata intensa.
Resta un mistero sospeso, uno di quelli che la cronaca non potrà forse mai sciogliere.
“La ballata di Renzo”: profezia o coincidenza?
Anni prima Rino aveva scritto una canzone, mai pubblicata ufficialmente, intitolata La ballata di Renzo. Raccontava di un ragazzo vittima di un incidente, rimbalzato da un ospedale all’altro senza trovare aiuto. Quando la gente scoprì quel testo dopo la sua morte, fu inevitabile pensare a una profezia. In realtà era un brano satirico, una denuncia contro le inefficienze del sistema sanitario. Il fatto che la sua storia finisse così simile a quella narrata nella canzone è una coincidenza tragica, che ha contribuito a trasformare la cronaca in leggenda.
I funerali e la memoria
I funerali si tengono il 4 giugno 1981 nella chiesa del Sacro Cuore di Gesù, a Roma. C’è un silenzio surreale, rotto solo dalle sue canzoni che qualcuno canticchia piano, come per salutarlo. In un primo momento viene sepolto a Mentana, poi trasferito al Verano, dove ancora oggi i fan lasciano biglietti, fotografie, bottiglie di vino e ritornelli scritti a mano.
Rino Gaetano è rimasto un’assenza piena, un simbolo che ha superato il tempo. Ironico, libero, poetico. Uno di quelli che non si sono mai piegati.
Oggi, più di quarant’anni dopo
Nel 2025, a oltre quattro decenni dalla sua scomparsa, la storia di Rino continua a parlare. Non perché emergano nuove prove, ma perché la sua figura è diventata un prisma attraverso cui guardare la società, le sue contraddizioni, i suoi silenzi. Il recente docufilm presentato alla Festa del Cinema di Roma ha riaperto i ricordi senza voler risolvere misteri: piuttosto per ricordare che, dietro la leggenda, c’è un ragazzo di trent’anni, uno che scriveva con ironia feroce e tenerezza assoluta.
E forse è questo che conta davvero. Non tanto sapere com’è morto, ma capire perché continuiamo a sentirlo vivo ogni volta che una sua canzone torna a suonare.

Sono giornalista pubblicista laureata in letteratura e content manager con una grande passione per la scrittura






