Il Porto dei piccoli, dove il mare diventa cura

Daniela Devecchi

Il Porto dei piccoli, dove il mare diventa cura

C’è chi entra in reparto con un camice bianco, e chi porta con sé conchiglie, storie di fari, piccole barche di carta. Il Porto dei piccoli è nato così, a Genova, città d’acqua e di approdi: un’idea semplice e radicale insieme — far arrivare il mare ai bambini che stanno affrontando la malattia, perché attraverso il gioco ritrovino spazio, respiro, perfino allegria. La fondatrice, Gloria Camurati Leonardi, lo racconta come un “porto sicuro” a cui fare rotta nei momenti di tempesta, fin dalla nascita della fondazione nel 2005.

Un gesto quotidiano che smuove l’orizzonte

Diciannove anni dopo, quel gesto si ripete ogni giorno in reparti pediatrici, ambulatori, scuole e case. Dal primo approdo all’Istituto Gaslini, Il Porto dei piccoli ha coinvolto migliaia di bambini e famiglie in tutta Italia — un numero che dice la continuità di un lavoro paziente, fatto di presenze, laboratori, ascolto. E dice anche una fiducia conquistata: oggi la rete di collaborazioni include alcuni tra i principali centri pediatrici del Paese.

“Portare il mare e la cultura del porto a tutti i bambini e i ragazzi che affrontano la malattia”: la mission è chiara, concreta, radicata in un lessico di mani e sguardi. Il mare diventa linguaggio per parlare di coraggio, di partenze e ritorni, di equipaggi che non lasciano nessuno indietro. Non è poesia gratuita: è metodo. Psicologi, biologi marini, educatori, musicoterapeuti e psicomotricisti lavorano fianco a fianco per costruire attività pensate su misura, in ospedale e fuori.

Laboratori che sembrano giochi (e invece sono ponti)

Lo sapevi che un laboratorio di biologia marina può diventare la chiave per far dimenticare una flebo per mezz’ora? Conchiglie da osservare, plancton da scoprire, storie di cetacei: la scienza passa dalle mani, e il tempo — che in ospedale si dilata — ricomincia a scorrere in modo umano. È uno dei tanti format creati dai biologi del Porto dei piccoli per trasformare stanze e corridoi in piccole aule sul mare.

Accanto alle attività in corsia, ci sono percorsi educativi più ampi: progetti con le scuole, azioni domiciliari per i bambini che non possono muoversi, iniziative all’aria aperta quando è possibile. Un lavoro sempre gratuito per le famiglie, perché la fragilità — quando arriva — non dovrebbe mai fare i conti col portafoglio.

Una rotta nazionale, con Genova nel cuore

Genova resta il faro, certo. Ma l’equipaggio ha imparato presto a muoversi tra porti diversi: Liguria, Piemonte, Lombardia, Toscana, Emilia-Romagna, Lazio, Friuli Venezia Giulia. È una geografia mobile che segue i bisogni, le alleanze, i reparti che chiedono supporto. E negli anni ha consolidato partenariati naturali — come quello con il Gaslini — e nuove collaborazioni, ad esempio con l’IRCCS Burlo Garofolo di Trieste. Non è curioso come il mare, per definizione aperto, qui diventi struttura, cornice, metodo?

“Harbours & Children”: quando il porto entra in classe

È un progetto che mette insieme autorità portuali, scuole e ospedali pediatrici. L’obiettivo è grande: coinvolgere centinaia di classi e numerosi ospedali su tutto il territorio nazionale, per arrivare — nell’arco di pochi anni — a migliaia di piccoli partecipanti. Il Gaslini, naturalmente, è uno dei cardini. Un modo per dire che la cultura marittima non è una coreografia: è cittadinanza, appartenenza, futuro.

Cinque aree operative, un’unica promessa

Le aree operative della fondazione tengono insieme educazione, gioco, sostegno psicologico e formazione. È una bussola per orientarsi tra interventi in corsia, attività all’aperto, percorsi per le scuole, azioni domiciliari e progetti digitali. La forma può cambiare, l’approdo no: stare accanto ai bambini e alle loro famiglie, con professionalità e leggerezza insieme.

Chi c’è a bordo

Dietro ogni laboratorio c’è una “ciurma” di professionisti e volontari. Non è un’immagine romantica: è esattamente così che il team si definisce, ricordando ogni giorno che coesione e clima sereno non sono un di più, ma una condizione di lavoro. E in un reparto pediatrico, dove si entra in punta di piedi, fanno la differenza.

Piccoli risultati che diventano grandi numeri

I numeri, da soli, non raccontano tutto. Ma aiutano a capire la scala: centinaia di migliaia di incontri con bambini e ragazzi, progetti attivi in più regioni, collaborazioni con alcuni tra i principali ospedali pediatrici italiani. Soprattutto, una continuità di interventi che nel tempo ha portato la fondazione dentro reti territoriali e nazionali, con accordi e convenzioni che garantiscono stabilità e visione.

E domani?

Immagina un bambino che, per la prima volta dopo giorni, ti chiede di costruire una barca. Non c’è retorica in quella richiesta: c’è un desiderio che si rimette in moto. Il Porto dei piccoli lavora esattamente su quel varco, su quell’attimo in cui l’infanzia torna ad affacciarsi — anche in mezzo a una terapia, a un monitor, a un corridoio silenzioso.

La domanda giusta, allora, non è “cosa fa” ma “cosa cambia”. Cambia l’aria in una stanza. Cambia il ritmo di una giornata. Cambia il modo in cui una famiglia affronta una fase di cura. E se ti dicessimo che, a volte, basta una storia di mare per rimettere la prua nella direzione giusta?