Una delle operazioni più difficile e scomode per un datore di lavoro è quella di licenziare un dipendente. Questa scelta può avvenire per numerosi motivi, sia economici che personali. Tuttavia, liberarsi di un dipendente ha un costo non indifferente per l’azienda e anche se molti non lo sanno, si può fare solo in specifiche circostanze per disincentivare i licenziamenti che talvolta avvengono troppo spesso e per motivi non irrilevanti. Chiariamo quindi quanto costa licenziare un dipendente e in quali occasioni si può fare o non fare.

Licenziare un dipendente: ecco cos’è il ticket di licenziamento

Prima di vedere nello specifico quanto costa licenziare un dipendente per il datore di lavoro, cerchiamo di comprendere cosa sia un ticket di licenziamento, introdotto qualche tempo fa dalla Legge Fornero. Il ticket di licenziamento dipendenti è un contributo per i lavoratori qualora venga interrotto il rapporto lavorativo. Il ticket, però, non viene applicato nel caso in cui le dimissioni provengano dal lavoratore stesso.

Potremmo riassumere l’utilità del ticket di licenziamento in due scopi:

  • scoraggiare i licenziamenti, che talvolta vengono effettuati senza serie motivazioni;
  • finanziare l’ente Naspi, un’indennità di disoccupazione introdotta dopo il Jobs Act.

Per arrivare alla risposta alla domanda quanto costa licenziare un dipendente, dobbiamo fare ancora qualche precisazione. Questo contributo, dovuto dall’azienda al dipendente nel caso di licenziamento, non deve essere erogato per tutti i tipi di mansione, ma solo nel caso in cui si interrompe un rapporto lavorativo a tempo indeterminato o un appredistato. Fuori da questo tipo di contributo ci sono anche i ruoli di collaboratore domestico, di operaio agricolo o dei lavori stagionali svolti da parte degli operai extracomunitari.

Quanto si spende per licenziare un dipendente?

Tenendo presente quanto abbiamo chiarito fino ad adesso, specifichiamo cosa avviene nel caso del licenziamento individuale e collettivo e quanto costa il licenziamento al datore di lavoro. Il contributo che il datore di lavoro deve versare al dipendente licenziato è strettamente legato al massimale Naspi che nel 2017 è stato di 1.360,77 euro. Di conseguenza, per 12 mesi di rapporto la somma dovuta al dipendente è pari a 557,92 euro. Quando si parla di un lavoro durato 36 mesi il massimale Naspi arriva anche a costare 1.673,76 euro.

Proprio nel 2022 il ticket di licenziamento è stato innalzato a queste cifre, mentre il 29 marzo è stato prolungato l’esonero del contributo di licenziamento da parte di tutte quelle imprese in difficoltà e prossime al fallimento. Queste misure sono state adottate per sostenere gli imprenditori dopo le tragiche conseguenze dovute alla pandemia, per via della quale molte aziende si sono ritrovate a non avere i fondi per sostenere il contributo di licenziamento, situazione che ha creato un circolo vizioso perchè al contempo il datore è stato spesso costretto ad un licenziamento per riduzione costi.

In ogni caso, oltre a licenziamenti per “giusta causa”, è necessario un contributo in questi casi:

  • durante la maternità, periodo tutelato nel quale le dimissioni vengono pagate di default;
  • nel caso di dimissioni per un motivo valido e giusta causa;
  • nel caso finisca un rapporto di lavoro per mancato trasferimento del dipendente.

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