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Libri

Byron Boy: intervista esclusiva a Luca van der Heide

Luca van der Heide scrive, traduce e insegna inglese come freelance a Torino. Ha pubblicato tre libri, studiato filosofia a Bologna ed etica a Utrecht. Prima di stabilirsi a Torino ha viaggiato per due anni scrivendo e insegnando.

Noi l’abbiamo intervistato per saperne di più sul suo libro Byron Boy edito da Scatole Parlanti.

L’intervista a Luca van der Heide

Parlaci un po’ di te…

Sono un ragazzo con la barba e i capelli lunghi. Ho studiato filosofia ed etica e viaggiato per un po’, adesso insegno inglese e scrittura. Ho sempre scritto ma negli ultimi anni ho scritto soprattutto di viaggi. Recentemente mi sono riscoperto eremita.

Cosa ti piace leggere?

Cerco di leggere più stili e generi possibili. Credo che una delle cose più eccitanti dei libri sia che ognuno rappresenta una personalità completamente diversa; un singolo libro può influenzare la tua vita, ed ogni libro espande la tua consapevolezza, del mondo e di te stesso. Dato che, sotto sotto, siamo tutti uguali, condividendo le sue scoperte e riflessioni lo scrittore aggiunge non solo a una consapevolezza collettiva, ma anche e soprattutto a quella tutta personale e intima del lettore. Questa capacità di andare così in profondità da rivelare verità intime e universali allo stesso tempo si trova solo nella parola nuda, che lascia spazio per il lettore, per la sua immaginazione, per la sua interpretazione, per se stesso. È un modo sicuro per arricchirsi, per continuare a crescere e maturare – e non si è mai cresciuti e maturati abbastanza.

Detto questo, di recente mi piacciono Steinbeck, Faulkner, Borges, Vonnegut, Knut Hamsun, Henry Miller, Paul Auster, Fante, Hunter Thompson, e sto cominciando a cimentarmi con Joyce e Dostoevskij.

Qual è il tuo hobby?

Suonare la chitarra! Sono scarso, ma mi piace suonare le canzoni che sto ascoltando (se possibile), e comporre piccole canzoncine, solo per il gusto di farlo. Ho scoperto che è un ottimo modo per liberare la parola scritta dalla forma, a volte intimidente, del romanzo, o della narrativa in prosa in generale.

Parlaci del tuo libro. A chi lo consiglieresti e perché?

Byron Boy parla dell’irrequietezza fisica e mentale del viaggiatore, in particolare del backpacker (da “backpack”, “zaino”), parte di un fenomeno di movimento generazionale di massa. Il backpacker è di solito nella seconda metà dei suoi vent’anni, di solito sospeso tra un passato già deciso e un futuro incerto, e sempre in cerca di qualcosa: una vocazione, se stesso, una ventata d’aria fresca… Si lascia la casa alle spalle, si mette nelle mani del caso. Byron Bay è una cittadina del New South Wales, Australia, in cui molti backpacker, dopo aver viaggiato per mesi o anni, si sono fermati. Il libro parla della mia esperienza a Byron Bay, tra il lavoro nei campi di mirtilli e il Magazzino, una comunità di artistoidi ed ex-backpacker in cui ho vissuto col mio compagno di viaggio giapponese Taro.

Non l’ho scritto pensando a una categoria di lettori in particolare; credo che chiunque abbia esperienza diretta o indiretta di viaggio, e delle dinamiche dello scappare, trovare una casa, amici e a volte amanti, e dovere poi abbandonarli, possa trovarci qualcosa. Credo che essendo essenzialmente una confessione, cerchi e si basi molto sull’immedesimazione del lettore.

Come sono nati i personaggi?

I personaggi sono varianti più o meno accurate di persone reali. Anche se questo non vuol dire che quello che fanno nel libro rispecchi la realtà…

Ti è mai venuto il blocco dello scrittore?

Se si intende un momento di mancanza di creatività, certo, molte volte. Fa parte del processo: ci sono momenti di intensa creatività in cui non voglio fare altro che scrivere; poi il “succo” finisce (come si dice in inglese, the juice), e bisogna fermarsi per un po’.

Se si intende invece momenti in cui mi sono bloccato perché non sapevo come andare avanti, certo; anche quello fa parte del processo. Spesso bisogna fermarsi e riconsiderare tutto, e spesso, anche, bisogna avere il buonsenso e il coraggio di buttare via certi passaggi, a volte interi capitoli (a volte il libro intero!) e riscriverli. Buone tecniche per superare il blocco dello scrittore sono, secondo la mia esperienza: fregarsene della trama e andare in direzioni inaspettate (ma magari più divertenti, per te e per il lettore), o scrivere qualcosa di diverso per un po’ (un racconto, poesie, ecc.).

Quali sono le tue fonti di ispirazione?

La risposta più sensata, secondo me, è: un po’ tutto. L’ispirazione, cioè la voglia di creare, e le idee, vengono dalla tua esperienza, dalle tue abitudini, interessi, ecc. – vale a dire, possono venire da qualsiasi cosa: dialoghi, riflessioni, ricordi, esperienze brutte o belle, mie o di altri, libri, film, musica… Nel mio caso, mi accorgo che la filosofia mi ha sempre aiutato molto a vedere connessioni tra le cose (scene, avvenimenti), a cambiare prospettiva, a interpretare stimoli. Poi, segue riflessione, rielaborazione, e le idee si accumulano pian piano.

Una cosa che ci tengo a precisare, e un mio consiglio personale sulla ricerca dell’ispirazione, idee e creatività, è che tendenzialmente una grande parte degli stimoli restano inutilizzati, che prima di avere una buona idea bisogna averne tante “brutte”, o inconcludenti, perché le buone idee, di solito, hanno bisogno di tempo per maturare. L’importante è tirare fuori, provare, e ricordarsi che bisogna fare tanti sbagli prima di fare qualcosa di un po’ meno sbagliato.

Qual è il messaggio insito nel libro?

Non l’ho scritto tentando di dare un messaggio preciso. Non mi piace scrivere con una “morale” o un “messaggio”. Scrivo di qualcosa non per impressionare, e di certo non perché credo di avere “qualcosa da dire”, ma perché sento di dover tirare fuori e condividere dei pensieri o delle esperienze che per me hanno avuto un forte significato, un impatto su chi sono, sul mio modo di pensare, ecc. Sta al lettore trovare un messaggio, e nella mia esperienza, funziona sempre così: il lettore è più felice se trova nelle mie parole un pensiero suo, se riesce a connettere quello che legge con quello che prova, e infallibilmente, trova sempre significati, messaggi – ma sono significati e messaggi tutti personali. Questo è il punto: lo scrittore e il lettore si incontrano tra le pagine, e si completano; la storia non esiste se non viene letta, interpretata, “rubata” e “rianimata” dal lettore. E questa relazione col lettore, questo senso di intimità, è una sensazione unica, ed è esattamente la ragione per cui continuo a scrivere, nonostante i tanti ostacoli.

Quanto c’è di te nei tuoi personaggi?

Dato che i miei personaggi sono solitamente persone reali, cerco sempre di rimanere fedele alla loro personalità, così come cerco di rimanere fedele alla mia personalità, che vuol dire, essere onesto con me stesso – e col lettore. L’ultima cosa che voglio è mentire a chi ha deciso di ascoltarmi!

Progetti futuri?

Scrivere, scrivere, scrivere, cercare di sopravvivere. In questo ordine.

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