“Ero una ragazza triestina che pensava di giocare a calcio, cosa che non era tanto scontata per le ragazze. Mi sono divertita parecchio e ho portato i colori dell’Italia in giro per il mondo e anche quelli di importanti squadre”. Sara Gama, difensore della juventus woman e della Nazionale Italiana si racconta a Lavazza nel format Nuove strade in una puntata  a lei dedicata, parlando dei suoi inizi, del percorso e della sua carriera ricca di trionfi e di eventi esaltanti. Sara Gama, 31 anni, capitano della squadra bianconera e della nazionale femminile di calcio, è laureata in Lingue e Letterature Straniere all’Università di Udine con specializzazione in inglese e spagnolo: è stata sempre in prima linea per esaltare il calcio femminile e farlo conoscere al grande pubblico e contro l’omosessualità.

Sara Gama, i valori da trasmettere

“Quello che cerchiamo di trasmettere alle ragazze più giovani è che le cose vanno conquistate, quello che hanno non è venuto dal nulla” ha detto la giocatrice della Nazionale, nella sua intervista a 360° nel format Lavazza. “La prima volta che sono entrata in un vero stadio ho provato le sensazioni che avverto ancora oggi quando scendo in campo. Mente e corpo sono tesi e concentrati per un unico obiettivo, dare tutto per vincere”.

Sara Gama e la difficoltà della sua carriera

“Quelle pratiche che ha incontrato qualsiasi bambina che ha approcciato questo percorso. Resistenze in famiglia, difficoltà nel trovare una squadra di ragazze, una barriera culturale da abbattere che ora noi stiamo togliendo. Noi ci siamo costruite il nostro, all’epoca non c’era la prospettiva di indossare la maglia della Juventus o di stare a certi livelli”

Difficoltà di integrazione? “Non nel mio caso, qui a Trieste abbiamo una tradizione multiculturale, siamo da sempre un incrocio di culture. Bisogna ispirare la gente in maniera positiva, è l’unico modo per sconfiggere l’ignoranza. Bisogna parlarne ogni giorno e non a spot”.

Sara Gama ed il legame speciale con il calcio

“Ho sempre avuto una palla tra i piedi – dice ancora nel suo racconto tv – mi ricordo io mio primo pallone. Me l’ha comprato mio nonno, andavo in giro dappertutto e giocavo per strada nel mio quartiere con i miei amici. E così che ho cominciato”.

 

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