Fare il giornalista richiede conoscenza, cultura, coraggio, quello di andare oltre l’apparenza, scavare in profondità, rischiare, talvolta, anche.

Rischiare professionalmente e rischiare la vita, si intende, come accade ai reporter che operano in aree interessate da conflitti e da tensioni sociali.

Francesca Mannocchi è una di quelle giornaliste che non ha avuto paura di andare a fondo nelle cose. O se l’ha avuta, dentro di sé, l’ha comunque saputa affrontare portando a casa il suo lavoro di approfondimento e consegnando alla riflessione pubblica occidentale considerazioni sulla dura realtà di chi lascia la propria terra per cercare fortuna altrove.

Chi è Francesca Mannocchi

Chi è Francesca Mannocchi? Una professionista, con un curriculum invidiabile. Ha realizzato reportage in Siria, Iraq, Palestina, Libano, Afghanistan, Egitto, Turchia. Collabora con numerose testate nazionali e internazionali, come l’Espresso, Al Jazeera English, The Guardian, The Observer. È autrice, tra l’altro, del libro, “Io Khaled vendo uomini e sono innocente” e le sono stati tributati riconoscimenti come il Premio Giustolisi e il prestigioso Premiolino. Il suo documentario Isis, Tomorrow, diretto con Alessio Romenzi, è stato presentato alla 75esima edizione del Festival Internazionale del Cinema di Venezia.

Giornalisti in zone di guerra: consigli a chi inizia

Come riportato dalla testata del Master in Giornalismo Giorgio Bocca all’Università di Torino Futura News, Francesca Mannocchi dispensa consigli per giovani reporter freelance che vogliano partire per zone in cui ci sono conflitti o disordini, il primo dei quali è “mai partire senza giubbotto antiproiettile ed elmetto“.

Sì, perché, a scuola possono anche aver insegnato come si diventa giornalisti, ma quello che si trova sul campo, in zone di guerra, è tutta un’altra faccenda. Non ci sono testate che ti coprono le spalle. Si lavora creando una rete di persone fidate sul posto. Stando attenti ai possibili tradimenti di chi, per qualche moneta in più, è pronto a venderti. E quando sei una giornalista freelance devi essere consapevole di tali difficoltà e dei rischi cui vai incontro.

“Non avrei fatto questo percorso a volte molto faticoso se non avessi speso tanti anni nelle redazioni”, ammette. Lei, Francesca, ha inseguito il suo desiderio. Ma un reportage da freelance, avverte, non si improvvisa. Bisogna studiare, conoscere, leggere tanto e ascoltare la ragione, oltre che il cuore. Ovvero non spingersi mai oltre la prudenza, e cercare di andare oltre l’idea con cui uno parte da casa propria. La sicurezza è a carico del reporter, così come la sua attrezzatura. Quindi coraggio sì, ingenuità no. Una lezione che lei sembra aver imparato molto bene.

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